Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, Sentenza del 19 aprile 2010 n. 9300. Sulla efficacia retroattiva della sentenza di accertamento della filiazione naturale.

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

In accoglimento della domanda proposta con ricorso del 31.05.2006 da L. R., il Tribunale per i minorenni di Roma, con sentenza del 9.04-12.05.2008, preceduta dal decreto del 21-23.09.2005, ammissivo dell’azione ed avverso il quale era stato dichiarato improcedibile il reclamo per sopravvenuta declaratoria d’incostituzionalità dell’art. 274 c.c., dichiarava che A. P. era padre naturale del minore E. R., nato a Roma il 29.08.1997, già riconosciuto come proprio figlio dalla ricorrente; conseguentemente condannava il P. a pagare alla R., con decorrenza dalla nascita del bambino, la somma di € 500,00 mensili, con accessori, a titolo di contributo paterno al suo mantenimento.
Con sentenza del 17.02- 27.05.2009, resa nel contraddittorio delle parti, la Corte di appello di Roma, sezione per i minorenni, in parziale riforma dell’impugnata sentenza:
a. dichiarava inammissibile la domanda della R. di rimborso pro-quota delle spese per il mantenimento del figlio, da lei sostenute sin dalla sua nascita
b. determinava il contributo dovuto dal P. per il mantenimento del figlio naturale, a decorrere dal giugno 2004, data d’introduzione dell’azione, nella somma di € 800,00 mensili, con rivalutazione annuale e con gli interessi legali sugli arretrati maturati dalla domanda al soddisfo
c. imponeva al medesimo P. di concorrere con la R. al pagamento delle spese straordinarie per esigenze mediche (non coperte dal SSN) e formative (istruzione, scuoia, sport e simili) del figlio, purché documentate ed eccedenti per singola voce la somma di € 100,00 al mese
d. poneva a carico del P. sia i 3/4 delle spese processuali inerenti ad entrambi i gradi di merito, compensate per la residua parte, e sia le spese di CTU
e. confermava nel resto l’impugnata pronuncia.
La Corte territoriale osservava e riteneva in sintesi:
– che a sostegno della decisione il Tribunale, dopo avere rilevato che la prova testimoniale espletata aveva confermato la relazione sentimentale esistita tra le parti nel periodo indicato dalla R. e che il rifiuto del P. di sottoporsi alla consulenza immuno-ematologica era valutabile, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., a favore della tesi della ricorrente, aveva anche positivamente apprezzato la rispondenza della dichiarazione di paternità all’interesse del minore, sulla base degli accertamenti compiuti dall’ASL e dal Servizio sociale sulle condizioni psicoevolutive del bambino e sulla situazione socio-ambientale di ciascuna delle parti e dello stesso minore, richiamando pure gli esiti della disposta consulenza psichiatrica nei riguardi del P., da cui non erano emerse, secondo il decidente, sue problematiche psichiche tali da compromettere lo svolgimento delle competenze genitoriali, ma solo il suo rifiuto ed il disagio nel confrontarsi con la paternit
– che l’azione era ammissibile dal momento che E. R. era nato il 29.08.1997, ben oltre i trecento giorni dalla separazione consensuale della R. dal coniuge O. P., intervenuta l’11 maggio 1993 ed omologata il 27.05.1993, (come da scheda informatica del procedimento di separazione, depositata in udienza dal difensore), e che, quindi, ai sensi dell’art. 232 2° comma, c.c., non operava la presunzione del suo concepimento durante il matrimonio, come anche confermato dal certificato anagrafico integrale della R. (tardivamente depositato dall’appellante in allegato alle note finali, dopo la scadenza del termine fissato per le produzioni documentali), secondo cui il bambino non aveva mai assunto lo stato di figlio legittimo ma sin dalla nascita quello di figlio naturale riconosciuto dalla sola madre
– che il riconoscimento paterno non poteva ritenersi contrario all’interesse del minore
– che ai fini della valutazione di rispondenza in questione ben potevano essere utilizzati, per il principio di acquisizione, anche gli elementi probatori, e segnatamente gli accertamenti socio-sanitari della ASL e del competente Servizio Sociale, acquisiti nella fase preliminare di ammissibilità dell’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità, nonostante che di questo procedimento prodromico il giudice della leggi avesse dichiarato l’illegittimità costituzionale, con sentenza n. 50 del 10.02.2006
