Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 06-10-2010) 13-01-2011, n. 691 Prova penale

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

Il ricorrente V.F. impugna la ordinanza di cui in epigrafe che ne ha dichiarato inammissibile l’istanza di revisione della sentenza definitiva della Corte di assise d’appello di Napoli del 20.12.2007, con la quale era stato condannato alla pena di anni quattro e mesi quattro di reclusione ed Euro 24.000,00 di multa per il delitto di cui all’art. 110 c.p. e D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73.

Contesta l’affermazione dell’impugnata ordinanza, secondo la quale nella specie con l’istanza di revisione si pretendeva in sostanza, e inammissibilmente, sulla base della sentenza assolutoria di G. V. presunto correo (cedente) del V. (acquirente), una valutazione diversa degli stessi fatti (riscontri alla chiamata in correità del L.), mentre in realtà ciò che rilevava – o doveva comunque farsi rientrare, anche previo giudizio di costituzionalità in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., nelle previsioni di cui agli artt. 630 e 634 c.p.p. – era l’incompatibilità fra una sentenza di assoluzione del cedente la droga e una sentenza di condanna del presunto acquirente.

Motivi della decisione

Nel caso di revisione previsto dall’art. 630 c.p.p., lett. a), che fa riferimento all’inconciliabilità tra "i fatti stabiliti a fondamento della sentenza … con quelli stabiliti in un’altra sentenza penale irrevocabile…", per "fatti stabiliti a fondamento" devono intendersi i "fatti" ritenuti nelle sentenze come oggettivamemte essenziali a giustificare la conclusione raggiunta. Le situazioni di contrasto di giudicati possono essere le più varie e non sono definibili in numero chiuso. La richiesta di revisione di cui al richiamato art. 630 c.p.p., lett. a) da rilievo all’errore di fatto e non alla valutazione del fatto. La norma dunque non prevede la possibilità di rivalutare lo stesso fatto, ma da rilievo a un contrasto tra due sentenze che sia tale da dimostrare una oggettiva realtà fattuale, irrevocabilmente accertata in altra sentenza e idonea a scagionare il condannato.

La condanna del V. si basava essenzialmente sulla chiamata in correità del L. e sul riscontro costituito da una scheda contabile intestata al V., consegnata al L. dal G. e attestante l’acquisto da parte sua di 1 kg. di eroina, con l’annotazione del relativo prezzo (50 milioni).

L’assoluzione del G. è derivata dalla ritenuta insufficienza del materiale probatorio nei suoi confronti e si colloca quindi su un piano di rilevanza ed efficacia ‘soggettivà della prova, senza con ciò pervenire a una negatoria oggettiva della transazione, tale da rifluire anche sulla posizione dell’acquirente, definita sulla base di un quadro probatorio esaustivo e sufficiente in riferimento ad essa. Nella richiesta di revisione, pertanto, sotto l’apparente deduzione di una inconciliabilità oggettiva e fattuale dei giudicati, in realtà insussistente (anche sotto il profilo – posto a base della sollevata questione di costituzionalità, conseguentemente irrilevante – del rapporto fra reato presupposto, o meglio parallelo, non oggettivamente escluso, e reato contestato), si pretendeva in sostanza, e inammissibilmente, di trasferire alla posizione del V. la valutazione di soggettiva inadeguatezza del quadro probatorio espressa a carico del suo presunto cedente, piegandosi così l’istituto della revisione a una funzione diversa da quella prevista.

Ne consegue la correttezza della decisione impugnata e il rigetto del ricorso.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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