Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 18-11-2010) 17-02-2011, n. 5860 Violenza sessuale

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata l’11 febbraio 2010, la Corte d’Appello di Torino, in parziale riforma della sentenza appellata, ha ridotto ad anni tre e mesi sei di reclusione, la pena inflitta a P.F., per il reato di violenza sessuale e lesioni in danno di F. E., commesso il (OMISSIS), confermando nel resto la sentenza emessa in data 23 maggio 2008 dal Tribunale di Acqui Terme, con la condanna al pagamento delle spese della parte civile costituita.

Avverso la sentenza ha proposto ricorso l’imputato chiedendone l’annullamento per i seguenti motivi:

1. Inosservanza od erronea applicazione della legge penale in merito al disposto di cui all’art. 161 c.p.p., n. 4. La difesa aveva inutilmente eccepito la nullità della notifica dell’avviso di fissazione dell’udienza davanti alla Corte d’Appello, in quanto, nonostante risultasse la residenza di P., il decreto di fissazione dell’udienza d’appello è stato notificato a mani del difensore ex art. 161 c.p.p., n. 4, mentre tale modalità di notifica è possibile solo qualora sia divenuta impossibile la notifica al domicilio dichiarato ai sensi dell’art. 161 c.p.p., n. 2. Nel caso di specie l’incaricato del servizio postale si è limitato a rimandare il plico al mittente, senza avere effettuato tutte le ricerche volte ad appurare l’effettiva residenza dell’imputato.

2. Mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione. I giudici di appello hanno ritenuto fondate in parte le doglianze avanzate dalla difesa, fornendo però una motivazione contraddittoria e manifestamente illogica. Non sarebbe stata considerata la manifesta inattendibilità della parte offesa, pur riconoscendo una serie di incongruenze nella ricostruzione dei fatti dalla medesima offerta. Il ricorrente ha ricostruito le vicende del rapporto intercorso tra il P. e la F., segnalando che a parte offesa aveva negato a dibattimento di aver intrattenuto contatti telefonici con l’imputato dopo i fatti, dichiarazione smentita dai risultati dei tabulati telefonici. Quanto poi all’episodio in data 26 febbraio 2002 la F. aveva riferito che l’imputato, entrato in casa, aveva distrutto tutte le suppellettili, circostanza smentita dalle dichiarazioni del Maresciallo dei carabinieri B. intervenuto sul posto. La parte offesa sarebbe inattendibile anche in relazione alla violenza sessuale, in quanto aveva riferito nell’immediatezza di aver subito un rapporto vaginale, mentre poi è emerso che si trattò di un rapporto anale ed si era rifiutata di far esperire accertamenti per il rinvenimento di tracce biologiche, e pertanto non deve essere esclusa la possibilità che la F. abbia avuto precedenti incontri o rapporti.
Motivi della decisione

I motivi di ricorso non sono fondati.

1. Quanto al primo motivo, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che è legittima la notifica del decreto di citazione per il giudizio di appello eseguita, ex art. 161 c.p.p., comma 4, presso il difensore qualora l’imputato non sia stato reperito al domicilio dichiarato e non abbia comunicato il diverso domicilio, ancorchè risultante dagli atti (nella specie dal certificato anagrafico), in quanto non è consentita alcuna deroga all’espressa previsione dell’art. 161 c.p.p., comma 1, che impone l’obbligo di comunicare il mutamento del domicilio dichiarato o eletto stabilendo che, in caso contrario, la notifica sia eseguita mediante consegna al difensore.

(Cfr. Sez. 5, n. 42399 del 4/11/2009, Dona, Rv. 245819). Tale principio potrebbe essere derogato solo qualora l’imputato, pur non procedendo ad una formale dichiarazione di nuovo domicilio, abbia indicato con precisione il nuovo indirizzo di residenza presso il quale siano poi stati notificati ritualmente sia l’estratto contumaciale della sentenza di primo grado sia il decreto di citazione in appello (in tal senso, Sez, 1, n. 27771 del 26/6/2003, Bonagura, Rv. 227214).

Nel caso di specie la Corte di appello ha ritenuto corretta la notifica al difensore ai sensi dell’art. 161 c.p.p., comma 4, il quale ha partecipato al giudizio di appello, ed ha respinto l’eccezione formulata dal difensore all’udienza in grado di appello, circa la nullità di tale notifica, ritenendo, con valutazione immune da censure, che il deposito di un certificato di residenza dell’imputato non rappresenti un’idonea dichiarazione di domicilio proveniente dall’imputato e che fosse quindi corretta la notifica come effettuata.

2. Anche il secondo motivo di ricorso risulta infondato. Lo stesso censura la mancanza, l’illogicità e la contraddizione della motivazione, ma in realtà vuole invitare questa Corte ad una rilettura delle risultanze del giudizio di merito, preclusa in Cassazione, in riferimento in particolare alla valutazione circa l’attendibilità della parte offesa. La decisione impugnata, invero, ha fornito ampia e congrua motivazione delle ragioni per le quali le dichiarazioni della F., unitamente alle altre risultanze del processo sono attendibili, rispondendo punto per punto alle presunte incongruenze che l’imputato aveva già censurato nei motivi di appello. Specificamente, in relazione ad alcune discrasie tra le dichiarazioni rese dalla F. a proposito delle modalità della violenza (sulle prime la stessa aveva riferito di un rapporto vaginale, mentre la ricostruzione della vicenda ha acclarato che la stessa ebbe a subire un rapporto anale impostole per umiliarla) i giudici di appello hanno fatto riferimento al riscontro medico del rapporto anale violento in data 26 febbraio 2006 ed al fatto che la stessa, nel raccontare le concrete modalità della violenza nell’immediatezza ai carabinieri non illustrò, per comprensibile titubanza e vergogna, gli specifici dettagli dell’atto di violenza subito.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato ed il ricorrente deve essere condannato, ai sensi del disposto di cui all’art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese processuali. Deve inoltre essere pronunciata condanna alla rifusione alla parte civile delle spese del presente grado di giudizio che vengono liquidate in Euro duemilacinquecento, oltre accessori di legge.
P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè alla rifusione delle spese del grado sostenute dalla parte civile, liquidate in Euro 2.500,00 oltre accessori di legge.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *