Corte Costituzionale, Sentenza n. 31 del 2012, in tema di applicazione automatica della sanzione accessoria della perdita della potestà genitoriale

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Gazzetta Ufficiale – 1ª Serie Speciale – Corte Costituzionale n. 8 del 22-2-2012

Sentenza

nel giudizio di legittimita’ costituzionale dell’articolo 569 del
codice penale promosso dal Tribunale di Milano nel procedimento
penale a carico di M.L.F. con ordinanza del 31 gennaio 2011, iscritta
al n. 141 del registro ordinanze 2011 e pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica n. 28, prima serie speciale, dell’anno
2011.
Visti l’atto di costituzione di De Rui Laura, nella qualita’ di
curatore speciale della minore M.N., nonche’ l’atto di intervento del
Presidente del Consiglio dei ministri;
Udito nell’udienza pubblica dell’8 novembre 2011 il Giudice
relatore Alessandro Criscuolo;
Uditi gli avvocati Marilisa D’Amico e, in giudizio in proprio,
Laura De Rui nella qualita’ di curatore speciale della minore M.N.,
per la parte civile, e l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per
il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1. – Il Tribunale di Milano, in composizione collegiale, con
ordinanza del 31 gennaio 2011, ha sollevato, in riferimento agli
articoli 2, 3, 27, terzo comma, 30 e 31 della Costituzione, questione
di legittimita’ costituzionale dell’articolo 569 del codice penale,
nella parte in cui prevede «l’applicazione automatica della pena
accessoria della perdita della potesta’ genitoriale a seguito della
commissione del reato di cui all’art. 567 c.p.».
2. – Il rimettente premette di essere chiamato a celebrare un
processo a carico di M.L.F., imputata del reato previsto e punito
dall’articolo 567, secondo comma, cod. pen., «per avere alterato lo
stato civile della figlia neonata M.N. nella formazione dell’atto di
nascita, mediante false attestazioni consistite nel dichiararla come
figlia naturale, sapendola legittima in quanto concepita in costanza
di matrimonio con E.N.S.».
Il collegio da’ atto che, nella fase degli atti preliminari, la
persona offesa minorenne M.N., tramite curatore speciale, si e’
ritualmente costituita parte civile. Nel corso del dibattimento la
difesa di quest’ultima ha sollevato la questione di legittimita’
costituzionale nei termini sopra indicati, illustrandola con due
memorie.
In punto di rilevanza il tribunale rimarca che il giudizio non
puo’ essere definito indipendentemente dalla risoluzione della
questione di legittimita’ costituzionale, perche’ in caso di condanna
si troverebbe necessariamente ad applicare all’imputata anche la
sanzione accessoria della decadenza dalla potesta’ genitoriale.
Invero, il tenore della norma non consente al giudice alcuno spazio
di discrezionalita’ nell’applicare la citata pena accessoria.
Con riferimento alla non manifesta infondatezza, il rimettente
osserva che, ai sensi dell’art. 2 Cost., la Repubblica garantisce e
riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia
nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalita’, e non si
potrebbe dubitare che tra i diritti inviolabili del fanciullo vi sia
quello di crescere con i genitori e di essere educati da questi,
salvo che cio’ comporti un grave pregiudizio.
Cio’ discenderebbe, in primo luogo, dagli artt. 30 e 31 Cost. e
dall’art. 147 del codice civile, ma anche da una serie di norme
internazionali, vigenti nel nostro ordinamento, e segnatamente dalla
Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre
1989, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176.
L’art. 7 della Convenzione, infatti, attribuisce al bambino il
diritto di conoscere i genitori e di essere allevato da essi, mentre
il successivo art. 8 obbliga gli Stati a preservare le relazioni
familiari del fanciullo, sempre fermo restando il suo interesse
superiore (art. 3), a tutela del quale e’ possibile adottare
provvedimenti di allontanamento o di ablazione della potesta’
genitoriale.
Il collegio, inoltre, ritiene evidente che, proprio per tutelare
i preminenti interessi del minore, gli eventuali provvedimenti di
sospensione o decadenza dalla potesta’ genitoriale devono essere
adottati caso per caso, all’esito dell’attento esame di tutte le
peculiarita’ della fattispecie, al fine di stabilire se quei
provvedimenti corrispondano effettivamente al preminente interesse
del minore stesso. Cio’ escluderebbe, ad avviso del rimettente, che
la perdita della potesta’ genitoriale possa essere comminata in via
del tutto automatica a seguito di una condanna per il delitto di
alterazione di stato, reato che – a differenza di quello di cui
all’art. 609-bis cod. pen. – non e’ di per se’ sintomatico di una
generalizzata pericolosita’ del genitore.
