Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 11-03-2011, n. 5892 Contributi

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Napoli, con sentenza del 27.11.2003, respinta l’eccezione di prescrizione, ex lege n. 335 del 1995, dei crediti dell’INPS relativi ad omissioni contributive e corrispondenti sanzioni, di cui al verbale di accertamento notificato alla spa Flortida il 10.11.1995 e ad ordinanza ingiunzione conseguente a successivo verbale di accertamento notificato il 16.3.1996, aveva annullato le cartelle esattoriali e condannato la società alla corresponsione, in favore dell’istituto, della somma di Euro 346.965,45.

La Corte di Appello di Napoli, con sentenza del 10.12.2008, rigettava il gravame della società e confermava la sentenza impugnata.

In sintesi, sosteneva che, essendo l’atto interruttivo della prescrizione intervenuto in data 10.11.1995 (notifica del verbale ispettivo del 10.8.1995), doveva calcolarsi da tale data un ulteriore termine decennale, onde: essendo stata la cartella notificata il 30.1.2001, non poteva ritenersi sussistente la dedotta causa estintiva del credito azionato dall’istituto. Affermava che doveva conferirsi valore decisivo ai verbali ispettivi, particolarmente dettagliati ed articolati e confermati in udienza da funzionario che aveva anche ricevuto le dichiarazioni dei lavoratori: che, peraltro, si dava atto nel verbale ispettivo della consultazione non solo dei fogli paga relativi ad impiegati ed operai, ma anche dei libri matricola, nonchè delle scritture obbligatorie quanto agli operai assunti con contratto di formazione e lavoro. Assumeva che la intercorrenza con i lavoratori di un rapporto di lavoro autonomo era da ritenersi logicamente e giuridicamente incompatibile con la registrazione dei predetti nei libri paga e matricola inerenti il personale dipendente e che la sussistenza di rapporti instaurati secondo lo schema della subordinazione aveva ricevuto adeguato conforto dalle dichiarazioni rese dagli stessi lavoratori in sede ispettiva, maggiormente genuine e concordanti rispetto a quelle rese, invece, in sede istruttoria Rilevava, infine, l’incompatibilità delle affermazioni dell’opponente società, circa la non debenza degli importi per contributi riferiti all’anno 1994, con elementi oggettivi idonei ad escludere la cessazione dell’attività della società già dal 1993.

Propone ricorso per cassazione la società, affidando l’impugnazione a sette motivi.

Resiste con controricorso l’INPS, anche quale mandatario della SCCI spa; la Sari (Equitalia Polis spa) è rimasta intimata.
Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso la spa Flortida in liquidazione deduce violazione di legge L. n. 335 del 1995, ex art. 3, comma 9, lett. B, assumendo l’applicabilità ai crediti per cui è causa del nuovo regime prescrizionale a far data dal 17.8.1995 ed evidenziando che le violazioni imputate non vertono in materia di gestione pensionistica, per cui alle stesse doveva ritenersi immediatamente applicabile, con decorrenza dalla data indicata, il suddetto regime di estinzione del credito. Pone al riguardo quesito di diritto, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c..

Con il secondo lamenta la violazione dell’art. 414 c.p.c., art. 2697 c.c. e L. n. 689 del 1981, art. 14.

Sostiene che l’atto ingiuntivo è affetto da nullità ai sensi dell’art. 414 c.p.c., nn. 3 e 4, e che lo stesso non può ritenersi sanato, rilevando che le violazioni imputate alla società erano state formulate senza indicazione del nominativo degli operai, senza indicazione del contratto, nè dell’articolo violato, senza determinazione dell’oggetto e che anche il verbale ispettivo era stato redatto in assenza di contraddittorio. Peraltro, i libri matricola relativi agii operai non sono erano mai stati richiesti dall’INPS all’azienda, laddove era l’istituto a dover provare il fondamento de proprio diritto ex art. 2697 c.c.. Anche con riguardo al detto motivo di ricorso formula quesito di diritto.

