Cass. civ. Sez. V, Sent., 20-01-2011, n. 1216 Accertamento

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

La società Eli Lilly Italia s.p.a. impugnava due cartelle di pagamento, notificate nel gennaio 1979, relative – per quanto qui interessa – alle maggiorazione per ritardata iscrizione all’Imposta di Ricchezza Mobile D.P.R. 29 gennaio 1958, n. 645, ex art. 184 bis per gli anni 1970, 1971, 1972 e 1973 contestando l’illegittimità dei ruoli relativi alle maggiorazione per ritardata iscrizione.

Il giudizio giunse fino alla Commissione Centrale per questioni di rito e solo nel 1990, a seguito di rinvio, la Commissione Tributaria di l grado, decidendo nel merito accolse il ricorso ritenendo non applicabili le maggiorazioni previste dall’oramai abrogato (con D.P.R. n. 602 del 1973, art. 104) D.P.R. n. 645 del 1958, art. 184 bis.

Tale decisione, impugnata dall’Ufficio, venne confermata dalla Commissione Tributaria di 2^ grado, ma con diversa motivazione: la stessa ritenne che, pur dovendosi ritenere applicabile l’art. 184 bis citato ai ritardi d’imposizione maturati sino al 31.12.1973, in ogni caso la pretesa erariale doveva ritenersi illegittima per mancanza del presupposto necessario (omissione, infedeltà o incompletezza della dichiarazione del contribuente).

Contro tale decisione l’ufficio ricorreva alla Commissione Centrale che accoglieva il ricorso affermando che, in mancanza di specifica contestazione da parte del contribuente – a tanto onerato -, il giudice a quo aveva d’ufficio e senza riscontro documentale ritenuto insussistente la prova della infedele o incompleta dichiarazione.

Contro tale ultima decisione la società contribuente ricorre per cassazione con ricorso fondato su di un triplice motivo. L’Ufficio resiste con controricorso.

MOTIVAZIONE

Motivi della decisione

La contribuente censura la sentenza impugnata con triplice motivo deducendo: 1)- ex art. 360 c.p.c., n. 3, la nullità della stessa per violazione dell’art. 112 c.p.c. e D.P.R. n. 645 del 1958, art. 184 bis per avere il giudice a quo ritenuto che mancasse una specifica contestazione da parte della società sui presupposti legali di applicazione della maggiorazione d’imposta, mentre tale questione doveva ritenersi parte integrante del thema decidendum in virtù delle eccezioni che erano state formulate dall’ufficio nel proprio appello, e per non avere considerato che l’obbligazione avente ad oggetto la maggiorazione per ritardata iscrizione a ruolo riveste natura accessoria rispetto all’obbligazione principale concernente il debito d’imposta;

2)- ex art. 360 c.p.c., n. 4 la violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato di cui all’art. 112 c.p.c. per non avere la Commissione Centrale esaminato l’argomento della mancanza di prova da parte dell’ufficio sulla sussistenza del presupposto di applicabilità della maggiorazione – rilevato dal giudice di secondo grado -, ma solo sancito d’ufficio che, non avendo mai il contribuente eccepito ab origine la mancanza del presupposto della maggiorazione, l’esistenza dello stesso dovesse ritenersi acquisita.

I due primi motivi possono essere esaminati congiuntamente investendo, sotto due diverse angolazioni, la medesima tematica della violazione dell’art. 112 c.p.c.: le doglianze sono infondate.

In effetti la sentenza impugnata, con riferimento alla fattispecie in esame e facendo corretto uso dei principi generali sull’onere della prova, ha rilevato che "E’ invece onere del contribuente sin dall’inizio contestare l’assenza del presupposto di fatto per la tardiva iscrizione a ruolo, restando solo, di fronte a tale contestazione, a carico dell’ufficio la prova del contrario. In assenza di tale contestazione l’esistenza del presupposto va ritenuta acquisita".