Viceversa, il denunciato art. 569 cod. pen. prevede, secondo il
rimettente, un automatismo de iure che escluderebbe qualsiasi
valutazione discrezionale da parte del giudice circa l’interesse del
minore nel caso concreto e violerebbe, quindi, gli evidenziati
parametri costituzionali.
Il tribunale non ignora che la Corte costituzionale si e’ gia’
espressa sulla questione con l’ordinanza n. 723 del 1988, dichiarando
la questione stessa manifestamente infondata ed affermando che, in
caso di decadenza dei genitori, i diritti dei minori non sono
pregiudicati in senso assoluto, perche’ la legge disciplina
l’esercizio dei relativi compiti ad opera di terzi.
Tuttavia, poiche’ l’interesse primario del figlio e’ quello di
crescere ed essere educato all’interno della famiglia naturale, si
dovrebbe porre in evidenza che occorre un vaglio da parte
dell’autorita’ giudiziaria, al fine di verificare quale sia la
migliore tutela per il minore nel caso concreto, ben potendo
risultare irragionevole e, quindi, in contrasto con l’art. 3 Cost.,
l’applicazione automatica della pena accessoria della decadenza dalla
potesta’ genitoriale a seguito di condotte (in ipotesi) ispirate
proprio da una finalita’ di tutela del figlio, a causa di
comportamenti pregiudizievoli posti in essere dall’altro genitore.
Il rimettente ricorda che la Corte costituzionale, con la
sentenza n. 253 del 2003, e’ intervenuta sull’art. 222 cod. pen., che
imponeva l’applicazione della misura di sicurezza del ricovero in un
manicomio giudiziario in caso di proscioglimento per infermita’
psichica. In detta decisione la Corte ha affermato l’irragionevolezza
di una norma «che esclude ogni apprezzamento della situazione da
parte del giudice, per imporgli un’unica scelta, che puo’ rivelarsi,
in concreto, lesiva del necessario equilibrio fra le diverse
esigenze».
Il rimettente prosegue osservando che l’irragionevolezza
dell’automatismo in questione emerge anche ove si consideri che i
provvedimenti di sospensione o decadenza dalla potesta’ genitoriale,
attribuiti al tribunale per i minorenni, di cui agli artt. 330 e 333
cod. civ., sono adottati all’esito di approfondita analisi della
situazione, «solo quando vi sia la ricorrenza di un pregiudizio agito
dai genitori nei confronti dei figli derivante da una mancata
osservanza dei doveri nascenti dalla titolarita’ della potesta’».
Infine, ad avviso del rimettente, detta applicazione automatica
della pena accessoria della potesta’ genitoriale si porrebbe in
contrasto anche con l’art. 27, terzo comma, Cost., secondo cui le
pene devono tendere alla rieducazione del condannato.
Sotto tale profilo, qualora il delitto di alterazione di stato
commesso da un genitore sia stato motivato dalla finalita’ di
preservare il figlio dai pregiudizi che potrebbero essergli arrecati
dall’altro genitore, non si vede quale utile rieducazione possa
ricavare il condannato dalla propria decadenza genitoriale. Cio’
confermerebbe l’esigenza di un vaglio caso per caso circa
l’opportunita’ di applicare al genitore, condannato per il delitto di
cui all’art. 567 cod. pen., la pena accessoria di cui al successivo
art. 569, prevista in via automatica e necessaria.
3. – Con atto depositato in data 31 luglio 2011 si e’ costituita
in giudizio l’avvocato Laura De Rui, nella qualita’ di curatore
speciale della minore M.N., rappresentata e difesa dalla detta
professionista e da altro legale.
Richiamato il contenuto dell’ordinanza di rimessione, la parte
privata espone che il caso concreto, in riferimento al quale e’ stata
sollevata la questione di legittimita’ costituzionale, concerne una
signora coniugata, con marito detenuto, che, dopo aver dato alla luce
una bambina, aveva dichiarato che essa era figlia naturale, omettendo
di dire che la piccola era stata concepita in costanza di matrimonio.
Il padre, due mesi dopo la nascita della bambina, terminata la
detenzione, si era recato presso gli uffici anagrafici del Comune di
Milano per perfezionare il riconoscimento della figlia; in quella
sede era emerso, pero’, che la signora aveva falsificato lo stato
della bambina, non avendone dichiarato lo stato di figlia legittima.
I responsabili dell’ufficio, dunque, avevano inoltrato alla
Procura della Repubblica una segnalazione contenente una breve
descrizione dei fatti, che avevano condotto all’avvio del
procedimento penale.
La persona offesa dal reato era individuata nella bambina,
costituitasi parte civile attraverso il curatore speciale, nominato
ai sensi dell’art. 77 del codice di procedura penale.
