Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 12-10-2010) 27-01-2011, n. 2973 Reato continuato e concorso formale

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

S.P.E., tramite il difensore, propone ricorre per Cassazione avverso la sentenza 12.10.2009 con la quale la Corte d’Appello di Ancona confermando la decisione 13.7.2006 del Tribunale di Ancona l’ha condannata alla pena di anni tre, mesi sei di reclusione e 1.200,00 Euro di multa oltre al pagamento delle spese processuali, dichiarandola interdetta per la durata di anni cinque dal pubblici uffici, siccome responsabile del reato di cui agli artt. 110 e 624 c.p., art. 61 c.p., nn. 5 e 11; artt. 81 cpv. e 646 c.p., art. 61 c.p., n. 11; art. 628 c.p., comma 3, n. 2; art. 61 c.p., n. 11; artt. 56 e 613 c.p., art. 61 c.p., n. 11; art. 624 c.p., art. 61 c.p., n. 11; artt. 81 cpv. e 624 c.p., art. 61 c.p., nn. 5 e 11;

artt. 81 cpv. e 624 c.p., art. 61 c.p., n. 11; artt. 81 cpv. e 613 c.p., art. 61 c.p., nn. 5 e 11.

La difesa richiede l’annullamento della sentenza impugnata e deduce:

1) Violazione dell’art. 13, comma 3 quater, D.Lgs perchè la imputata, straniera, è stata espulsa dal territorio nazionale con accompagnamento alla frontiera eseguito in data 18.12.2007, con conseguente obbligo del giudice di pronunciare sentenza di non luogo a procedere;

2) Violazione dell’art. 420 ter c.p.p., perchè il Tribunale non avrebbe disposto il rinvio della udienza dibattimentale del 13.7.2006 nonostante la tempestiva dichiarazione di astensione dalle udienze del difensore della imputata così come proclamato dal CNF per i giorni intercorrenti tra il 10.7.2006 e il 21.7.2006;

3) Violazione di legge perchè la querela è stata sporta in data 5.9.2003, oltre i termini di legge, in relazione a fatti di cui i figli del deceduto M. erano a conoscenza dall’aprile dello stesso anno;

4) Mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione della decisione impugnata, affermando in particolare che:

a) le dichiarazioni rese dai testimoni M.M. e M. R. non sarebbero idonee per la affermazione della responsabilità penale della imputata;

b) le dichiarazioni testimoniali rese da C.A. e dalla di lui figlia P. non sarebbero dimostrative della violazione dell’art. 613 c.p.;

c) le dichiarazioni rese dai figli della parte offesa Cl. non sarebbero dimostrative delle dichiarazioni accusatorie e in particolare quelle del C.A. si sono dimostrate generiche e prive di riscontri probatori;

d) le dichiarazioni rese dalla testimone CA. sono imprecise, vaghe e non credibili in relazione al furto dei gioielli, come inattendibili quelle della testimone CR..

Da ultimo la difesa sostiene che la Corte territoriale ha omesso completamente di motivare le lagnanze sollevate dalla difesa dell’imputata.

Esaminando partitamente i motivi di impugnazione il Collegio osserva quanto segue.

Il primo motivo di doglianza è infondato.

Il D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 13, comma 3 quater prescrive che nei casi in cui sia stata disposta la espulsione (di cui ai commi 3, 3 bis e 3 ter della medesima disposizione) di persona extracomunitaria che sia imputata in un procedimento penale, il giudice deve pronunciare sentenza di non luogo a procedere una volta che sia stata acquisita la prova della avvenuta espulsione, prima che sia stato emesso il provvedimento che dispone il giudizio.

Nel caso in esame risulta provato, per affermazione della stessa difesa, che la esecuzione della espulsione è stata eseguita con accompagnamento della S. alla frontiera, in data 18.12.2007.

Dall’esame degli atti appare evidente che il provvedimento di espulsione della S. dal territorio nazionale è stato eseguito in data successiva al provvedimento con il quale era stato disposto il giudizio della imputata, tanto che la stessa risultava essere presente sul territorio nazionale italiano in data 13.7.2006, come si desume dal verbale della udienza dibattimentale, avendo in quella data reso anche dichiarazioni spontanee.

In totale assenza dei presupposti dettati dal cit. art. 13, comma 3 quater, la doglianza è infondata e deve essere rigettata.

Parimenti infondata è la doglianza relativa alla denunciata violazione dell’art. 420 ter c.p.p..

