Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 09-02-2011) 28-02-2011, n. 7565

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

I fatti traggono origine dallo sgombero della Cascina Marchesa, complesso di proprietà del Comune di Torino, avvenuto il 22 ottobre 2002 ad opera delle forze dell’ordine e a seguito di una serie di scontri tra gli occupanti ed i pubblici ufficiali intervenuti.

D.C.F., G.A., C.M., CE. M., O.M., B.V., BU. S., BE.Va. e GH.Lu., ricorrono, a mezzo del loro difensore, avverso la sentenza 4 dicembre 2009 della Corte di Appello di Torino, con la quale, in parziale riforma della sentenza di primo grado, D.C. veniva condannata alla pena di mesi 5 di reclusione, G. alla pena di mesi 6 di reclusione, C., CE., O., B., R., BE. alla pena di mesi 7 e giorni 15 di reclusione e GH. alla pena di mesi 8 e giorni 15 di reclusione, per il reato di cui all’art. 337 ed altro.

La Corte di appello di Torino, con l’impugnata sentenza, dichiarata l’unicità del reato di resistenza ai pubblici ufficiali, contestato agli imputati D.C. e G. ai capi 1 e 2, ha ridotto la pena a mesi 5 di reclusione per D.C.F. ed a mesi 6 di reclusione per G.A.; inoltre, rilevato che, per quanto riguarda i restanti imputati, il reato base, individuato in quello previsto e punito dall’art. art. 337 c.p., non reca contestazione di circostanze aggravanti, e ritenuto pertanto che le attenuanti generiche esplicano effetto riduttivo della pena base relativa a detto reato, ha rideterminato la sanzione complessiva inflitta a C.M., CE.Ma., O.M., B. V.RUBATTO Simone e. B.V., in mesi 7 e giorni 15 di reclusione, ciascuno, e ha rideterminato la pena complessiva inflitta a GH.Lu. in mesi 8 e giorni 15 di reclusione; ha confermato nel resto, condannando G.A. a rifondere alla parte civile DE.Pa. le spese del presente grado, nonchè condannando gli imputati C., Ce., O., B., R., Be. e Gh., in solido, a rifondere alla parte civile Comune di Torino le spese del grado.
Motivi della decisione

Con un primo motivo di impugnazione viene dedotta inosservanza ed erronea applicazione della legge, quanto al reato di cui ai capi 1) e 2), limitatamente (per quest’ultimo) alla condotta già ritenuta assorbita nel capo 1).

In proposito si lamenta l’inosservanza del D.Lgs.Lgt. n. 288 del 1944, art. 4, siccome trasposto nell’art. 393 bis c.p. avendo il D. C. ed il G. reagito al "tentativo di essere spostati" ed essere accompagnati in Questura per essere identificati, senza previa richiesta di documenti.

Sul punto viene contestata in diritto l’affermazione della Corte di appello secondo cui non eccede i limiti del controllo di polizia l’intervento delle forze dell’ordine inteso a far cessare una situazione di illegalità, mediante lo spostamento materiale dei corpi delle persone, le quali stavano reagivano "sgomitando" all’azione contrapposta degli agenti e mediante il loro successivo accompagnamento in Questura ai fini di una corretta identificazione.

Con un secondo motivo si deduce quanto al reato di cui al capo 2) (lesioni subite dall’agente A.) l’erronea applicazione degli artt. 41 e 43 c.p. nonchè la carenza di motivazione sul punto, evidenziando che la dorsalgia lamentata dall’agente A. P. appare costituire la conseguenza non tanto di un colpo ricevuto quanto di uno sforzo eccessivo, fatto nel tentativo di trascinare uno dei due prevenuti sulle volanti.

Per il ricorrente tali lesioni, collocandosi al di fuori della sfera di controllo degli imputati e caratterizzandosi come il risultato di una condotta autonomamente posta in essere dall’agente di Polizia, non possano essere loro addebitate, neanche a titolo di dolo eventuale.