In punto di diritto, la deducente osserva che, qualora l’imputata
fosse dichiarata colpevole per il reato ascrittole, perderebbe
automaticamente la potesta’ sulla figlia, benche’ la bambina in
questi anni abbia sviluppato un solido rapporto relazionale e
affettivo con la madre. In punto di rilevanza essa, poi, osserva che
il giudizio penale in corso non puo’ essere definito
indipendentemente dalla risoluzione della medesima questione di
costituzionalita’.
Nel caso di sentenza di condanna, prosegue la parte privata, il
tribunale si troverebbe a dovere applicare la sanzione accessoria
prevista dall’art. 569 cod. pen. in forza della sua automaticita’,
come desumibile sia dal tenore letterale della norma sia dalla
costante giurisprudenza in materia. Inoltre, essa osserva che il
tribunale non ha pronunciato alcuna sentenza, ne’ di assoluzione, ne’
di condanna, sicche’ la questione non potrebbe dirsi tardiva (sono
richiamate varie sentenze di questa Corte).
Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, con
riferimento alla violazione dell’art. 2 Cost., la parte privata
osserva che detta norma, riconoscendo e tutelando i diritti
fondamentali dell’individuo, costituisce fondamento anche per la
tutela dei diritti dei minori. Tali diritti, peraltro, sarebbero
tutelati anche da altre disposizioni costituzionali, ovvero dagli
artt. 3, 29 e 30 Cost., nonche’ dall’art. 8 della Convenzione sui
diritti del fanciullo che impegna gli Stati parti di essa a
rispettare il diritto dei minori alla propria identita’, compresi la
nazionalita’, il nome, le relazioni familiari, nonche’ dall’art. 3.
Cost., il quale impone che, in tutte le decisioni relative ai
fanciulli, sia considerato il preminente interesse di questi ultimi.
Viene anche in rilievo la Convezione europea sull’esercizio dei
diritti dei fanciulli, adottata a Strasburgo il 25 gennaio 1996
(ratificata e resa esecutiva con legge 20 marzo 2003, n. 77), che
riconosce il diritto per i bambini di rappresentanza e di ascolto nei
procedimenti che sono idonei a incidere sui loro diritti.
In particolare, con riferimento alle relazioni familiari la parte
privata rileva come la famiglia sia la formazione per eccellenza in
cui il minore puo’ svolgere la propria personalita’. E’, infatti,
soprattutto all’interno di questa formazione sociale che si dispiega
l’attuazione dei doveri costituzionali imposti ai genitori quali
l’istruzione, l’educazione e il mantenimento, che necessitano per il
loro adempimento di uno strumento quale la potesta’ genitoriale. Si
comprenderebbe, allora, come qualsiasi provvedimento idoneo a
incidere sulla potesta’ genitoriale possa avere delle ripercussioni
nell’assolvimento di quei doveri costituzionalmente imposti nei
confronti e a tutela del minore. Simili provvedimenti, quale quello
della decadenza dalla potesta’ genitoriale, potrebbero giustificarsi
soltanto la’ dove si possa rintracciare una motivazione che renda
ragionevole il sacrificio della tutela dei diritti del minore.
Ebbene, la disposizione censurata non consentirebbe al giudice di
valutare la corrispondenza tra la decadenza dalla potesta’
genitoriale e i diritti e gli interessi del minore, cosi’ negando
ogni possibilita’ di effettuare un diverso bilanciamento tra diritti
di quest’ultimo ed esigenze punitive per i genitori.
Inoltre, la parte privata osserva che le disposizioni di cui agli
artt. 330 e seguenti cod. civ. fanno propria una prospettiva diversa
e non rigida, prevedendo che il giudice «puo’ pronunziare la
decadenza dalla potesta’» quando il genitore viola o trascura i
propri doveri o abusa dei relativi poteri nei confronti dei figli
(art. 330 cod. civ.) e che egli «puo’ reintegrare nella potesta’ il
genitore» quando vengono a cessare le ragioni per cui la stessa era
stata disposta (art. 332 cod. civ.).
Nel caso di specie, per quanto concerne la sussistenza della
violazione dell’art. 3 Cost., sotto il profilo della irragionevolezza
dell’automatismo denunziato, la parte privata richiama numerose
sentenze della Corte costituzionale. In particolare, essa osserva
come dall’analisi di queste sentenze emerga che previsioni normative
rigide, volte ad escludere la possibilita’, da parte del giudice, di
effettuare un bilanciamento tra diritti nel caso concreto, siano
state dichiarate costituzionalmente illegittime.
Al riguardo, essa menziona le sentenze attraverso le quali la
Corte e’ intervenuta a correggere o ad eliminare automatismi sul
piano sanzionatorio. Questa necessaria valutazione delle circostanze
concrete con riferimento alla condotta dell’imputato o del condannato
si spiega in relazione alla funzione rieducativa della pena di cui
all’art. 27, terzo comma, Cost. Al riguardo, richiama la sentenza n.
