Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 18-11-2010) 17-02-2011, n. 5865 Detenzione, spaccio, cessione, acquisto

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

1. A.G. era imputato – in un procedimento penale che vedeva anche altri imputati – del delitto previsto e punito dagli artt. 110 e 81 cpv. c.p. e D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 1, così come modificato dalla L. 21 febbraio 2006, n. 49, perchè, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, senza l’autorizzazione di cui all’art. 17 e fuori dalle ipotesi previste dall’alt 75 del medesimo testo normativo, in concorso con R. L., acquistava al fine di cederla ad altri, deteneva e cedeva in più circostanze sostanza stupefacente e precisamente: in data 19.01.2007 acquistava da R.L., al fine di cederla a terzi, almeno gr. 5 di sostanza stupefacente del tipo cocaina (riferimento tel. (OMISSIS) registrate rispettivamente sulle utenze TIM e VODAFONE in uso al R.); in data 21.01.2007, in concorso con R. L., acquistava un quantitativo non precisato di sostanza stupefacente del tipo cocaina da A. (non meglio identificato) in Torino; in data 10.02.2007 procurava a R.L. un quantitativo non precisato di sostanza stupefacente del tipo cocaina mettendo quest’ultimo in contatto con P.M. (rif. telefonate ed SMS 1829, 1832, 1833, 1834, 1835 e 1837 registrati sull’utenza VODAFONE di R. nonchè telefonate e SMS 49 e 50 registrate sull’utenza in uso all’imputato).

Tutti i fatti erano contestati come commessi in (OMISSIS).

Con sentenza in data 27 marzo 2009, depositata in cancelleria in data 01.04.2009, di applicazione della pena su richiesta delle parti ex art. 444 c.p.p. il G.U.P. presso il Tribunale di Verbania, previo riconoscimento della fattispecie attenuata di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, e concessione delle attenuanti generiche, applicava all’imputato la pena complessiva di mesi sei di reclusione ed Euro 1.600,00 di multa.

2. Avverso questa pronuncia l’imputato propone ricorso per cassazione con un unico motivo.
Motivi della decisione

1. Il ricorso è articolato in un unico motivo con cui il ricorrente denuncia l’inutilizzabilità di riscontri probatori acquisti mediante le disposte intercettazioni telefoniche.

2. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza.

3. Va considerato che l’adesione dell’imputato al patteggiamento comporta un’implicita ammissione del fatto che esime il giudice dal pieno accertamento della sua responsabilità, permettendogli invece il mero "accertamento negativo" di insussistenza di cause di non punibilità (C. cost. n. 155/96). Cfr. Cass., Sez. 5^, 20 settembre 1999 – 29 settembre 1999, n. 4117, che – nel precisare che in caso di patteggiamento, la motivazione della sentenza in relazione alla mancanza dei presupposti per l’applicazione dell’art. 129 c.p.p. può anche essere meramente enunciativa – ha affermato che la richiesta di applicazione della pena deve essere considerata quantomeno come ammissione del fatto – quando non la si voglia addirittura ritenere ammissione di responsabilità o implicito riconoscimento di colpevolezza – sicchè il giudice deve pronunciare sentenza di proscioglimento solo se manchi un quadro probatorio idoneo a definire il fatto come reato o se dagli atti già risultino elementi tali da imporre di superare la presunzione di colpevolezza che il legislatore ricollega proprio alla formulazione della richiesta di applicazione della pena.

In particolare poi, con riferimento all’utilizzo delle intercettazioni, questa Corte (Cass., Sez. 1, 3 ottobre 2007 – 25 ottobre 2007, n. 39439) ha affermato che il patteggiamento sulla pena in appello, comportando la rinuncia ai motivi di impugnazione non oggetto di accordo, preclude anche la deduzione, in sede di ricorso per cassazione, dell’inutilizzabilità di esiti di intercettazioni per omessa motivazione dei relativi decreti autorizzativi (conf.

Cass., Sez. 6, 17 settembre 2004 – 20 ottobre 2004, n. 40817); ciò che può predicarsi anche con riferimento al patteggiamento in primo grado.

4. Pertanto il ricorso va dichiarato inammissibile.

Tenuto poi conto della sentenza 13 giugno 2000 n. 186 della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’art. 616 c.p.p., l’onere delle spese del procedimento nonchè quello del versamento di una somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in Euro 1.500,00.
P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di Euro millecinquecento alla Cassa delle ammende.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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