Dalla trascrizione del verbale della udienza del 13.7.2010 si legge che il Tribunale, in ordine alla richiesta di rinvio avanzata dalla difesa dell’imputata aveva pronunciato ordinanza nei seguenti termini "…il Tribunale, rilevato che non sussiste il legittimo impedimento poichè la commissione di garanzia di cui alla L. n. 146 del 1990, art. 12 e per essa il Commissario delegato, ha rilevato con nota del 6.7.2006 che l’astensione dalle udienze proclamate il 5.7.2006 sarebbe avvenuta in violazione del rispetto del termine di preavviso e del termine di durata invitando peraltro, senza esito chi di interesse a revocare l’astensione ed eventualmente riproclamarla nel rispetto delle regole previste alla luce di quanto sopra rigetta la richiesta di rinvio".

Come rilevato dal giudice dell’appello, che ha respinto la relativa doglianza contenuta nell’atto di gravame in quella sede, successivamente al rigetto della richiesta ad opera del Tribunale, i difensori hanno continuato ad assistere la imputata, esercitando il ministero difensivo senza, quindi che si sia arrecato un pregiudizio al diritto di difesa della S..

La decisione della Corte territoriale è corretta e la doglianza della difesa nella presente sede appare infondata della seguente ed ulteriore considerazione.

Ai sensi dell’art. 420 ter c.p.p., comma 5 il giudice, richiesto del rinvio della udienza per impedimento dello imputato o del suo difensore, deve operare un duplice controllo: sia in relazione al profilo della tempestività della presentazione della istanza, sia in ordine alla legittimità del merito della richiesta.

Nel caso in esame il Tribunale ha proceduto al detto controllo ed ha espresso un giudizio in ordine al requisito della legittimità dell’impedimento indicato dal difensore, concludendo, motivatamente in senso negativo.

La difesa in questa sede censura la decisione della Corte territoriale che è in sè corretta, senza peraltro affrontare il presupposto tema attinente alla legittimità della decisione assunta dal Tribunale con l’ordinanza dibattimentale confutando in modo specifico e puntuale la illegittimità della decisione di primo grado, senza indicare quindi la erroneità della decisione del giudice dell’appello.

Per tale ragione il motivo è infondato e va rigettato.

In riferimento al terzo motivo di ricorso (questione attinente alla tempestività delle querele presentate nei confronti della S.), va rilevato che la difesa ripropone una questione che è già stata dedotta in primo grado, riformulata fra i motivi di appello ed in ordine alla quale la Corte territoriale ha dato una risposta adeguata richiamando consolidati principi ripetutamente affermati in sede di legittimità, pienamente condivisi da questo collegio e in forza dei quali va ribadito che: "il termine per la presentazione della querela decorre dal momento in cui il titolare ha conoscenza certa, sulla base di elementi seri, del fatto-reato nella sua dimensione oggettiva e soggettiva, conoscenza che può essere acquisita in modo completo soltanto se e quando il soggetto passivo abbia contezza dell’autore e possa, quindi, liberamente determinarsi; pertanto, nel caso in cui siano svolti tempestivi accertamenti, indispensabili per la individuazione del soggetto attivo, il termine di cui all’art. 124 c.p. decorre, non dal momento in cui la persona offesa viene a conoscenza del fatto oggettivo del reato, nè da quello in cui, sulla base di semplici sospetti, indirizza le indagini verso una determinata persona, ma dall’esito di tali indagini", v. fra le altre Cass. pen., sez. 5^, 9.7.2008, n. 33466, Ladogana.

In forza di detto principio, in tanto può essere validamente eccepita la tardività della querela proposta, in quanto venga fornita precisa indicazione circa il momento in cui il querelante ha avuto a disposizione tutti gli elementi utili per l’esercizio dei propri diritti.

Nel caso in esame la difesa (come anche in grado di appello) non ha fornito indicazioni precise, desumibili da atti del processo verificabili nella presente sede, sul momento in cui gli eredi M. hanno avuto piena e definitiva contezza degli illeciti commessi in danno del proprio congiunto; la difesa si limita a formulare una propria personale valutazione del momento in cui gli eredi M. avrebbero avuto contezza degli illeciti commessi in danno del congiunto.

Tale valutazione è frutto di una soggettiva interpretazione del contenuto della querela, tale da implicare, tra l’altro, un accertamento in fatto, che è precluso in questa sede.

