Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 10-02-2011) 02-03-2011, n. 8389 Intercettazioni telefoniche

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

A.S., ricorre, a mezzo del suo difensore, contro la sentenza 24 novembre 2009 della Corte di appello di Bologna, la quale, provvedendo sull’appello proposto dal P.M. e dalla parte civile nei confronti dell’imputato prosciolto, ha dichiarato lo stesso responsabile del reato di calunnia ascrittogli e con attenuanti generiche, lo ha condannato alla pena di anni uno, mesi sei di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali dei due gradi di giudizio. Pena sospesa e non menzione.

1.) il capo di imputazione.

A.S., avvocato, è accusato del reato p. e p. dall’art. 368 cod. pen., per avere falsamente accusato A.A. del delitto di tentata estorsione in suo danno, presentando ai Carabinieri di Bologna una denuncia che esponeva la falsa notizia di reato dell’aggressione patita da esso A.A. ad opera di A.A. il (OMISSIS) proferendo, l’ A.A., alla presenza di G.C. e R.F., le minacce "devi darmi i soldi sennò ti rovino, ti faccio morire anche perchè possiedo in negozio e nell’abitazione delle armi…" ed allegando alla suddetta denuncia una falsa dichiarazione manoscritta di R.F., inducendo in tal modo i Carabinieri di Bologna ad operare una perquisizione personale e domiciliare in danno di A.A.; nonchè, nella stessa denuncia querela, accusava, falsamente, A.E. e la di lui madre, moglie di A.A., di averlo ingiuriato e minacciato subito dopo l’aggressione posta in essere in suo danno il (OMISSIS). Fatto commesso ed accertato in (OMISSIS).

2) la sintesi della sentenza di condanna impugnata.

L’attendibilità degli A.A. è stata soppesata dalla Corte di appello per più profili ed in particolare anche alla luce dei contenuti delle ulteriori telefonate che, dopo il fallito tentativo di determinare l’arresto in flagranza degli A.A., l’imputato A.S. fece a questi ultimi apostrofandoli come "Estorsori di merda, i soldi non ve li diamo, è inutile che telefoniate per avere dei soldi, non ve li diamo estorsori"; "terrorista islamico, stronzo, assassino"; ecc. In buona sostanza ed in definitiva, per la Corte di appello, l’assunto – fatto proprio dal giudice dell’assoluzione – secondo cui nella specie sarebbe rimasto senza prova il profilo psicologico del delitto di calunnia – non regge per due convergenti ragioni:

1) dal punto di vista fattuale in quanto le emergenze processuali, lette senza pregiudizi e nel loro obiettivo contenuto rappresentativo, attestano la falsità delle accuse e la piena consapevolezza nell’accusato della loro falsità, e quindi della calunniosità delle accuse rivolte agli A.A.;

2) sotto il profilo della coerenza logica posto che, una volta – riconosciuto, dallo stesso primo giudicante: che "il comportamento dell’ A.S. ha denotato un’insistita volontà di ottenere iniziative giudiziarie a carico degli A."; che l’imputato nella sua denuncia che ha dato origine al processo ha sicuramente fatto affermazioni false; che "l’atteggiamento persecutorio dell’ A.S. nei confronti degli A., la sua volontà di precostituirsi un teste a favore per suffragare la sua denuncia, sono elementi che in astratto potrebbero confermare un intento calunnioso", la conclusione corretta doveva svilupparsi in tale ultimo senso, essendo incongruente – rispetto alle premesse – la successiva affermazione secondo la quale non si poteva escludere che l’imputato fosse convinto di essere effettivamente minacciato dagli A., al fine di ottenere da lui una somma di denaro, in quanto vi sarebbero state le condizioni oggettive (una discussione animata in cui sarebbe riemersa anche la questione dell’anno precedente relativa al preliminare di vendita), e quelle soggettive (particolare stato emotivo e psicologico dell’imputato) tali da giustificare tale errato convincimento.

La corte distrettuale ha quindi affermato la responsabilità dell’ A.S. in relazione peraltro riduttiva, di cui all’imputazione.

La gravata sentenza, riconosciute le circostanze attenuanti e considerati i particolari della vicenda nel suo complesso e la gravità dei fatti, per di più commessi da un soggetto che, in ragione della sua professione, più di altri aveva contezza del pregiudizio che le false accuse avrebbero arrecato alle parti offese, ha affermato che la pena non può essere attestata sul minimo edittale così ritenendo equa la pena base di anni due mesi tre di reclusione – di pochissimo superiore al minimo di legge – diminuita per le generiche ad anni 1, mesi 6 di reclusione.

L’affermazione di responsabilità ha comportato altresì la condanna al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili, danni che la corte distrettuale ha definito "rilevantissimi" sotto il profilo morale e delle sofferenze psicologiche che necessariamente seguono ad accuse ingiuste per fatti gravi ed infamanti nonchè, nel caso concreto, alla sottoposizione addirittura a procedimento penale.

