Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 12-01-2011) 10-02-2011, n. 4859 Motivi di ricorso

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

Il Tribunale del riesame di Lecce, in parziale riforma dell’ordinanza, in data 23 agosto 2010, del G.I.P. presso il Tribunale di Lecce, nei confronti di T.A., (nei cui confronti era stata applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari, quale indagato del reato di estorsione, in quanto, in qualità di controllore ferroviario aveva richiesto denaro ad una coppia di coniugi per lasciarli in un posto di vagone letto che non avevano diritto di occupare), sostituiva la misura cautelare con quella della sospensione totale dall’esercizio del pubblico servizio svolto.

Proponeva ricorso per Cassazione il difensore dell’imputato deducendo i seguenti motivi:

a) violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), violazione ed errata applicazione dell’art. 273 c.p. in relazione all’art. 629 c.p., e art. 61 c.p., n. 9, e motivazione carente, illogica e contraddittoria, fondandosi l’ipotesi accusatoria esclusivamente sulle dichiarazioni rese dalla parte offesa, avendo ritenuto inverosimile e inattendibile la versione alternativa del ricorrente, ritenendo, tutt’al più, potersi configurare a suo carico il reato di "atto contrario ai doveri d’ufficio", ex art. 328 c.p.;

b) violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), violazione ed errata applicazione dell’art. 274 c.p. in relazione agli artt. 274 e 279 c.p.p. In relazione all’art. 629 c.p., e art. 61 c.p., n. 9 e motivazione carente, illogica e contraddittoria, essendo stata comminata al ricorrente la sospensione cautelare non disciplinare, per la durata del procedimento, ai sensi dell’art. 60 c.p., del contratto collettivo nazionale di lavoro delle ferrovie e non essendovi, quindi, il pericolo di un eventuale reiterazione della condotta delittuosa, mancando, inoltre, il requisito della proporzionalità e adeguatezza della misura disposta con riferimento ai fatti, non avendo il Tribunale valutato il comportamento collaborativo del ricorrente.
Motivi della decisione

Il ricorso è manifestamente infondato e va dichiarato inammissibile.

1) Con riferimento al primo motivo di ricorso, sia il G.I.P. che il Tribunale della Libertà hanno ritenuto l’attendibilità del teste R., rilevando come non si comprenderebbe per quale motivo la parte offesa avrebbe dovuto denunciare il T., anzichè essergli grato, in base alla versione alternativa fornita dall’indagato, per l’asserito favore ricevuto. Quanto sopra è in linea con il costante insegnamento di questa Corte Suprema che ha più volte affermato il principio, condiviso dal Collegio, che in tema di valutazione della prova testimoniale, a base del libero convincimento del giudice, possono essere poste le dichiarazioni della parte offesa e quelle di un testimone legato da stretti vincoli di parentela con la medesima. Ne consegue che la deposizione della persona offesa dal reato, pur se non può essere equiparata a quella del testimone estraneo, può tuttavia essere assunta anche da sola come fonte di prova, ove sia sottoposta a un attento controllo di credibilità oggettiva e soggettiva, non richiedendo necessariamente neppure riscontri esterni, quando non sussistano – come nel caso di specie – situazioni che inducano a dubitare della sua attendibilità.

(Sez. 3, Sentenza n. 22848 del 27/03/2003 Ud. – dep. 23/05/2003 – Rv.

225232). Inoltre in tema di prove, la valutazione della credibilità della persona offesa dal reato rappresenta una questione di fatto che ha una propria chiave di lettura nel compendio motivazionale fornito dal giudice e che non può essere rivalutata in sede di legittimità, a meno che il giudice non sia incorso in manifeste contraddizioni.

(Sez. 3, Sentenza n. 8382 del 22/01/2008 Ud. – dep. 25/02/2008 – Rv.

