T.A.R. Veneto Venezia Sez. II, Sent., 15-02-2011, n. 241 Procedimento

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Palazzetto Barbaro è un edificio cinquecentesco esistente a Venezia, sestiere di San Marco nn. 2947 e 2948, sottoposto a vincolo storico artistico con decreto ministeriale 16 marzo 1991.

Il secondo piano dell’immobile è di proprietà esclusiva di F.P.B.; il terzo piano, invece, appartiene al fratello M..

2.1. Nel maggio del 2004 F.P.B. presentò al Comune di Venezia un’istanza di sanatoria per alcuni abusi edilizi, realizzati sull’immobile, e consistenti nella trasformazione di soffitta in locale non abitabile, nella realizzazione di un locale caldaia, nella modifica della forometria esterna e nella sostituzione della pavimentazione di un’altana.

2.2. Con provvedimento 28 novembre 2007 il competente dirigente comunale, su conforme parere della Commissione per la salvaguardia di Venezia, rilasciò il titolo edilizio in sanatoria, poi impugnato da M.P.B., unitamente al parere della Commissione, con il ricorso in esame.

2.3. Si sono costituiti in giudizio, concludendo per l’inammissibilità e comunque per la reiezione nel merito, il Comune di Venezia, il controinteressato F. B., e l’Amministrazione per i beni culturali.

3. Con il primo motivo M. B. lamenta, anzitutto, la violazione e la falsa applicazione degli artt. 7 e 8 e segg. della l. 241/90; la violazione delle norme sul giusto procedimento, del principio del contraddittorio e di trasparenza dell’azione amministrativa, nonché l’eccesso di potere.

Egli non sarebbe stato chiamato a partecipare al procedimento di sanatoria conclusosi con il provvedimento impugnato, sebbene gli abusi edilizi interessassero sia l’edificio comune che la propria abitazione.

3.1. La censura è del tutto infondata.

Anzitutto, va ricordato che l’avviso d’avvio del procedimento va comunicato (art. 7 l. 241/90) "ai soggetti nei confronti dei quali il provvedimento finale è destinato a produrre effetti diretti ed a quelli che per legge debbono intervenirvi", nonché ai soggetti, individuati o facilmente individuabili, ma diversi dai suoi diretti destinatari, i quali possano subire un pregiudizio dal provvedimento oggetto del procedimento in corso.

3.2. Ora, non pare intanto al Collegio che l’impugnato provvedimento di condono, per tale, produca effetti diretti nei confronti del ricorrente, tantomeno pregiudizievoli, né questi del resto li ha adeguatamente indicati.

Comunque, è evidente che, ove M. B. ritenesse che gli interventi edilizi in questione ledano in qualche modo i suoi diritti sul palazzetto Barbaro, il fatto che questi siano stati condonati è del tutto irrilevante ai fini della tutela civile: che, peraltro, non risulta ancora proposta, pur essendo ormai trascorsa una decina di anni dalle ipotetiche violazioni.

3.3. Ma, a parte ciò, non è revocabile in dubbio che l’avviso d’avvio di procedimento non è dovuto quando l’interessato abbia comunque avuto notizia della pendenza del procedimento: e qui il ricorrente, chiedendo con la nota 28 dicembre 2004, indirizzata all’ufficio edilizia privata del Comune di Venezia, di essere ammesso a partecipare al procedimento di sanatoria, ha dimostrato di conoscerne l’esistenza, rendendo pleonastica una specifica comunicazione, la cui inutilità trova d’altronde conferma nella successiva nota 13 giugno 2006, inviata al Comune dallo stesso M. B., e che contiene uno specifico apporto collaborativo (ovviamente sfavorevole) con riguardo appunto alla domanda di condono del fratello.

3.4. In conclusione, anche se astrattamente al ricorrente fosse stato dovuto l’avviso, la sua omissione è in concreto superata dalla conoscenza acquisita aliunde ovvero dall’effettiva partecipazione al procedimento (cfr., a contraris, tra le ultime, C.d.S., IV, 15 maggio 2008, n. 2249).

4. Il secondo motivo di gravame è compendiato nella violazione e falsa applicazione dell’art. 31 segg. della l. 47/1985, della l. 1089/39, degli artt. 817 e 818 c.c.; nell’eccesso di potere per difetto di presupposto e d’istruttoria; per illogicità manifesta, e per difetto di motivazione.

4.1. Secondo il ricorrente, invero, con il provvedimento impugnato "è stato sanato un abuso edilizio su immobile soggetto a tutela", e l’art. 33 della l. 47/85 espressamente prevede, sempre secondo il B., che sono escluse dalla sanatoria le opere realizzate su edifici ed immobili sottoposti alla tutela di cui alla l. 1 giugno 1939, n. 1089, e che non siano compatibile con la tutela medesima.

4.2. Orbene, come già accennato, con il decreto 16 marzo 1991, prot. 020664, il Ministro per i beni culturali dichiarò di interesse particolarmente importante, ex l. 1089/1939, l’immobile sito a Venezia, S. Marco 29472948, denominato palazzetto Barbaro, "segnato in catasto al foglio 15 particelle 24062398 confinante a nord con la particella 2407 fg. 15", secondo l’allegata planimetria.

Ora, il palazzetto Barbaro ha la sua facciata principale su campo S. Stefano, e sul retro confina con una calle, sopra la quale si trova la particella 2407.

Questa, costruita nel XX secolo, poggia per una parte sul secondo piano del palazzetto e costituisce una parte della sua cucina ed un bagno dello stesso; sopra tale bagno è stata realizzata l’altana di cui si parla nella domanda di condono.

4.3. Tutti gli abusi oggetto di condono – e ciò è implicito nel secondo motivo di ricorso – sono stati realizzati sulla stessa particella 2407, che non è sottoposta al vincolo introdotto con il citato decreto ministeriale.

Per vero, la stessa vi era stata inclusa, quando il vincolo era stato modificato con il decreto 7 luglio 2005 del Direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto, ma tale provvedimento venne poi ritirato in autotutela con il decreto 2 febbraio 2006, gravato dal ricorrente ma, allo stato, ancora pienamente efficace.

4.4. Insomma, gli abusi non sono stati commessi su di un bene espressamente vincolato, sicché il Comune non era tenuto a verificare la compatibilità con la tutela delle opere abusive da condonare.

5.1. Il ricorrente sostiene, peraltro, che le porzioni di fabbricato di cui si discute, pur essendo di epoca successiva a quella di costruzione del corpo principale dell’immobile sarebbero strettamente collegate in particolare alle unità immobiliari del secondo e del terzo piano, facendone parte integrante.

Il decreto di vincolo del 1991 avrebbe insomma ricompreso ab origine anche tali porzioni stante la loro natura pertinenziale, ex artt. 817 (secondo cui tali sono "le cose destinate in modo durevole a servizio o ad ornamento di un’altra cosa") ed 818 c.c., secondo il quale gli atti e i rapporti giuridici che hanno per oggetto la cosa principale comprendono anche le pertinenze, "se non è diversamente disposto".

5.2. Per vero, sembra anzitutto assai dubbio, e sostanzialmente indimostrato, che la superfetazione creata in aderenza al palazzetto Barbaro sia qualificabile come pertinenza, la quale è normalmente ben distinta dalla cosa principale cui accede.

In ogni caso, in specie non è revocabile in dubbio che il provvedimento ministeriale di vincolo, per le restrizioni che comporta nell’esercizio dei poteri e delle facoltà inerenti al diritto di proprietà, vada interpretato restrittivamente, e cioè soltanto con riguardo ai beni espressamente individuati nel relativo decreto.

5.3. Infine, quando pure così non fosse, in specie non v’è dubbio che sul mappale 2407 l’Amministrazione per i beni culturali ha "diversamente disposto", visto che ha ritirato nel 2006 il vincolo apposto sullo stesso nel 2005.

6.1. Da ultimo, il ricorrente sostiene che, in ogni caso, mancherebbe nei provvedimenti impugnati la motivazione in ordine alla ammissibilità e opportunità di un condono di opere abusive comunque facenti parte di un immobile vincolato, in quanto strettamente collegati ed adiacenti ad esso.

6.2. Orbene, l’art. 33 sopra citato impone, prima del rilascio della sanatoria, una valutazione tecnica solo per i beni sottoposti agli svariati vincoli costì indicati: negli altri casi – come in questo – il condono, se non è escluso, è semplicemente dovuto, senza possibilità di apprezzamenti discrezionali da parte dell’Amministrazione.

7. In conclusione, il ricorso va senz’altro respinto.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo, in relazione all’attività difensiva effettivamente espletata.
P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto (Sezione Seconda) definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo rigetta.

Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di lite in favore delle parti convenute, che liquida, per diritti ed onorari, in Euro 2.500,00 in favore del resistente Comune di Venezia, in Euro 3.500,00 in favore del controinteressato F.P.B., ed in Euro 1500,00 in favore dell’Amministrazione per i beni culturali, oltre i.v.a. e c.p.a..

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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