186 del 1995, con la quale la Corte ha affermato che la revoca del
beneficio della liberazione anticipata non puo’ essere automatica per
effetto della sola condanna, perche’ in contrasto con la finalita’
rieducativa della pena. Sotto tale profilo sono citate, altresi’, le
sentenze n. 445 del 1997, n. 504 del 1995, nonche’ n. 306 del 1993.
Inoltre, la parte privata richiama anche la sentenza n. 173 del
1997, con la quale la Corte costituzionale ha affermato che la
sospensione automatica della detenzione domiciliare, quale effetto
dell’allontanamento dalla propria abitazione «senza valutazione delle
circostanze in cui l’allontanamento denunciato come reato e’
avvenuto, confligge con la finalita’ rieducativa assegnata dalla
Costituzione ad ogni pena, e, dunque, anche alle misure alternative»,
nonche’ si pone in contrasto anche con il principio di
ragionevolezza.
La deducente prosegue ponendo in evidenza le sentenze della Corte
che, con riferimento al trattamento penale del minore, hanno
affermato che questo deve rispondere all’esigenza di «specifica
individualizzazione e flessibilita’» della risposta penale «che
l’evolutivita’ della personalita’ del minore e la preminenza della
funzione rieducativa richiedono»; al riguardo e’ indicata la sentenza
n. 125 del 1992.
Il sistema penale minorile, infatti, deve informarsi al principio
di cui all’art. 31 Cost., in forza del quale e’ primaria la finalita’
di protezione del minore. Sotto tale profilo sono richiamate le
sentenze n. 143 del 1996 e n. 222 del 1983.
Sempre al fine di porre in evidenza come sia irragionevole
l’automatismo denunziato con riferimento alla disposizione censurata,
la curatrice speciale della minore evoca le decisioni della Corte
che, in tema di adozione, hanno aperto un varco nella legge di
riferimento, che prevedeva rigidi limiti di eta’ a carico dei coniugi
adottanti; in particolare sono richiamate le sentenze n. 283 del
1999, n. 349 del 1998, n. 303 del 1996 e n. 148 del 1992).
La parte privata, poi, evoca altre decisioni con cui la Corte
costituzionale si e’ pronunziata in ordine al rigido automatismo in
relazione agli infermi di mente, ponendo in rilievo che una eventuale
pronunzia di illegittimita’ costituzionale della norma censurata
dovrebbe comportare la possibilita’ per il giudice di accertare, nel
caso concreto, l’opportunita’ di applicare la perdita della potesta’
genitoriale a seguito della commissione del reato di alterazione di
stato. In tal modo non si andrebbe ad invadere la discrezionalita’
del legislatore, in quanto non si eliminerebbe la possibilita’ di
applicazione della sanzione, ma si imporrebbe al giudice di valutare
l’effettiva rispondenza tra mezzo predisposto e fini perseguiti alla
luce delle circostanze concrete.
Con riferimento, poi, alla violazione dell’art. 27 Cost., la
deducente, dopo aver posto in evidenza che il reato di cui all’art.
567, secondo comma, cod. pen. tutela l’interesse del neonato alla
verita’ dell’attestazione ufficiale della propria ascendenza (cosi’
come affermato nell’ordinanza n. 106 del 2007), osserva che la
condotta criminosa non sempre puo’ incidere negativamente sul minore,
anzi puo’ essere motivata da esigenze volte a preservarlo da
pregiudizi che potrebbero derivargli dall’altro genitore. Ne dovrebbe
conseguire che la sanzione accessoria in questione rende difficile il
recupero del genitore, soprattutto se lo si considera nell’ottica del
minore interessato. In particolare, nel caso in cui il genitore
penalmente responsabile adempia comunque i suoi doveri, il minore non
potra’ che subire nocumento dalla applicazione della sanzione di cui
si tratta. In tal modo risultera’ ancora piu’ arduo il conseguimento
della finalita’ rieducativa del condannato, dal momento che il
rapporto tra costui e il figlio non potra’ che essere alterato in
forza del venir meno della potesta’ genitoriale. La difesa della
parte privata conclude, dunque, sostenendo che la carenza
sopravvenuta e definitiva della potesta’ genitoriale comporta un
probabile fallimento del tentativo rieducativo quale funzione
fondamentale della sanzione penale.
Con riferimento alla violazione degli artt. 30 e 31 Cost.,
l’automaticita’ della applicazione della sanzione accessoria
priverebbe il minore di uno o di entrambi i genitori, anche nel caso
in cui questi adempiano ai loro doveri costituzionali e, quindi,
anche qualora risultino idonei ad esercitare la potesta’ nei suoi
confronti.