Con un terzo motivo si prospetta, per i reati di cui ai capi 2) e 3), l’illogicità e la contraddittorietà della motivazione in riferimento a quanto disposto nella parte motiva relativa alla determinazione sanzionatoria e nel dispositivo.

A pag. 5 della sentenza impugnata la Corte, in relazione alle lesioni di cui ai capi 2) e 3), afferma testualmente che, attesa "la contestualità in cui esse si verificarono rispetto agli atti di resistenza di cui al capo 1), ritiene la Corte che le lesioni debbano esser considerate assorbite nel reato di resistenza". In contrasto con tale osservazione, però, finisce poi per condannare entrambi gli imputati, come si legge a pag. 6 della stessa sentenza, rispettivamente ad un mese e a due mesi di reclusione, in continuazione sulla più grave ipotesi di cui al capo 1).

Con un quarto motivo si evidenzia l’erronea applicazione dell’art. 110 c.p. e, in via subordinata, inosservanza dell’art. 116 c.p., nonchè la mancanza di motivazione in ordine all’invocata sussistenza del "concorso anomalo" di persone.

Sul punto si evidenzia che la Corte di merito ha aderito alle conclusioni del primo Giudice in ordine alla penale responsabilità dei cinque imputati, che si erano però astenuti da qualsivoglia condotta materiale di aggressione alla forza pubblica, giacchè, "pur sussistendo la possibilità di allontanarsi dal luogo e di dissociarsi", "se non avessero condiviso l’azione di forza di Gh. e R., rimasero sul tetto, in ciò aderendo all’azione di contrasto.

Per il ricorrente in tal modo si sarebbe imposto un obbligo di dissociazione a coloro che assistevano inerti all’altrui condotta illecita (finanche condividendola), così confondendo il concorso di persone nel reato con la mera connivenza, penalmente irrilevante.

Con un quinto motivo si sostiene la manifesta illogicità della motivazione nella ricostruzione della fase conclusiva della vicenda sub iudice.

Con un sesto motivo si illustra il difetto di motivazione in punto di trattamento sanzionatorio.

I fatti risalgono al (OMISSIS) e pertanto il tempo necessario a prescrivere risulta maturato alla data del 22 aprile 2010.

Ciò posto, attesa l’ammissibilità del ricorso, si tratta ora di verificare, presente la causa estintiva data dalla prescrizione, se ricorrano le condizioni in fatto ed in diritto per una assoluzione degli accusati, posto che il giudice, per il principio di prevalenza del "favor innocentiae" sul "favor rei", ha l’obbligo di accertare la possibilità di una assoluzione nel merito dell’accusa, considerando peraltro che tale proscioglimento nel merito, ex art. 192 c.p.p., comma 2 pur in presenza di una causa estintiva, si impone soltanto quando già si sia acquisita la prova dell’innocenza dell’imputato, o manchi del tutto la prova della sua colpevolezza, oppure risulti dall’esame degli atti l’evidenza della prova che il fatto non sussiste, che l’imputato non l’ha commesso, che il fatto non costituisce reato, o che il reato è stato commesso da persona imputabile.

Orbene, tanto premesso, ritiene la Corte, all’esito del logico ed argomentato giudizio di responsabilità dei giudici di merito, che nessuno degli accusati possa considerarsi estraneo alle formulate imputazioni, proprio per le analitiche argomentazioni del Tribunale e della Corte di appello, che sono state tra loro sinergicamente integrate, con un ineccepibile apprezzamento delle risultanze probatorie, nel rispetto di tutte le regole stabilite per la valutazione della prova.

Tale apparato motivazionale, privo di vizi logici e giuridici, in una realtà di reiterate e plurime violazioni di legge, denota il difetto di positive emergenze di estraneità alle accuse, ed è idoneo ad integrare la contraria prova dell’attribuibilità dei fatti-reati all’azione cosciente e volontaria degli accusati e a una loro sintonica espressione di volontà, pacificamente orientata ad ottenere l’esito sanzionato dalle norme violate.
P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il reato è estinto per prescrizione. Ferme restando le statuizioni civili.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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