Cass. civ. Sez. I, Sent., 07-03-2011, n. 5360

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

1. – Con decreto del 27 novembre 2007, la Corte d’Appello di Catania ha accolto la domanda di equa riparazione proposta da V. C. nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze per la violazione del termine di ragionevole durata del processo, verificatasi in un giudizio dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia. Sezione staccata di Catania, promosso dal V. per il pagamento del corrispettivo dovuto plus-orario prestalo in favore dell’Azienda Ospedaliera Papardo di Messina.

Premesso che il giudizio, iniziato nell’anno 1996, non era stato ancora definito in primo grado, la Corte, per quanto ancora rileva in questa sede, ne ha determinato in tre anni la durata ragionevole, e, tenuto conio della natura della causa, che non comportava la risoluzione di problematiche complesse e non presentava rilevanti risvolti economici, ha liquidato equitativamente il danno non patrimoniale in complessivi Euro 4.888,00, pari ad Euro 600,00 per ogni anno di ritardo.

2. – Avverso il predetto decreto il V. propone ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze resiste con controricorso.
Motivi della decisione

1. – Con l’unico motivo d’impugnazione, il ricorrente denuncia la violazione e/o la falsa applicazione della L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2, commi 2 e 3, e dell’art. 6, par. 1 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, censurando il decreto impugnato nella parte in cui, a fronte della durata abnorme del giudizio presupposto, ha liquidato l’indennizzo dovuto in misura irrisoria e comunque inferiore ai parametri adottati dalla Corte l’europea dei Diritti dell’Uomo e dalla stessa giurisprudenza di legittimità, senza tener conto dell’avvenuta presentazione di istanze di prelievo da parte di esso ricorrente e della rilevanza dell’interesse economico sotteso alla controversia, nonchè del patema d’animo in lui ingenerato dalle aspettative connesse all’avvenuto accoglimento di analoghe domande, con conseguente svuotamento della garanzia assicurata dall’art. 6 cit..

1.1. – Il motivo è inammissibile, in quanto corredato da un quesito di diritto inadeguato rispetto a quanto prescritto dall’art. 366 bis cod. proc. civ..

L’abrogazione di tale disposizione ad opera della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 47, comma 1, lett. d), non ne esclude infatti l’applicabilità al ricorso in esame, avente ad oggetto un decreto pubblicato in data anteriore al 4 luglio 2009, tenuto conto dell’efficacia non retroattiva della normativa in esame e della disposizione transitoria specificamente dettata dalla L. n. 69 cit., art. 58, comma 5, secondo cui la nuova disciplina trova applicazione esclusivamente ai ricorsi per cassazione proposti avverso i provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore della medesima legge (cfr. Cass. Sez. 2^ 27 settembre 2010, n. 20323:

Cass. Sez. 3^, 24 marzo 2010, n. 7119).

1.2. – Com’è noto, la formulazione del quesito di diritto assolve la funzione di porre il Giudice di legittimità in condizione di cogliere immediatamente, attraverso la lettura del ricorso, la questione sottoposta al suo esame, mediante l’individuazione dell’errore di diritto asseritamente commesso dal giudice di merito e l’indicazione della regula juris che il ricorrente ritiene debba applicarsi al caso concreto (cfr. Cass. Sez. lav., 7 aprile 2009, n. 8463). In quanto funzionale all’enunciazione diretta ed immediata di un principio di diritto suscettibile di ricevere applicazione anche in casi ulteriori rispetto a quello deciso dal provvedimento impugnato, e quindi ad un migliore esercizio della funzione nomofilattica della Corte di cassazione, il quesito deve consistere in una sintesi logico-giuridica della questione originale ed autosufficiente (cfr. Cass. Sez. 1^ 24 luglio 2008, n. 20409): esso deve pertanto investire la ratio decidendi del provvedimento impugnato, proponendone una alternativa e tale da comportare il ribaltamento della decisione assunta dal giudice di merito (cfr.

Cass., Sez. 3^, 19 febbraio 2009, n. 4044; Cass., Sez. lav., 26 novembre 2008, n. 28280), e non può essere desunto, neppure parzialmente, dal contenuto del motivo, al quale deve comunque corrispondere, focalizzando la questione di diritto essenziale per la decisione (cfr. Cass. Sez. Un. 2 aprile 2008 n. 8466; 11 marzo 2008, n. 6420).

Tali requisiti non risultano soddisfatti dal quesito enunciato a conclusione del motivo d’impugnazione, la cui formulazione non coglie la ratio del decreto impugnato, e non appare quindi tale da consentire a questa Corte di enunciare un principio di diritto conforme o contrario: il ricorrente chiede infatti un’astratta pronuncia in ordine alla legittimità della liquidazione di un indennizzo per la violazione del termine di durata ragionevole del processo inferiore a quello risultante dall’applicazione dei parametri enunciati dalla Corte EDU, senza lare alcun riferimento agli elementi, pur enunciati nel decreto impugnato, che hanno indotto la Corte d’Appello a discostarsi dai predetti parametri, nè agli altri elementi, da lui stesso indicati nel motivo, la cui valutazione avrebbe dovuto condurre ad una decisione diversa.

2. – Il ricorso va pertanto dichiaralo inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.
P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso, e condanna V. C. al pagamento delle spese processuali, che si liquidano in Euro 600,00 per onorario, oltre alle spese prenotate a debito.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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