Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 30-09-2010) 27-01-2011, n. 2992

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Pescara, con ordinanza in data 4 giugno 2009, rigettava l’istanza di riesame proposta da B.E.F. e B.M. avverso il provvedimento, in data 30 aprile 2009, con il quale il G.U.P. disponeva il sequestro conservativo, ai sensi dell’art. 316 c.p.p., commi 1 e 2, di fabbricati, terreni ed autovetture, analiticamente elencati, in relazione al procedimento penale a carico dei suddetti per i reati di cui agli artt. 416, 640, 56 e 629, 629 c.p..

Il Tribunale rilevava che il suddetto provvedimento era stato emanato su richiesta del pubblico ministero nel corso dell’udienza preliminare e, ritenuto indiscutibile il requisito del fumus commissi delicti a seguito della richiesta di rinvio a giudizio, quanto al periculum in mora condivideva le argomentazioni del g.u.p. e osservava che la richiesta di rinvio a giudizio contemplava anche due ipotesi di favoreggiamento reale a carico di due diverse imputate, cui si contestava la fittizia intestazione di immobili acquistati da B.E. con denaro compendio dei reati di truffa ed estorsione, oltre che di associazione per delinquere, ciò che lascerebbe "presupporre una meditata gestione del patrimonio immobiliare, illecitamente acquisito, volto all’occultamento della proprietà reale"; aggiungeva che i due ricorrenti, padre e figlio, nel corso delle indagini, venivano fermati alla frontiera mentre tentavano di esportare all’estero ingenti somme di denaro: questi ed altri comportamenti, emergenti anche da intercettazioni telefoniche ed ambientali, sono, ad avviso del Tribunale, "sintomatici della attualità e della concretezza del pericolo di dispersione delle garanzie per il pagamento delle spese del processo e delle obbligazioni civili derivanti dai reati".

Propongono ricorso per Cassazione i difensori dell’imputato, deducendo:

1) vizio di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), in relazione all’art. 125 c.p.p., comma 3, in quanto l’ordinanza impugnata avrebbe un portato motivazionale meramente riproduttivo delle argomentazioni svolte nel genetico provvedimento cautelare, senza che sia prestata attenzione alle deduzioni difensive, che richiamavano precedenti giurisprudenziali e, soprattutto, allegavano elementi di prova documentale. Tra questi ultimi i ricorrenti citano quelli dai quali risulterebbe che F.S. e F.P. avrebbero regolarmente acquistato due immobili di cui, invece, è stata contestata l’intestazione fittizia. Con riferimento, poi, al giudizio prognostico di dispersione di beni immobili fondato sulle "modalità di esportazione di occultamento del denaro", i ricorrenti osservano che con la richiesta di riesame era stata censurata la illogicità del giudizio stesso e soprattutto la sua contrarietà agli insegnamenti del giudice di legittimità, che ritiene la natura dei beni un parametro di riferimento per valutare la sussistenza del rischio di dispersione. 2) vizi di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), in relazione all’art. 316 c.p. I ricorrenti affermano l’insussistenza di elementi concreti e specifici dai quali poter inferire il pericolo di dispersione. Con riferimento alle presunte intestazioni fittizie, osservano che, comunque, esse sarebbero avvenute in favore di soggetti coimputati e non di soggetti terzi estranei al procedimento penale e, dunque, non sarebbero tali da sottrarre il bene immobile al patrimonio costituente la garanzia dell’eventuale credito delle persone offese; inoltre, le medesime intestazioni sarebbero avvenute due mesi prima dell’avvio del procedimento penale e da ciò deriverebbe la impossibilità di ravvisare in siffatte condotte la volontà di disperdere i beni per sottrarli alla garanzia dei crediti delle persone offese.

Ad avviso dei ricorrenti il giudice del riesame sarebbe incorso in palese fraintendimento laddove ha ritenuto che dagli atti di indagine fossero emerse intestazioni fittizie di beni immobili, ciò che sarebbe, invece, escluso dalla citata documentazione di regolare acquisto. Infine, i ricorrenti censurano nuovamente la prognosi di dispersione di beni immobili fondata sulle modalità di esportazione e di occultamento del denaro, ignorando la differente natura dei beni che dovrebbe costituire un insostituibile parametro di riferimento.

Hanno depositato una memoria i difensori delle parti civili K. S.H.U., M.L.H. e S.M., chiedendo che il ricorso venga dichiarato inammissibile o, comunque, rigettato, in quanto propone questioni di merito già ampiamente vagliate dal giudice del riesame.
Motivi della decisione

I motivi di ricorso sono manifestamente infondati ovvero non consentiti nel giudizio di legittimità e devono essere dichiarati inammissibili. I difensori ricorrenti, sotto l’apparente deduzione di violazioni di legge, in realtà pretendono da questo giudice di legittimità una rivalutazione dei giudizi espressi dal giudice di merito in ordine alle risultanze di fatto, per di più con riferimento ad una misura cautelare reale, in relazione alla quale il ricorso per Cassazione è consentito solo per violazione di legge, mentre gli stessi difensori ricorrenti parlano di "palese fraintendimento" e di "illogicità del giudizio" dei giudici di merito. D’altro canto, su tutti i punti denunciati con il ricorso l’ordinanza impugnata ha fornito adeguata motivazione e, pertanto, è manifestamente infondata la censura di violazione dell’art. 125 c.p.p., comma 3.

Alla inammissibilità del ricorso consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonchè, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., al versamento ciascuno della somma, che si ritiene equa, di Euro 1000,00 a favore della cassa delle ammende.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno della somma di Euro 1000,00 alla cassa delle ammende.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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