In termini la corte distrettuale ha evidenziato la particolare consistenza del danno, quanto ad A.E., trattandosi di un giovane che era alla ricerca di un lavoro ed ambiva ad incarichi di natura pubblica, tant’è che, in seguito, non solo superò l’esame di abilitazione alla professione forense ma anche il concorso per Commissario di Polizia.

Il danno in tale quadro è stato così determinato e liquidato in misura pari a Euro 20.000,00.
Motivi della decisione

1) i motivi di impugnazione.

Vi sono in atti due distinti gravami: dell’imputato e dell’avv. Aricò.

L’avv. Aricò, con un primo motivo di impugnazione deduce inosservanza ed erronea applicazione della legge, nonchè vizio di motivazione sotto il profilo che la corte distrettuale ha sostituito il giudizio assolutorio di primo grado, adottando una soluzione alternativa, peraltro non adeguatamente spiegata e priva di correlazione rispetto alla personalità del ricorrente, il quale aveva "vissuto l’episodio come una aggressione ed una minaccia".

Si lamenta ancora: l’utilizzo della deposizione del G., il quale aveva assistito solo ad una parte della diatriba; l’omessa valutazione della vicenda della compravendita ed il ruolo che essa aveva svolto nelle ragioni del contrasto; l’errata considerazione del possesso delle armi da parte dell’ A.A.; l’utilizzo scorretto del tenore delle conversazioni versate in atti dalla parte civile.

Con un secondo motivo si lamenta la mancanza di motivazione sulle determinazioni di natura civilistica.

Con il primo motivo di impugnazione, proposto dalla parte in persona, viene dedotta inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 266 e 271 cod. proc. pen., nonchè vizio di motivazione sotto il profilo dell’illegittimo utilizzo, a fini probatori, del tenore delle conversazioni telefoniche, registrate dalla persona offesa a fronte di del disconoscimento della voce da parte dell’imputato cui le comunicazioni sono state attribuite senza perizia fonica.

Il motivo non ha pregio.

La registrazione di una conversazione telefonica eseguita da uno degli stessi interlocutori, non rientrando tra le intercettazioni telefoniche (che, invece, ricorrono quando sussista un’occulta presa di conoscenza da parte di terzi di una conversazione, con entrambi gli interlocutori all’oscuro dell’intromissione), non è sottoposta alle limitazioni e alle formalità proprie delle dette intercettazioni; nè il fatto che essa venga registrata all’insaputa di uno dei due interlocutori costituisce offesa alla libertà di autodeterminazione dell’altro, avendo questi comunicato in piena libertà, volendo appunto comunicare.

L’uso, poi, che di tale comunicazione possa fare il ricevente (registrazione o divulgazione) rappresenta un "posterius" rispetto all’autodeterminazione di comunicare.

Di conseguenza, la registrazione della predetta comunicazione telefonica, quale "documento" della stessa, ne è idonea prova (Cass. pen. sez. 6, 6633/1994 Rv. 198526).

In conclusione, la registrazione di conversazioni ad opera di uno degli interlocutori è legittima ed utilizzabile a fini probatori in quanto la stessa non realizza alcuna "intercettazione" in senso tecnico, ma si risolve sostanzialmente in una particolare forma di documentazione (Cass. pen. sez. 6, 6323/1996 Rv. 205096 precedenti Conformi: Rv. 190333 Rv. 198526).

Con ulteriori motivi si lamenta: a) l’assoluta svalutazione della rilevante circostanza del rinvenimento delle armi (una pistola ed uno sfollagente) in uno dei negozi gestiti dall’ A.A. ed il travisamento della prova sul punto al fine di accreditare la tesi d’accusa; b) la non menzione del fatto che A.A. brandisse il bastone uncinato per abbassare la serranda; c) il travisamento del fatto in ordine alle dichiarazioni del teste G. e l’omessa indicazione delle dichiarazioni della parte civile A.A. circa le richieste di denaro; d) il travisamento del fatto e corrispondente vizio di motivazione nella parte in cui la Corte di appello ha attribuito l’oggetto della discussione alla lettera anonima ricevuta dall’imputato A.S. e non invece alla mancata compravendita; e) l’erronea valutazione della testimonianza delle parti civili A. ed A. E. e delle dichiarazioni del teste G. (14) sulla ragione della discussione; f) l’assente motivazione sulla ritenuta falsità del teste R.; g) la mancata motivazione sulle richieste accolte del P.M. e della parte civile; h) la mancata motivazione circa il diritto dell’ A. di ottenere la ripetizione della restituzione della caparra (21); i) l’assente motivazione del profilo soggettivo della ritenuta calunnia (22); l) la manifesta illogicità della motivazione sul collegamento tra le minacce e le questioni economiche preesistenti (24); m) violazione di legge e vizio di motivazione in punto di omessa valutazione della testimonianza dibattimentale di A.A. (26); n) carenza di motivazione in punto di attribuzione all’imputato della paternità dei cartelli ingiuriosi e diffamatori all’Università e nell’androne del palazzo degli A. (27); o) mancanza e contraddittorietà di motivazione sulla condizione ansiogena dell’imputato (29); p) mancata confutazione del tenore e tipo di discussione tra le parti, quale soppesato dal Tribunale ed in relazione alla questione della caparra (30); q) erronea determinazione della sanzione; r) omessa giustificazione delle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno (33); s) mancata motivazione sugli elementi soggettivi ed oggettivi del delitto di calunnia (34).

