Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 18-11-2010) 17-02-2011, n. 5861 Violenza sessuale

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

1. A.F. e S.M., imputati del reato di violenza sessuale (art. 609 bis c.p.), in danno di I.L. C., in concorso tra loro, appellavano avverso la sentenza del Tribunale di Catania del 17.2.2003 con la quale, esclusa la contestata aggravante, erano stati riconosciuti colpevoli del reato loro contestato e condannati alla pena di anni cinque di reclusione ciascuno oltre alle spese ed ai danni in favore della parte civile.

Con il motivo principale è stata invocata l’assoluzione per entrambi gli imputati, sostenendo, in sintesi la mancanza di qualsiasi violenza in danno della donna che era andata in giro con i due giovani uno dei quali conosciuto da tempo e con il quale aveva avuto in precedenza rapporti sessuali, e che si era mostrata consenziente o, comunque, ritenuta da entrambi gli imputati, tale.

In subordine è stata chiesta la riduzione della pena.

2. La corte d’appello di Catania, con sentenza del 24 giugno 2009, in riforma della sentenza del Tribunale di Catania del 17.2.2003 appellata da A.F. e S.M., concesse ad entrambi le circostanze attenuanti generiche, determinava la pena della reclusione in anni tre e mesi sei per ciascuno degli imputati e confermava nel resto la pronuncia del primo giudice.

3. Avverso questa pronuncia il Procuratore Generale e gli imputati propongono ricorso per cassazione.
Motivi della decisione

1. I ricorsi degli imputati, articolati in un unico motivo, con cui si dolgono del vizio di motivazione dell’impugnata sentenza in ordine alla prova del fatto, sono inammissibili.

2. Deve premettersi che il vizio di motivazione di una sentenza ex art. 606 c.p.p., lett. e), sussiste solo allorchè essa mostri, nel suo insieme, un’intrinseca contraddittorietà ed un’obiettiva deficienza del criterio logico che ha condotto il giudice di merito alla formazione del proprio convincimento; ossia presuppone che le ragioni poste a fondamento della decisione risultino sostanzialmente contrastanti in guisa da elidersi a vicenda e da non consentire l’individuazione della ratio decidendi e l’identificazione del procedimento logico-giuridico posto alla base della decisione adottata.

La denunzia del vizio di motivazione non conferisce a questa Corte il potere di riesaminare e valutare autonomamente il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica – in relazione ad un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio -le argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spetta esclusivamente individuare le fonti del proprio convincimento, di esaminare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute più idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare la prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova.

Quindi il controllo in sede di legittimità dell’osservanza dell’obbligo della motivazione non può trasmodare in una inammissibile rinnovazione del giudizio di merito; nè può servire a mettere in discussione il convincimento in fatto espresso nella sentenza impugnata, che come tale è incensurabile, ma costituisce lo strumento attraverso il quale è possibile valutare la legittimità della base di quel convincimento; sicchè il vizio di motivazione non sussiste quando il giudice abbia semplicemente attribuito agli elementi vagliati un significato non conforme alle attese ed alle deduzioni della parte.

Inoltre il vizio denunciato deve riguardare un punto decisivo – tale, cioè, che se il relativo errore non fosse stato commesso, il giudizio sarebbe potuto essere diverso – l’identificazione del quale, peraltro, non può essere rimessa a questa Corte cui venga genericamente espressa la doglianza di motivazione viziata, ma, in considerazione del principio di autosufficienza del ricorso e del carattere limitato del mezzo di impugnazione, è onere della parte ricorrente, dunque, di indicare quali siano le circostanze e gli elementi rispetto ai quali invoca il controllo sull’allegata inesistenza o manifesta illogicità della motivazione. Ossia il ricorrente, ove lamenti l’omessa od insufficiente motivazione da parte del giudice di merito, ha l’onere di indicare quale circostanza processuale il giudice di merito abbia trascurato e per quale motivo logico-giuridico la ricostruzione del fatto accolta dal giudice di merito sia carente. Ove, per contro, il ricorrente si limiti a fornire una diversa ricostruzione dei fatti, contrastante con quella accertata nella sentenza impugnata, si cade nella richiesta di riesame del merito, inammissibile in sede di legittimità. 3. In particolare la sentenza impugnata ha dato sufficiente, seppur assai concisa, e comunque non illogica motivazione del convincimento dei giudici di merito in ordine alla penale responsabilità degli imputati.

Ha ritenuto la Corte territoriale che è stato provato che la parte offesa, allorchè venne sospinta ad entrare in una cabina del lido (OMISSIS), dove subì, ad opera dei due giovani con i quali si trovava in compagnia per andare in discoteca, un rapporto sessuale.

L’asserito consenso al rapporto sessuale risultava smentito dalla presenza di lividi nella parte interna delle grandi labbra.

Specificamente i giudici di merito hanno valutato le dichiarazioni rese dalla parte offesa e le hanno ritenute prive di astio o rancore, e quindi assolutamente credibili nella parte in cui la donna aveva riferito di essere stata costretta a subire, ad opera dei due imputati, rapporti sessuali, contro la sua volontà.

Si tratta di una valutazione in fatto non censurabile in sede di giudizio di legittimità; mentre la difesa dei ricorrenti invoca nella sostanza una nuova valutazione di merito che è inammissibile nel giudizio di cassazione non ricorrendo l’ipotesi, eccezionale e residuale, della manifesta illogicità, non senza considerare tra l’altro che la difesa ricorrente non ha neppure specificamente e testualmente denunciato i punti della motivazione che si porrebbero in insanabile contrasto con altri punti della medesima pronuncia.

Le censure dei ricorrenti implicano quindi null’altro che una diversa valutazione di tali elementi di fatto considerati dalla sentenza impugnata, e on motivazione sufficiente e non contraddittoria, come probanti della penale responsabilità dell’imputato.

Esse pertanto si appalesano inammissibili.

5. Il ricorso del Procuratore Generale, articolato in un unico motivo, con cui si duole della concessione agli imputati delle attenuanti generiche, è invece fondato.

La Corte d’appello ha accolto il motivo d’appello con cui gli imputati appellanti invocavano la concessione delle attenuanti generiche con conseguente riduzione della pena. Ma non ha offerto alcuna ragione del riconoscimento di tale attenuante.

Pertanto, va ribadito in diritto – come più volte affermato da questa Corte (Cass., Sez. 1^, 4 novembre 2004 – 2 dicembre 2004, n. 46954) – che la concessione o meno delle attenuanti generiche è sì un giudizio di fatto lasciato alla discrezionalità del giudice; ma quest’ultimo è tenuto a motivare seppur nei soli limiti atti a far emergere la sua valutazione circa l’adeguamento della pena concreta alla gravita effettiva del reato e alla personalità del reo.

In mancanza di alcuna motivazione, la censura del Procuratore Generale risulta fondata.

5. Pertanto il ricorso del Procuratore Generale va accolto limitatamente alla concessione delle attenuanti generiche.

L’impugnata sentenza va quindi in questa parte annullata con rinvio alla Corte d’appello di Catania.

I ricorsi degli imputati vanno invece dichiarati inammissibili.

Tenuto poi conto della sentenza 13 giugno 2000 n. 186 della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’art. 616 c.p.p., l’onere delle spese del procedimento nonchè quello del versamento di una somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in Euro 1.000,00.
P.Q.M.

la Corte annulla la sentenza impugnata limitatamente alla concessione delle attenuanti generiche con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Catania; dichiara inammissibili i ricorsi degli imputati e li condanna al pagamento delle spese processuali e, ciascuno di essi, al versamento di Euro mille alla Cassa delle ammende.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *