Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 02-02-2011) 02-03-2011, n. 8330 Riparazione per ingiusta detenzione

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Reggio Calabria, con ordinanza resa all’udienza camerale del giorno 15.04.2010 rigettava l’istanza di riparazione presentata da B.G. per ingiusta detenzione in regime di custodia in carcere dal 17/11/03 al 25/11/03 e in regime di arresti domiciliari da tale data al 19.04.2004, per un totale di mesi cinque e giorni otto, perchè sospettata del reato di cui all’art. 648 bis c.p., reato da cui la stessa era stata assolta perchè il fatto non costituisce reato con sentenza emessa dal G.U.P. del tribunale di Reggio Calabria in data 31.03.2005, divenuta irrevocabile il 25.10.2005.

B.G. proponeva quindi ricorso per Cassazione avverso l’ordinanza della Corte di appello di Reggio Calabria e concludeva chiedendo di volerla annullare con nuovo rinvio alla Corte di merito.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze a mezzo dell’Avvocatura Generale dello Stato presentava memoria di replica e concludeva chiedendo di voler dichiarare inammissibile il proposto ricorso ovvero di rigettarlo.
Motivi della decisione

La ricorrente censurava l’ordinanza impugnata per violazione di legge e manifesta illogicità della motivazione ex art. 606 c.p.p., comma 1 lett. b) ed e), in particolare nella parte in cui la Corte di appello rimproverava in termini di colpa grave condotte insuscettibili di essere riguardate alla stregua di macroscopica negligenza e trascuratezza, nonchè nella parte in cui l’ordinanza impugnata ometteva di ricercare ed indicare le ragioni di colpa grave tali da giustificare l’emissione dell’ordinanza applicativa della misura cautelare e il mantenimento della custodia. Sosteneva sul punto la ricorrente che illegittimamente la Corte territoriale aveva ritenuto che profili di colpa grave sarebbero emersi nei suoi confronti dal contenuto di una intercettazione ambientale effettuata all’interno dei locali della caserma dei Carabinieri, laddove sarebbe emerso che la B., colà convocata insieme a C.F. e a M.N., conosceva già da tempo il M., al quale si rivolgeva con molta confidenza, facendo riferimento ad assegni e ad un libretto intestato al predetto e dandogli suggerimenti, e ciò in contrasto con quanto affermato dalla stessa B. in sede di interrogatorio di garanzia, laddove aveva sostenuto l’inesistenza di rapporti tra la stessa e il M..

Secondo la ricorrente la Corte territoriale aveva emesso la decisione in materia di riparazione per ingiusta detenzione, come se fosse stato il giudice della cautela ovvero quello della cognizione, in quanto, anzichè individuare gli eventuali profili di dolo o colpa grave, che avrebbero dato causa all’adozione del provvedimento cautelare, si sarebbe invece preoccupata di indicare gli elementi di prova che avrebbero dovuto indurre il giudice della cognizione a condannare anzichè assolvere la ricorrente dal reato a lei ascritto.

Pertanto, a suo avviso, la Corte territoriale, non avrebbe potuto ritenere sussistente il dolo o la colpa grave, impeditivi del riconoscimento del diritto all’equa riparazione.

Il ricorso è infondato.

Osserva la Corte che il diritto a equa riparazione per l’ingiusta detenzione, regolato dall’art. 314 c.p.p., e ss., trova fondamento nella condizione soggettiva della persona sottoposta a detenzione immeritata e in tal senso ingiusta. Il quadro sistematico di riferimento è un quadro di diritto civile ma non è quello dell’art. 2043 c.c. che appresta sanzioni contro chi produce per dolo o colpa un danno ingiusto ad altri. Il principio regolatore è piuttosto quello della riparazione legata ad eventi che producono il sorgere, quali conseguenze di principi di solidarietà e di giustizia distributiva, di responsabilità da atto lecito la distinzione tra responsabilità per danno ingiusto ex art. 2043 c.c. e responsabilità per atto lecito è ben chiarita da Cass. SS.UU. civ. 11/6/2003 n. 9341). E’ ben fermo, in materia, l’assetto delle regole generalissime che disciplinano l’onere della prova civile ex art. 2697 c.c. posto che il procedimento relativo alla riparazione per l’ingiusta detenzione, quantunque si riferisca ad un rapporto obbligatorio di diritto pubblico e comporti perciò il rafforzamento dei poteri officiosi del giudice, è tuttavia ispirato ai principi del processo civile, con la conseguenza che l’istante ha l’onere di provare i fatti costitutivi della domanda, la custodia cautelare subita e la successiva assoluzione (Corte Cass. Sez. 4 sent. n. 23630 02/04/2004 – 20/05/2004), della quale è talora ritenuta irrilevante la formula (Cass. Sez 4, 12/4/2000 n. 2365) e talora rilevante nel senso che indefettibile presupposto del sorgere del diritto sarebbe solo il proscioglimento con una delle formule di cui all’art. 314 c.p.p., comma 1. Peraltro il sorgere del diritto è condizionato alla esistenza di una condotta del richiedente che al tempo del processo in nulla abbia dato causa o concorso a dare causa a quella ingiusta detenzione. L’operazione intesa a cogliere tali condizioni deve scandagliare solo l’eventuale efficienza causale delle condotte dell’imputato che possano aver indotto, anche nel concorso dell’altrui errore, secondo una valutazione ragionevole e non congetturale il giudice a stabilire la misura della detenzione (Cass. SS.UU. 13/12/95 n. 43, Sez. 4 10/3/2000 n. 1705).

Tanto premesso si osserva che la Corte di Appello di Reggio Calabria, con motivazione adeguata, ha puntualmente motivato in ordine alle ragioni che ostano all’accoglimento dell’istanza di equa riparazione.

In primo luogo ha posto in rilievo la circostanza che la B., come è risultato dal tenore delle conversazioni intercettate, conosceva da molto tempo il M. e si rivolgeva a lui con molta confidenza, facendo riferimento ad assegni e ad un libretto intestato al predetto. Ha rilevato altresì che la donna aveva ricevuto dal M. una procura ad operare su un libretto di risparmio nominativo, sul quale aveva operato, sottoscrivendo a proprio nome un prodotto assicurativo per L. 321 milioni. La stessa peraltro, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, non aveva fornito agli inquirenti spiegazioni in merito a tali rapporti economici con il M., ma aveva affermato di non avere mai avuto alcun rapporto con il predetto. Questo essendo il quadro accusatorio, i motivi proposti dalla ricorrente non possono essere accolti.

Il provvedimento impugnato, che definisce il procedimento per la riparazione dell’ingiusta detenzione, supera quindi il vaglio di questa Corte che è limitato alla correttezza del procedimento logico giuridico con cui il Giudice è pervenuto ad accertare o negare i presupposti per l’ottenimento del beneficio indicato. Resta invece nelle esclusive attribuzioni del giudice di merito, che è tenuto a motivare adeguatamente e logicamente il suo convincimento, la valutazione sull’esistenza e la gravità della colpa e sull’esistenza del dolo.

Il legislatore non ha infatti riconosciuto incondizionatamente il diritto all’equa riparazione, ma l’ha esplicitamente escluso allorquando il comportamento dell’imputato, come appunto nella fattispecie de qua, abbia indotto in errore il giudice circa l’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza a suo carico.

Il ricorso deve essere rigettato e la ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese processuali. In considerazione della genericità della memoria dell’avvocatura Generale dello Stato si ritiene di compensare le spese tra le parti.
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali. Compensa le spese tra le parti.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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