Orbene le doglianze come sopra formulate e le ulteriori censure prospettate in modo adesivo nel ricorso dell’avv. Aricò sono in parte inammissibili ed in parte infondate.

Innanzitutto non superano la soglia dell’ammissibilità le critiche formulate nei punti sub a), b), e), d), e), f), h), I), m), n) e p).

Trattasi invero di deduzioni che prospettano in sostanza alla Corte di legittimità un giudizio – critico ed alternativo – sulle considerazioni e valutazioni probatorie, formulate dai giudici di merito di secondo grado, le quali risultano peraltro condotte ed ottenute nel rigoroso rispetto delle regole, stabilite in punto di formazione e peso del materiale probatorio d’accusa.

L’argomentazione risulta infatti sui punti lamentati priva di incoerenze o salti logici, "apprezzabili ed idonei ad invalidare il costrutto delle argomentazione di responsabilità", tali non potendosi considerare le diverse conclusioni e considerazioni più volte prospettate nel ricorso le quali finiscono con delineare una diversa e più favorevole interpretazione dei dati probatori, peraltro non praticabile in sede di legittimità e tanto meno con esiti di annullamento della pronuncia gravata.

Quanto al preteso vizio di motivazione sui profili oggettivi e soggettivi della calunnia, si tratta di una invalidità inesistente a fronte di una argomentazione analitica e complessiva che ha dato conto, in modo incensurabile in questa sede, della particolarità della vicenda, delle sue scansioni cronologiche e della condotta illecita, consapevole, pervicace e mirata, posta in essere dall’avv. A.S..

Nè in proposito può svolgere alcun ruolo, in punto di carenza dell’elemento soggettivo la condizione psicologica del ricorrente il quale non ha dedotto alcuna patologia di rilievo tale da poter per lui integrare una condizione di obnubilamento psico – fisico o sensorio, oppure ancora una realtà di disagio psichico idonea a creare false rappresentazioni – in buona fede – degli eventi vissuti.

Piena sussistenza quindi del substrato psicologico che integra il dolo del contestato delitto, nei termini sostenuti dalla ineccepibile motivazione dei giudici di merito di secondo grado.

Quanto alla posologia sanzionatoria ed all’utilizzo, da parte della Corte di appello, della professione legale dell’autore della calunnia, come variabile rilevante nella determinazione della sanzione, trattasi della più che legittima valutazione di un parametro stabilito dall’art. 133 cod. pen..

Risponde quindi a corretti criteri valutativi, ed esercizio legittimo dei poteri discrezionali del giudice, nella irrogazione della pena per il reato di calunnia, la considerazione della qualità di "avvocato" del calunniante, ove la stessa – come nella specie – sia stata apprezzata come indice della intensità del dolo ( art. 133 c.p., comma 1, n. 3) avuto riguardo al patrimonio di conoscenze specifiche dell’autore della condotta.

Da ultimo, quanto alle lamentate omesse risposte ad alcune prospettazioni difensive, va ribadita la regola che il giudice di merito non ha l’obbligo di soffermarsi a dare conto di ogni singolo elemento indiziario o probatorio, acquisito in atti, ben potendo limitarsi a porre in luce quei dati che, in base al giudizio effettuato, risultano costituire gli elementi essenziali ai fini del decidere, purchè tale valutazione risulti – come avvenuto nella specie – logicamente coerente.

Sotto tale profilo, dunque, la censura di non aver preso in esame tutti i singoli elementi risultanti in atti, costituisce una censura del merito della decisione, in quanto tende, implicitamente, a far valere una differente interpretazione del quadro probatorio, sulla base di una diversa valorizzazione di alcuni elementi rispetto ad altri.

Il ricorso pertanto risulta infondato, valutata la conformità del provvedimento alle norme stabilite, nonchè apprezzata la tenuta logica e coerenza strutturale della giustificazione che è stata formulata.
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè delle spese sostenute dalla parte civile che liquida in Euro 2.000,00 per onorari, Euro 1.080,00 per indennità e spese di trasferta, oltre spese generali i.v.a. e c.p.a..

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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