Con il terzo, deduce la violazione di legge ed il difetto di motivazione della sentenza impugnata che non recepisce l’eccezione della società Flortida sulla violazione della L. n. 689 del 1981, art. 35.

Lamenta, con il quarto motivo, la violazione dell’art. 2697 c.c., in relazione ad altro capo della decisione e la contraddittoria e insufficiente motivazione, in particolare sostenendo che gli operai, per i quali esisteva il contratto d’opera, avevano dichiarato in sede ispettiva le stesse circostanze confermate in giudizio, nel senso che ogni differenza rilevabile tra le affermazioni rese era di natura solo terminologica e che l’INPS in sede ispettiva non aveva mai visionato i libri matricola degli operai, come era evidente dalla lettura della prima pagina del verbale ispettivo. Pone, a conclusione della parte argomentativa del motivo, ulteriore quesito di diritto.

Con il quinto motivo, censura la sentenza, deducendo la violazione di legge e la contraddittoria motivazione su un ulteriore capo, evidenziando che l’imponibile contributivo per l’anno 1994, quale risultante dal verbale ispettivo, non poteva considerarsi un dato contabile oggettivo e che i dati documentali, bilancio e verbale di guardia di finanza, deponevano in senso antitetico a quanto argomentato nella decisione.

Lamenta, con il sesto motivo, la contraddittorietà ed insufficienza della motivazione, in relazione a quanto ritenuto in merito alla domanda di condono, riferito a precise omissioni e violazioni ed ai relativi importi, con la conseguenza che il Ctu non avrebbe dovuto limitarsi a defalcare la somma pagata, ma avrebbe dovuto espungere dal conteggio l’intera somma riferita alla omessa presentazione dei DM 10. Deduce, altresì, violazione di legge con riguardo allo stesso capo della decisione, nella parte in cui aveva recepito quanto asserito dall’ausiliare in ordine all’impossibilità di esaminare il tipo di inadempienze oggetto di regolarizzazione.

Infine, con il settimo motivo, deduce la violazione dell’art. 112 c.p.c., per vizio di ultrapetizione, in relazione alla insufficiente motivazione con riguardo alla condanna al pagamento di somma diversa da quella di cui alle istanze creditorie, riferite a crediti diversi da quelli di cui alle ordinanze ingiunzioni.

Con riguardo al primo motivo di ricorso, deve rilevarsi, in termini generali, che la L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 9, così dispone: "Le contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria si prescrivono e non possono essere versate con il decorso dei termini di seguito indicati: a) dieci anni per le contribuzioni di pertinenza del Fondo pensioni lavoratori dipendenti e delle altre gestioni pensionistiche obbligatorie, compreso il contributo di solidarietà previsto dal D.L. 29 marzo 1991, n. 103, art. 9 bis, comma 2, convertito, con modificazioni, dalla L. 1 giugno 1991, n. 166, art. 9 bis, comma 2, ed esclusa ogni aliquota di contribuzione aggiuntiva non devoluta alle gestioni pensionistiche. A decorrere dal 1 gennaio 1996 tale termine è ridotto a cinque anni salvi i casi di denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti;

b) cinque anni per tutte le altre contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria".

Il comma 10 prevede, poi, che i termini di prescrizione di cui al comma 9 si applicano anche alle contribuzioni relative ai periodi precedenti la data di entrata in vigore della legge, fatta eccezione per i casi di atti interruttivi già compiuti o di procedure iniziate nel rispetto della normativa precedente.

Atteso che l’INPS ha interrotto i termini con la notifica del verbale ispettivo del 10.8.1995, ne consegue che correttamente la Corte territoriale ha ritenuto che continuasse ad applicarsi la prescrizione decennale prevista per le contribuzioni di pertinenza del Fondo pensioni lavoratori dipendenti e delle altre gestioni pensionistiche obbligazione, compreso il contributo di solidarietà e che per tali contribuzioni il termine decennale venisse protratto fino al 31.12.1995, riducendosi a cinque anni solo dal 1 gennaio 1996 (Cass. 24.2.2005 n. 3846, e: da ultimo. Cass. 26.1.2010 n. 1583 e 18.6.2010 n. 14776, conformi a Cass., s.u., 4.3.2008 n. 5784, secondo cui in tema di prescrizione del diritto degli enti previdenziali ai contributi dovuti dai lavoratori e dai datori di lavoro, ai sensi della L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10, il termine di prescrizione dei contributi relativi a periodi precedenti l’entrata in vigore della legge (17 agosto 1995) resta decennale nel caso di atti interruttivi compiuti dall’INPS nel periodo tra la data suddetta ed il 31 dicembre 1995, i quali – tenuto conto dell’intento del legislatore di realizzare un "effetto annuncio" idoneo ad evitare la prescrizione dei vecchi crediti – valgono a sottrarre a prescrizione i contributi maturati nel decennio precedente l’atto interruttivo;

dalla data di questo inizia a decorrere un nuovo termine decennale di prescrizione).

La ricorrente ha, invero, al riguardo formulato una contestazione affatto generica, sostenendo che la controversia si riferisce a contribuzioni diverse da quelle pensionistiche e che, quindi, il termine quinquennale dovesse avere decorrenza immediata dalla data di entrata in vigore dalla legge, senza possibilità di differimento dell’applicabilità del nuovo regime anche in caso di atti interruttivi compiuti dopo il 17.8.1995 e prima del 31.1.1995. ma non ha specificato di quale contribuzione si tratti, diversa da quella destinata alla gestione pensionistica, onde il motivo deve ritenersi inammissibile per la sua assoluta genericità, che non consente di valutare se il rilievo sia fondato.

Il secondo motivo deve essere disatteso in forza della considerazione che le omissioni di cui si assume la sussistenza attengono non al provvedimento ingiuntivo, quanto piuttosto al verbale ispettivo, per cui, al di là della specificità delle censure, riferite anche a mancato assolvimento da parte dell’INPS dell’onere di provare la fondatezza del proprio diritto, la censura, per come formulata, non è idonea a rimuovere il giudicato di merito relativo alla validità e completezza del ricorso avanzato in sede monitoria.

Quanto a terzo motivo di ricorso, deve osservarsi che non è specificato in cosa consista l’assunta violazione di legge, atteso che la L. n. 689 del 1981, art. 35, comma 3, richiamato in ricorso prevede che, con la stessa ordinanza e dagli stessi enti stano applicate le relative sanzioni in relazione alle altre violazioni, diverse dall’omissione totale o parziale dei versamenti di contributi e premi di cui al precedente comma, quando venga accertato che dalle stesse violazioni derivi l’omesso o parziale versamento di contributi e premi. Deve, dunque, anche, in relazione alla formulazione di tali motivo, rilevarsi che non è affatto specificato il motivo per il quale sì ritiene che dalla corresponsione di retribuzioni inferiori a quelle dovute non scaturisca anche un debito contributivo della società e, peraltro, neanche si specifica, con riferimento al dedotto vizio di motivazione, la precisa omissione ravvisarle nelle argomentazioni addotte a fondamento della sentenza impugnata.

Con il quarto motivo si deduce, poi, che gli operai avevano riferito in sede ispettiva circostanze conformi a quanto dichiarato in sede giudiziaria, salvo differenze meramente terminologiche, ma, al di là del fatto che non si riporta neanche il contenuto delle dichiarazioni richiamate, che, a dire della ricorrente, deporrebbero in senso diverso da quello ritenuto dalla corte territoriale, non si precisa neanche quale sia il fatto controverso e decisivo per il giudizio, onde la censura risulta formulata in termini non idonei a supportare ogni valutazione circa il dedotto vizio motivazionale denunciato.

Il quinto motivo deve essere ugualmente disatteso, rilevandosi che i dati contabili (bilancio e verbale della guardia di finanza) che supporterebbero il vizio motivazionale non sono, quanto al loro contenuto, esplicitati nella presente sede e ciò in dispregio del principio di autosufficienza e di quanto prescritto, per i ricorsi relativi a sentenze pubblicate dopo l’entrata in vigore della L. n. 40 del 2006, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione al deposito di atti processuali documenti, contratti collettivi o accordi collettivi su cui il ricorso si fonda. Il requisito non appare soddisfatto, atteso che si è omesso di precisare in quale sede processuale gli atti richiamati sono stati prodotti nelle fasi di merito e dove, quindi, la Corte potrebbe esaminarli in questa sede; per effetto della relativa già avvenuta produzione nelle fasi di merito. Al riguardo, è stato, invero, osservato, che anche con riferimento al regime processuale anteriore al D.Lgs. n. 40 del 2006, ad integrare il requisito della ed autosufficienza del motivo di ricorso per cassazione concernente, ai sensi dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5 (ma la stessa cosa dicasi quando la valutazione deve essere fatta ai fini dello scrutinio di un vizio ai sensi dell’art. 360, n. 3 o di un vizio costituente error in procedendo ai sensi dei nn. 1, 2 e 4 di detta norma), la valutazione da parte del giudice di merito di prove documentali, è necessario non solo che tale contenuto sia riprodotto nel ricorso, ma anche che risulti indicata la sede processuale de giudizio di merito in cui la produzione era avvenuta e la sede in cui nel fascicolo d’ufficio o in quelli di parte, rispettivamente acquisito e prodotti in sede di giudizio di legittimità essa è rinvenibile. L’esigenza di tale doppia indicazione, in funzione dell’autosufficienza, si giustificava al lume della previsione del vecchio dell’art. 369 cod. proc. civ., comma 2, n. 4, che sanzionava (come, del resto, ora il nuovo) con l’improcedibilità la mancata produzione dei documenti fondanti il ricorso., producibili (in quanto prodotti nelle fasi di merito) ai sensi dell’art. 372 cod. proc. civ., comma 1 (cfr. Cass. 25.5.2007 n. 12239; Cass. 20594/2007; 20437/2008; 4056/2009).

Infine, in violazione del principio di autosufficienza risulta pure formulato il sesto motivo, in cui si denunzia la mancata espunzione dall’importo cui si riferisce la condanna della società di somme già oggetto di condono, pur non censurandosi specificamente i punti della ctu non prodotta e non specificandosi l’oggetto della regolarizzazione contributiva con riguardo al preciso ammontare dei contributi non versati cui di riferirebbe la istanza.

Nell’esposizione del motivo, riferito pure a violazione di legge, non si indicata nemmeno la disposizione normativa di cui si assume la avvenuta violazione.

Infine, con riguardo all’ultimo dei motivi di ricorso, deve rilevarsi che non risulta specificato se nell’atto di gravame sia stata proposta puntuale censura al riguardo relativamente al contenuto della sentenza di primo grado e non si riporta il contenuto dell’atto di appello da cui si evincerebbe la violazione del principio di corrispondenza del chiesto ai pronunciato, osservandosi che il corrispondente vizio risulta anche impropriamente dedotto come omessa insufficiente e contraddittoria motivazione, e non ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Per concludere, il ricorso va rigettato e va confermata la sentenza impugnata, per essere la stessa supportata da una motivazione che, oltre ad essere congrua e priva di salti logici, ha fatto corretta applicazione della normativa applicabile alla fattispecie in esame.

Deve dichiararsi non tenuto la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio nei confronti dell’INPS, trovando applicazione, ratione temporis e con riguardo all’epoca di presentazione del ricorso introduttivo di primo grado, il vecchio testo dell’art. 152 disp. att. c.p.c., laddove nulla va statuito sulle spese nei riguardi delle parti rimaste intimate.
P.Q.M.

La Corte così provvede:

rigetta il ricorso. Nulla per spese.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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