Inoltre, nell’atto di costituzione la parte privata richiama
numerose disposizioni della Convenzione di New York del 1989 sui
diritti del fanciullo, resa esecutiva in Italia dalla legge 27 maggio
1991 n. 176, dalle quali emergerebbe un vero e proprio diritto
soggettivo dei minori, inviolabile ai sensi dell’art. 2 Cost., a
preservare le relazioni familiari.
Anche il diritto comunitario, ai sensi della Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea, oltre a considerare preminente
l’interesse superiore del minore, riconoscerebbe che il bambino ha il
diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali con i
genitori, salvo che sia contrario al suo interesse (art. 24)
Un ruolo decisivo sarebbe svolto anche dalla Convenzione europea
dei diritti dell’uomo, dal momento che il diritto dei minori a
crescere nella famiglia d’origine avrebbe guidato la Corte EDU nel
giudizio sulla proporzionalita’ e sulla ragionevolezza delle misure
adottate dalle autorita’ nazionali per allontanare il minore dalla
propria famiglia (Scozzari contro Italia, 1° ottobre 2010, n.
67790/01).
Pertanto, la difesa della parte privata conclude osservando che
la presunzione assoluta, secondo cui la commissione del reato di
alterazione dello stato civile equivale ad inadempienza degli
obblighi derivanti dalla titolarita’ della potesta’ genitoriale, e’
irragionevole; cio’ in quanto ben potrebbe accadere, nel caso
concreto, che la condotta integrante il fatto reato sia anch’essa
funzionale all’esercizio dei doveri genitoriali.
Infine, allo scopo di ribadire la centralita’ dell’interesse del
minore, la difesa della parte privata indica ulteriori pronunzie
della Corte in tema di adozione.
4. – Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e
difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, e’ intervenuto nel
giudizio con atto depositato in data 19 luglio 2011 ed ha chiesto che
la questione sia dichiarata non fondata.
A tal fine la difesa dello Stato richiama una precedente
pronunzia della Corte di cassazione, sezione sesta penale, che aveva
ritenuto la questione manifestamente infondata, in quanto la
copertura costituzionale dell’art. 569 cod. pen. sarebbe stata da
rinvenire nell’art. 30 Cost. La consumazione del delitto di
alterazione di stato sarebbe causa legale di incapacita’ del genitore
agli effetti dell’art. 30 Cost.
Essa, poi, richiama il precedente specifico costituito
dall’ordinanza di questa Corte, n. 723 del 1988, ponendo in rilievo
che la tutela del minore costituisce una finalita’ prioritaria della
norma, tanto da giustificare – in armonia con l’art. 30 Cost. – la
presunzione per cui la condanna per delitti contro lo stato di
famiglia non assicura piu’ che un genitore possa adeguatamente curare
gli interessi dei propri figli minori.
La difesa erariale reputa non pertinente il richiamo alla
sentenza n. 253 del 2003, che ha dichiarato l’illegittimita’
costituzionale dell’art. 222 cod. pen. nella parte in cui non
consente al giudice di adottare, nei casi ivi previsti, una diversa
misura di sicurezza.
Al riguardo l’Avvocatura osserva che la detta pronuncia sarebbe
diretta a contemperare due esigenze paritetiche, ma ontologicamente
diverse, rappresentate dalla necessita’ di conferire adeguate cure
all’infermo di mente e, nello stesso tempo, dalla necessita’ di
tutelare la collettivita’ a fronte di un soggetto socialmente
pericoloso. Tale contemperamento giustificherebbe la possibilita’ per
il giudice di scegliere tra diverse misure di sicurezza che
realizzino – in rapporto al caso concreto – entrambe le finalita’
delineate dalla norma orientata a risultati a un tempo di sicurezza e
di terapia (sentenza n. 139 del 1982).
L’art. 569 cod. pen., invece, sarebbe norma diretta a realizzare
un unico fine, quello di tutelare i figli a fronte di un genitore che
ha commesso non generici reati, ma delitti direttamente inerenti alla
famiglia; esigenza che puo’ essere soddisfatta privando il genitore
della potesta’.
Cosi’ come, per analoghe esigenze di tutela, l’art. 609-nonies
cod. pen. disporrebbe la perdita della potesta’ genitoriale in esito
a condanna per delitti in materia sessuale, oppure l’art. 600-septies
cod. pen. stabilirebbe l’interdizione perpetua da qualunque incarico
dalle scuole in esito a condanna per delitti contro la personalita’
individuale.
Inoltre, la difesa dello Stato ritiene non conferente anche il
richiamo all’art. 27, terzo comma, Cost., dal momento che la
disposizione censurata sarebbe diretta a tutelare la prole, sicche’
non sussisterebbe alcuna incompatibilita’, ne’ logica, ne’ giuridica,
tra un’eventuale rieducazione del soggetto, scontata la pena, e la
sua incapacita’ – presunta per legge – di curare gli interessi del
figlio minore.