Sul punto si rileva che il ricorrente, oltre a non indicare nè allegare gli atti processuali contenenti una sua eventuale contestazione circa l’assenza del presupposto della maggiorazione, si riporta all’atto di appello dell’ufficio, ritenendo che sia stato quest’ultimo ad introdurre, quale thema decidendum, anche l’accertamento dell’esistenza o meno de presupposto della maggiorazione. Ma tanto non appare assolutamente rilevante, posto che la Commissione Centrale ha rilevato, con un’indagine in fatto correttamente motivata e non inficiata dai motivi di appello in esame, l’inesistenza ab origine di una contestazione da parte del contribuente sull’esistenza del presupposto della maggiorazione. E’ solo dall’affermazione di tale mancanza – che non viene qui impugnata – che discende la corretta decisione della Commissione Centrale: t motivi vanno pertanto rigettati.

Con il terzo motivo la contribuente contesta, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 645 del 1958, art. 184 bis e dell’art. 2697 c.c. per non avere il giudice della Commissione Centrale ritenuto che è onere della amministrazione Finanziaria fornire la prova dei fatti costitutivi della propria pretesa creditoria e non avere rilevato la mancanza di idoneità del documento prodotto dall’ufficio – trattandosi di un mero documento interno – a costituire prova della sussistenza del presupposto della maggiorazione.

La censura è inammissibile secondo i principi enucleati da questa Corte che ha costantemente affermato (Cass. n. 10330/2003) "In base a principio di autosufficienza, è inammissibile il ricorso per cassazione che non consenta l’immediata e pronta individuazione delle questioni da risolvere e delle ragioni per cui si chieda la cassazione della sentenza di merito, nè permetta la valutazione della fondatezza di tali ragioni "ex actis", senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti estranee al ricorso e, quindi, ad elementi ed atti attinenti al pregresso giudizio di merito." Ed ancora (Cass. n. 6542/2004) "Qualora una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare "ex actis" la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa". Nel caso di specie, secondo l’impugnata sentenza, il contribuente ha impugnato le cartelle di pagamento deducendo, relativamente alla maggiorazione iscritta ai sensi del D.P.R. n. 645 del 1958, art. 184 bis, la avvenuta abrogazione di tale norma senza mai contestare altro "tanto meno nell’originario ricorso del 3/2/1979 (che si limitava alla generica affermazione che la pretesa era frutto di un errore dell’ufficio delle imposte dirette)". E’ tale accertamento in fatto che ha portato la Commissione Centrale a ritenere acquisita l’esistenza del presupposto della maggiorazione. Pertanto, in virtù dei principi sopra enunciati con riferimento al principio di autosufficienza, il ricorrente avrebbe dovuto indicare se ed in quale atto aveva proceduto a tale contestazione allegandone il contenuto.

Altrettanto è a dirsi con riferimento alla censura mossa al documento prodotto dall’ufficio del quale si assume la natura di atto meramente interno. A prescindere dalla irrilevanza dello stesso per quanto sin qui esposto, la censura manca di autosufficienza non essendo stato allegato detto documento dal ricorrente. Tale motivo va pertanto rigettato.

Con il quarto motivo di ricorso la contribuente lamenta, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 654 del 1958, art. 184 bis e del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 20 con riferimento alla parte dell’impugnata sentenza che afferma l’operatività della maggiorazione in argomento anche per i periodi d’imposta successivi al 1.1.1974. Tale censura, così come prospettata, a prescindere dai profili di inammissibilità per carenza di autosufficienza, è infondata.

E’ pacifico, come si ricava in particolare dall’impugnata sentenza, ma, anche dall’esposizione in fatto ove ricorso, che l’atto impugnato è una cartella esattoriale per ritardata iscrizione a ruolo d’imposta di R.M. categ. B ed imposta sulle società relative ad anni anteriori al 1974 e più precisamente anni 1970, 1971, 1972 e 1973.

Da tanto deriva che il periodo successivo al 31.12.1973 non costituisce oggetto del decisum nè può portare alla violazione di legge denunciata con la censura in esame: manca in senso contrario la specifica e necessaria allegazione da parte del ricorrente (e comunque una censura diversa), e, conseguentemente le righe della sentenza qui impugnate – da leggersi unitamente alle premesse in fatto costituendo la sentenza un unicum inscindibile – non possono essere censurate in relazione ad un’erronea applicazione del D.P.R. n. 645 del 1958, art. 184 bis e/o del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 20.

Le spese del presente giudizio vengono regolate come in dispositivo in applicazione del principio della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese di giudizio che liquida in Euro 4000,00, oltre spese prenotate a debito.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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