Il motivo va quindi rigettato.

Passando al quarto motivo di impugnazione, va necessariamente premesso che la Corte d’Appello Anconetana nella propria sentenza ha recepito in toto la motivazione della decisione di primo grado, condividendola; di qui consegue che è possibile in questa sede procedere ad una lettura congiunta della due sentenze siccome l’una integratrice dell’altra v. in tal senso Cass. pen., sez. 3^, 1.2.2002 Lombardozzi attesa la omogeneità dei criteri seguiti in entrambe le decisioni.

Esaminando quindi le argomentazioni addotte dalla difesa in relazione a ciascuno dei capi di imputazione contestati e per i quali la S. è stata condannata, si deve rilevare che le doglianze si traducono, non già in una specifica indicazione di vizi della motivazione desumibili dalla lettura del provvedimento impugnato, ma in una diversa valutazione del materiale probatorio acquisito nel corso del giudizio ed accuratamente analizzato nella decisione di primo grado, recepita in toto in quella di appello.

Il motivo nelle sue articolazione si spinge pertanto verso una rivalutazione del merito della decisione, senza segnalare in modo puntuale vizi della motivazione riconducibili alla fattispecie processuale prevista dall’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), neppure sotto il profilo del "travisamento" della prova.

Il motivo, nel suo complesso, si appalesa quindi inammissibile alla luce del principio per il quale "Anche dopo la riforma introdotta dalla L. n. 46 del 2006, l’art. 606 c.p.p., lett. e), nel consentire la specifica indicazione di atti del processo dai quali risulti il vizio di motivazione, esclude che la corte di cassazione possa valutare, reinterpretandolo, il loro tenore, in quanto tale indicazione è funzionale solo a stabilire se la stessa motivazione indichi correttamente le prove poste a base della decisione o disattenda erroneamente quelle disegno contrario". v. Cass. Sez. 3^, 6.10.2009 n. 44914, Basile.

Va tra l’altro aggiunto che la difesa ricorrente pretende di dimostrare e argomentare le proprie doglianze attraverso la citazione di singole proposizioni estrapolate dalle dichiarazioni dei singoli testimoni.

Sotto questo profilo, il ricorso proposto appare inammissibile, perchè non è stata osservata il disposto dall’art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c).

Infatti, va qui ribadito che "Deve essere recepito ed applicato anche in sede penale il principio della "autosufficienza del ricorso", costantemente affermato, in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, dalla giurisprudenza civile, con la conseguenza che, quando si lamenti la omessa o travisata valutazione di specifici atti del processo penale, è onere del ricorrente suffragare la validità del suo assunto mediante la completa trascrizione dell’integrale contenuto degli atti medesimi (ovviamente nei limiti di quanto era già stato dedotto in precedenza), dovendosi ritenere precluso al giudice di legittimità il loro esame diretto, a meno che il fumus del vizio dedotto non emerga all’evidenza dalla stessa articolazione del ricorso. V. Cass. Sez. 1^, 18.3.2008, Falcone.

A ciò deve aggiungersi, sotto il profilo della valutazione del fondamento della doglianza, che: "In tema di motivi di ricorso per cassazione, la novella codicistica, introdotta con la L. n. 46 del 2006, che ha riconosciuto la possibilità di deduzione del vizio di motivazione anche con il riferimento ad atti processuali specificamente indicati nei motivi di impugnazione, non ha mutato la natura del giudizio di cassazione, che rimane pur sempre un giudizio di legittimità, sicchè gli atti eventualmente indicati devono contenere elementi processualmente acquisiti, di natura certa ed obiettivamente incontrovertibili, che possano essere considerati decisivi in rapporto esclusivo alla motivazione del provvedimento impugnato e nell’ambito di una valutazione unitaria, e devono pertanto essere tali da inficiare la struttura logica del provvedimento stesso (la corte ha altresì precisato che resta esclusa la possibilità di una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito, attraverso una diversa lettura, sia pure anch’essa logica, dei dati processuali o una diversa ricostruzione storica dei fatti o un diverso giudizio di rilevanza o attendibilità delle fonti prova).

Cass. Sez. 2^, 11.1.2007, Messina.

Posto che il quarto motivo è formulato ed esplicitato in modo difforme rispetto ai suddetti canoni, lo stesso deve essere dichiarato inammissibile.

Per le suddette ragioni il ricorso va rigettato e la parte ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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