Infine, non assumerebbe alcun rilievo il richiamo alla disciplina
di cui agli artt. 330 e 333 cod. civ. Tali disposizioni
contemplerebbero forme di intervento del giudice minorile nei casi in
cui i genitori non esercitino i loro doveri nei confronti dei figli,
ovvero abusino dei relativi poteri, con pregiudizio per i figli
stessi.
Si tratterebbe, come osservato dalla dottrina, di motivi meno
gravi rispetto a quelli che danno luogo alla pronunzia di decadenza
dalla potesta’ come pena accessoria in sede penale. Nei casi previsti
dal codice civile il presupposto per l’applicazione delle norme
stesse sarebbe dato dalla mancata osservanza dei doveri nascenti
dalla titolarita’ della potesta’ e non dall’accertata commissione di
un delitto contro lo stato di famiglia. Al riguardo, la difesa dello
Stato pone in evidenza che la dottrina e’ unanime nel ritenere che
l’art. 30 Cost. e l’art. 569 cod. pen. opererebbero su un piano
giuridico e concettuale diverso, attinente alla tutela dei minori nel
caso in cui il genitore abbia commesso un delitto contro la famiglia
e, per questo profilo, si distinguerebbero dalle previsioni ordinarie
di decadenza dalla potesta’ genitoriale di cui all’art. 330 cod. civ.
e a maggior ragione dalla fattispecie di violazione degli obblighi di
assistenza familiare, di cui all’art. 570 cod. pen.
5. – In data 14 ottobre 2011 la parte privata ha depositato una
seconda memoria, contenente repliche alle argomentazioni esposte
nell’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri,
nonche’ ulteriori rilievi diretti ad illustrare i temi trattati nella
prima.
Anche l’Avvocatura generale dello Stato, in data 18 ottobre 2011,
ha depositato una memoria illustrativa, eccependo altresi’
l’inammissibilita’ della questione.

Considerato in diritto

1. – Il Tribunale di Milano, con l’ordinanza indicata in
epigrafe, dubita, in riferimento agli articoli 2, 3, 27, terzo comma,
30 e 31 della Costituzione, della legittimita’ costituzionale
dell’articolo 569 del codice penale, «nella parte in cui prevede
l’applicazione automatica della pena accessoria della perdita della
potesta’ genitoriale a seguito della commissione del reato di cui
all’art. 567 c. p.».
Il rimettente premette di essere chiamato a giudicare una donna,
«imputata del reato p. e p. dall’art. 567, secondo comma, c. p., per
avere alterato lo stato civile della figlia neonata M. N. nella
formazione dell’atto di nascita, mediante false attestazioni
consistite nel dichiararla come figlia naturale, sapendola legittima
in quanto concepita in costanza di matrimonio con E. N. S.»; ed
aggiunge che, nella fase degli atti preliminari, la parte offesa
minorenne, tramite curatore speciale, si e’ ritualmente costituita
parte civile.
Cio’ posto, dopo avere motivato in modo non implausibile sulla
rilevanza della questione, il collegio rimettente ritiene che la
norma censurata sia in contrasto: a) con l’art. 3 Cost., perche’,
essendo interesse primario del figlio quello di crescere ed essere
educato all’interno della famiglia naturale, l’applicazione
automatica della sanzione della decadenza dalla potesta’ genitoriale
risulterebbe irragionevole, in quanto non consentirebbe un vaglio da
parte dell’autorita’ giudiziaria, al fine di verificare quale sia la
migliore tutela per il minore nel caso concreto; b) ancora con l’art.
3 Cost., sempre sotto il profilo della violazione del principio di
ragionevolezza, poiche’ i provvedimenti di sospensione o decadenza
dalla potesta’ genitoriale, attribuiti al tribunale per i minorenni,
di cui agli articoli 330 e 333 del codice civile, sarebbero adottati
all’esito di approfondita analisi della situazione e «solo quando vi
sia la ricorrenza di un pregiudizio agito dai genitori nei confronti
dei figli derivante da una mancata osservanza dei doveri nascenti
dalla titolarita’ della potesta’»; c) con l’art. 27 Cost., secondo
cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, in
quanto, qualora il delitto di alterazione di stato sia stato commesso
da parte di un genitore al fine di preservare il figlio da un
pregiudizio che puo’ essergli arrecato dall’altro genitore, il
condannato non trarrebbe alcuna utile rieducazione dalla decadenza
dalla potesta’ genitoriale; d) con gli artt. 2, 30 e 31 Cost.,
perche’, escludendo qualsiasi valutazione discrezionale da parte del
giudice in ordine all’interesse del minore nel caso concreto, non
tutelerebbe i diritti inviolabili dei fanciulli, quale sarebbe quello
di crescere con i genitori e di essere educati da questi, salvo che
cio’ comporti un grave pregiudizio.
2. – La difesa dello Stato, nella memoria depositata, ha eccepito
l’inammissibilita’ della questione di legittimita’ costituzionale,
perche’ il tribunale non avrebbe svolto alcuna argomentazione per
illustrarla – con riferimento agli artt. 2, 3, 30 e 31 Cost. e agli
artt. 3, 7 e 8 della Convenzione di New York (ratificata e resa
esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176) – limitandosi ad un mero
richiamo formale dei predetti articoli.
Ancorche’ formulata soltanto in memoria, l’eccezione puo’ trovare
ingresso, perche’ concerne un profilo rilevabile anche d’ufficio.
Tuttavia, essa non e’ fondata.
Infatti, sia pure in forma concisa (ma sufficiente) l’ordinanza
di rimessione da’ conto delle ragioni che la sostengono, ponendo
l’accento sui diritti inviolabili del minore, sulla necessita’ di
valutarne i preminenti interessi, sull’incompatibilita’ di tale
esigenza con l’automatismo che caratterizza l’applicazione della pena
accessoria della decadenza dalla potesta’ genitoriale nei confronti
del condannato per il delitto di alterazione di stato, quando il
soggetto in questione sia il genitore del minore,
sull’irragionevolezza di tale automatismo.
L’ordinanza, dunque, risulta sufficientemente motivata.
3. – La questione e’ fondata.
L’art. 569 cod. pen. stabilisce che «La condanna pronunciata
contro il genitore per alcuno dei delitti preveduti da questo capo
importa la perdita della potesta’ dei genitori». Come il dettato
della norma rende palese, la citata pena accessoria consegue di
diritto alla condanna pronunciata contro il genitore, precludendo al
giudice ogni possibilita’ di valutazione e di bilanciamento dei
diversi interessi implicati nel processo.
Infatti, nella fattispecie in questione vengono in rilievo non
soltanto l’interesse dello Stato all’esercizio della potesta’
punitiva nonche’ l’interesse dell’imputato (e delle altre eventuali
parti processuali) alla celebrazione di un giusto processo, condotto
nel rispetto dei diritti sostanziali e processuali delle parti
stesse, ma anche l’interesse del figlio minore a vivere e a crescere
nell’ambito della propria famiglia, mantenendo un rapporto
equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, dai quali ha
diritto di ricevere cura, educazione ed istruzione.
Si tratta di un interesse complesso, articolato in diverse
situazioni giuridiche, che hanno trovato riconoscimento e tutela sia
nell’ordinamento internazionale sia in quello interno.
Quanto al primo, la Convenzione sui diritti del fanciullo (per
quest’ultimo dovendosi intendere «ogni essere umano avente un’eta’
inferiore a diciotto anni, salvo se abbia raggiunto prima la
maturita’ in virtu’ della legislazione applicabile», ai sensi
dell’art. 1 della Convenzione stessa), fatta a New York il 20
novembre 1989, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 27
maggio 1991, n. 176, dispone nell’art. 3, primo comma, che «In tutte
le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle
istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali,
delle autorita’ amministrative o degli organi legislativi,
l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione
preminente».
La Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli,
adottata dal Consiglio d’Europa a Strasburgo il 25 gennaio 1996,
ratificata e resa esecutiva con legge 20 marzo 2003, n. 77, nel
disciplinare il processo decisionale nei procedimenti riguardanti un
minore, detta le modalita’ cui l’autorita’ giudiziaria deve
conformarsi «prima di giungere a qualunque decisione», stabilendo
(tra l’altro) che l’autorita’ stessa deve acquisire «informazioni
sufficienti al fine di prendere una decisione nell’interesse
superiore del minore». La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a
Strasburgo, nell’art. 24, comma secondo, prescrive che «In tutti gli
atti relativi ai minori, siano essi compiuti da autorita’ pubbliche o
da istituzioni private, l’interesse superiore del minore deve essere
considerato preminente»; e il comma terzo del medesimo articolo
aggiunge che «Il minore ha diritto di intrattenere regolarmente
relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo
qualora cio’ sia contrario al suo interesse».
Come si vede, nell’ordinamento internazionale e’ principio
acquisito che in ogni atto comunque riguardante un minore deve
tenersi presente il suo interesse, considerato preminente. E non
diverso e’ l’indirizzo dell’ordinamento interno, nel quale
l’interesse morale e materiale del minore ha assunto carattere di
piena centralita’, specialmente dopo la riforma attuata con legge 19
maggio 1975, n. 151 (Riforma del diritto di famiglia), e dopo la
riforma dell’adozione realizzata con la legge 4 maggio 1983, n. 184
(Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori), come
modificata dalla legge 28 marzo 2001, n. 149, cui hanno fatto seguito
una serie di leggi speciali che hanno introdotto forme di tutela
sempre piu’ incisiva dei diritti del minore.
