Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 27-01-2011) 21-02-2011, n. 6301 Ricorso

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

1. D.A.F. propone ricorso avverso l’ ordinanza del 28/9/2010 con la quale il Tribunale del riesame di Lecce ha respinto la richiesta di sequestro del decreto di liquidazione delle competenze in favore del consulente tecnico d’ufficio nel corso di un procedimento civile. Si lamenta nell’atto introduttivo violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. e), in relazione all’art. 125 c.p.p., comma 3 e art. 597 c.p.p., comma 1, e dell’art. 606 c.p.p., lett. c) in relazione all’art. 273 cod. proc. pen..

Richiamata la motivazione del provvedimento impugnato, nella parte in cui si valorizza la circostanza che la denuncia di falsa perizia era fondata sul diverso assunto contenuto nella consulenza di parte, e non su un accertamento inoppugnabile, nel ricorso si contesta la legittimità del richiamo ai gravi indizi, sulla base della sentenza delle S.U. di questa Corte che ritiene preclusa in questa fase ogni valutazione di tale elemento, richiedendosi solo, per giustificare il provvedimento cautelare, la configurabilità astratta dell’accusa.

Per di più nella specie non è solo la consulenza di parte ad attestare la falsità della perizia d’ufficio, ma le foto consegnate a corredo, che dimostrano la natura dei materiali del manufatto, ed evidenziano la falsità di quanto asserito in argomento dal consulente d’ufficio. Sulla base di tali elementi nella procedura esecutiva, nell’ambito della quale era stata disposta la Ctu di cui si tratta il GE aveva disposto, in forza delle osservazioni di parte, nuova consulenza.

Ritenendo omessa ogni motivazione sui presupposti di fatto indicati dalla parte si sollecita l’annullamento con rinvio del provvedimento impugnato.
Motivi della decisione

1. Il ricorso risulta inammissibile in quanto proposto da soggetto non legittimato. Premesso che la disposizione generale di cui all’art. 568 c.p.p., comma 3 riconosce il diritto di impugnare solo a colui al quale la legge espressamente lo attribuisce, prevedendo l’art. 591 c.p.p., n. 1 la declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione ove proposta da soggetto non legittimato, si rileva che l’art. 324 cod. proc. pen. prevede che il ricorso possa essere proposto, oltre che dal P.m., dall’imputato o dal suo difensore, dalla persona alla quale le cose sono state sequestrate e da quella che avrebbe diritto alla sua restituzione. Dalla semplice lettura di tale disposizione risulta evidente che il ricorso della parte privata sia previsto solo in caso di emissione del provvedimento cautelare, al fine di evitare che l’esercizio del pubblico interesse all’accertamento dei reati si ponga in contrasto con i diritti dei terzi (Sez. 6, Sentenza n. 35160 del 09/07/2009 imp. P.o. in porc. Ventura, Rv. 244771). Nulla è invece previsto a tutela dell’interesse del denunciante di cui non sia stata accolta l’istanza di sequestro, sicchè deve concludersi che questi non abbia alcuna legittimazione all’impugnazione; d’altro canto, posto che il sequestro preventivo deve in primo luogo rispondere all’interesse pubblico di evitare la reiterazione dei reati, risulta del tutto conseguente limitare l’impugnabilità di provvedimenti negativi a chi tale interesse deve tutelare per ruolo istituzionale, quale il P.m..

Solo occasionalmente gli interessi privatistici, che ben possono essere soddisfatti attraverso l’adozione dei rimedi di natura civile, ricevono tutela nel giudizio penale, come sintomaticamente avviene in favore della parte civile, nell’ambito della procedura di sequestro conservativo, ove viene riconosciuto dalla legge l’interesse ad agire nel giudizio penale, e nella quale tuttavia, pur in presenza di tale riconoscimento, non è offerta tutela per l’ipotesi di rigetto della richiesta di sequestro, ma solo possibilità di impugnare ex artt. 318 e 324 cod. proc. pen. il provvedimento impositivo della misura.

2. Alla dichiarazione di inammissibilità consegue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen. la condanna al pagamento delle spese processuali, oltre che al pagamento di una somma in favore della cassa delle ammende, che si valuta equo determinare come in dispositivo.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.500 in favore della cassa delle ammende.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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