239342). In realtà la Corte territoriale ha evidenziato – con motivazione non censurabile – anche validi elementi di riscontro alle dichiarazioni del R. con riferimento alla flagranza della condotta appropriativa con la corresponsione di Euro 50 per la restituzione dei documenti che erano stati trattenuti dall’indagato, non avendo avuto i coniugi R., allorchè si trovavano sul treno, la somme di denaro richiesta dal T. che aveva loro prelevato i documenti "in garanzia" di tale pagamento. Con motivazione coerente logica, inoltre, il Tribunale ha disatteso la versione alternativa fornita dall’indagato, ritenuta incompatibile con il trattenimento dei documenti delle vittime.

Va, anche, rilevato che, sia in materia di misure cautelari personali, sia in tema di misure interdittive, allorchè sia denunciato, con ricorso per Cassazione, vizio di motivazione del provvedimento emesso dal Tribunale, alla Corte di legittimità spetta solo il compito di verificare se il giudice di merito abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare gravità del quadro indiziario a carico dell’indagato, controllando la congruenza della motivazione riguardante la valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi di diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze probatorie. Il controllo di logicità, peraltro, deve rimanere all’interno del provvedimento impugnato e non è possibile procedere a una nuova o diversa valutazione degli elementi indizianti o a un diverso esame degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate (Cass. pen., Sez. 2A, 17/12/2004, n. 3240).

La condotta dell’indagato, allo stato, appare idonea a configurare il reato di estorsione per la costrizione posta in essere, mediante il trattenimento dei documenti degli indagati, al fine di ottenere una somma di denaro non dovuta.

2) Anche il secondo motivo è manifestamente infondato.

Il Tribunale della libertà ha già attenuato l’originaria misura cautelare degli arresti domiciliari con la più lieve misura interdittiva della sospensione dal servizio, con riferimento alla entità della pena che potrebbe essere in concreto irrogata e in considerazione delle specifiche circostanze in cui l’episodio si è verificato. il pericolo di reiterazione del reato è stato desunto dalla natura stessa del servizio prestato dall’indagato.

Quanto sopra rileva anche per dimostrare la manifesta infondatezza del ricorso sull’adeguatezza della misura, già attenuata e la cui motivazione appare, infatti, atta a spiegare la scelta della sospensione dal servizio quale misura idonea a prevenire il pericolo di reiterazione di reati della stessa specie, alla luce dell’orientamento di questa Corte, condiviso dal Collegio, secondo il quale in tema di scelta e adeguatezza delle misure cautelari, è sufficiente che il giudice indichi, con argomenti logico-giuridici tratti dalla natura e dalle modalità di commissione dei reati nonchè dalla personalità dell’indagato, gli elementi specifici che, nella singola fattispecie, fanno ragionevolmente ritenere quella applicata come la misura più adeguata ad impedire la prosecuzione dell’attività criminosa La prognosi sfavorevole circa la commissione di reati della stessa specie di quelli per cui si procede non è impedita dalla circostanza che l’incolpato sia stato sospeso cautelativamente del servizio dal proprio datore di lavoro, trattandosi di misure cautelari di natura diversa, per loro indipendenti, (amministrativa quest’ultima, di natura penale e quella erogata dall’autorità giudiziaria) a potendo, comunque, sempre essere revocata la prima.

E’ evidente, quindi, che le censure proposte dal ricorrente pur investendo formalmente la motivazione del provvedimento impugnato o la conformità dello stesso ai presupposti giuridici che lo giustificano, in realtà si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito. Tali censure sono pertanto improponibili, perchè superano i limiti cognitivi di questa Suprema Corte, che, quale giudice di legittimità, deve far riferimento solo all’eventuale mancanza della motivazione o alla sua illogicità o contraddittorietà. (Si vedano fra le tante: C SU 12/12/1994, De Lorenzo, CED199391; C 6, 15/05/2003, P., GD 2003, n 45,93).

Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonchè – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di Euro mille, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille alla Cassa delle ammende.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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