3.1. – Cio’ posto, si deve osservare che la legge non da’ una
definizione della potesta’ genitoriale, ma nell’art. 147 cod. civ.
prevede i doveri dei coniugi verso i figli, individuandoli come
obblighi di «mantenere, istruire ed educare la prole, tenendo conto
delle capacita’, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei
figli». La norma ripete la formula dell’art. 30, primo comma, Cost.
(«E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i
figli, anche se nati fuori del matrimonio») e dal combinato disposto
delle due disposizioni si evince il nucleo di detta potesta’, che si
collega all’obbligo dei genitori di assicurare ai figli un completo
percorso educativo, garantendo loro il benessere, la salute e la
crescita anche spirituali, secondo le possibilita’ socio-economiche
dei genitori stessi.
E’ evidente, dunque, che la potesta’ genitoriale, se
correttamente esercitata, risponde all’ interesse morale e materiale
del minore, il quale, dunque, e’ inevitabilmente coinvolto da una
statuizione che di quella potesta’ sancisca la perdita.
E’ possibile, e la stessa Costituzione lo prevede (art. 30,
secondo comma), che uno o entrambi i genitori si rivelino incapaci di
assolvere i loro compiti, con conseguente necessita’ per il
legislatore di disporre interventi sostitutivi (artt. 330 e seguenti
cod. civ.). E del pari e’ possibile che la condotta di uno o di
entrambi i genitori sia idonea ad integrare gli estremi di un reato,
in relazione al quale il legislatore, nel ragionevole esercizio della
sua discrezionalita’, ritenga che, in caso di condanna, si debba
rendere applicabile la pena accessoria della perdita della potesta’.
Tuttavia, proprio perche’ la pronunzia di decadenza va ad
incidere sull’interesse del minore sopra indicato, non e’ conforme al
principio di ragionevolezza, e contrasta quindi con il dettato
dell’art. 3 Cost., il disposto della norma censurata che, ignorando
il detto interesse, statuisce la perdita della potesta’ sulla base di
un mero automatismo, che preclude al giudice ogni possibilita’ di
valutazione e di bilanciamento, nel caso concreto, tra l’interesse
stesso e la necessita’ di applicare comunque la pena accessoria in
ragione della natura e delle caratteristiche dell’episodio criminoso,
tali da giustificare la detta applicazione appunto a tutela di
quell’interesse.
La violazione del principio di ragionevolezza, che consegue
all’automatismo previsto dalla norma censurata, deve essere affermata
anche alla luce dei caratteri propri del delitto di cui all’art. 567,
secondo comma, cod. pen. Infatti, quest’ultimo, diversamente da altre
ipotesi criminose in danno di minori, non reca in se’ una presunzione
assoluta di pregiudizio per i loro interessi morali e materiali, tale
da indurre a ravvisare sempre l’inidoneita’ del genitore
all’esercizio della potesta’ genitoriale.
E’ ragionevole, pertanto, affermare che il giudice possa
valutare, nel caso concreto, la sussistenza di detta idoneita’ in
funzione della tutela dell’interesse del minore.
In senso contrario non giova richiamare l’ordinanza di questa
Corte n. 723 del 1988, che dichiaro’ la manifesta infondatezza della
questione di legittimita’ costituzionale della norma qui censurata,
in riferimento all’art. 30 Cost. Invero, la citata decisione fu
adottata sulla base di un parametro diverso da quello qui evocato e
seguendo un percorso argomentativo che non poteva tenere conto del
quadro normativo dianzi menzionato, perche’ in larga parte non ancora
intervenuto.
Pertanto, deve essere dichiarata l’illegittimita’ costituzionale
dell’art. 569 cod. pen., nella parte in cui prevede che, in caso di
condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione
di stato di cui all’art. 567, secondo comma, cod. pen., debba
conseguire automaticamente la perdita della potesta’ genitoriale,
cosi’ precludendo al giudice ogni possibilita’ di valutazione
dell’interesse del minore nel caso concreto.

Per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara l’illegittimita’ costituzionale dell’articolo 569 del
codice penale, nella parte in cui stabilisce che, in caso di condanna
pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di
stato, previsto dall’articolo 567, secondo comma, del codice penale,
consegua di diritto la perdita della potesta’ genitoriale, cosi’
precludendo al giudice ogni possibilita’ di valutazione
dell’interesse del minore nel caso concreto.
Cosi’ deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,
Palazzo della Consulta, il 15 febbraio 2012.

Il Presidente: Quaranta

Il Redattore: Criscuolo

Il Cancelliere: Melatti

Depositata in Cancelleria il 23 febbraio 2012.

Il Direttore della Cancelleria: Melatti

Testo non ufficiale. La sola stampa del dispositivo ufficiale ha carattere legale.

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