– che nel giudizio di primo grado era stata svolta un’accurata istruttoria, acquisita un’aggiornata relazione in data 16.04.2007, redatta dal competente Servizio sociale, sulle condizioni del minore, disposta una consulenza psichiatrica d’ufficio nei riguardi del P. ed assunta prova testimoniale sulla relazione sentimentale intrattenuta dai genitori del minore, la cui esistenza d’altra parte il medesimo P. non aveva contestato
– che né l’emerso “disturbo di personalità NAS “ sofferto dal P., bene inserito in ambito sociale, né il suo netto rifiuto della paternità rendevano il riconoscimento paterno contrario all’interesse del minore
– che era fondato l’ulteriore motivo di gravame, inerente all’assenza di una tempestiva, necessaria domanda della R. di condanna del P. al rimborso pro-quota delle spese da lei anticipate sin dalla nascita del figlio per il suo mantenimento
– che, invece, per il periodo posteriore all’introduzione dell’azione la contribuzione paterna per il mantenimento del minore ben poteva essere imposta anche d’ufficio
– che per la quantificazione del contributo paterno occorreva considerare le attività professionali svolte da ciascuna delle parti – dipendente del Senato della Repubblica lui e maestra d’asilo lei – ed i rispettivi redditi, desunti dalla documentazione fiscale, ed ancora sia il fatto che il P. non aveva dimostrato di contribuire al mantenimento della figlia legittima, ormai maggiorenne, e sia che
il rifiuto dello stesso di avere relazioni con il minore implicava per la R. impiego di maggiori risorse in termini di tempo, assistenza e cure per il bambino
– che avuto riguardo all’età ed alle presumibili esigenze del figlio, ormai undicenne, in rapporto anche al tenore di vita certamente non modesto consentitogli dagli introiti del P., il contributo economico da quest’ultimo dovuto andava elevato ad € 800,00 mensili a decorrere dal 10.06.2004, data di notificazione allo stesso del ricorso della R. volto ad ottenere l’ammissione all’azione (a norma dell’abrogato art. 274 c.c.), ed integrato dalla previsione di ripartizione paritaria delle spese straordinarie inerenti al minore.
Avverso questa sentenza il P. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi, notificato il 4.09.2009 alla R. ed il 16.09.2009 al PG presso il giudice a quo.
La R. ha resistito con controricorso notificato il 14.10.2009 e proposto ricorso incidentale sulla base di un unico motivo. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente deve essere disposta ai sensi dell’art. 335 c.p.c., la riunione dei ricorsi principale ed incidentale, proposti avverso la medesima sentenza, nonché dichiarata l’irricevibilità del documento depositato dalla R., in allegato alla sua memoria illustrativa, già in quanto estraneo al novero di quelli di cui è ammessa la produzione in questa sede, ai sensi dell’art. 372 c.p.c.
A sostegno del ricorso principale il P. denunzia, conclusivamente formulando i quesiti di diritto in ossequio al disposto dell’art. 366 bis c.p.c.:
1.”Violazione e falsa applicazione ai sensi e per gli effetti dell’art. 360 n. 3 c.p.c. delle norme vigenti in tema di prova delle condizioni e dei presupposti di proponibilità, ammissibilità e legittimazione dell’azione di dichiarazione giudiziale della paternità di cui all’art. 269 cod. civ..”
Il ricorrente si duole che l’azione non sia stata dichiarata inammissibile e/o improponibile ed in particolare che, pur essendo stata la nascita del bambino posteriore al matrimonio contratto dalla R. con il P., sia stata ritenuta non operante la presunzione di cui all’art. 232 c.c., di concepimento del figlio durante il matrimonio. Al riguardo deduce:
– che mancava qualsiasi attestazione della cessazione della convivenza coniugale o comunque della modifica dello status di coniuge in capo alla R.
– che la prova della ricorrenza di uno dei casi di esclusione dell’operatività di detta presunzione, previsti dal secondo comma del citato art. 232 c.c., e segnatamente del fatto che tra i coniugi P. fosse intervenuta la separazione personale consensuale, non poteva essere tratta dalla depositata scheda informatica, non sottoscritta e non corredata dalla attestazione di conformità con l’originale, a suo parere priva di qualsiasi valenza a fronte anche del contenuto della certificazione da lui prodotta
– che non gli era stato concesso il chiesto termine per produzioni documentali in copia autentica e per esame, in violazione dei principi sul rispetto del contraddittorio e sul diritto di difesa.
Il motivo non ha pregio, per difetto di rilevanza e decisività delle censure in esso prospettate. Infatti, anche a prescindere dall’efficacia probatoria attribuibile alla scheda informatica inerente al procedimento di separazione personale consensuale della R. dal coniuge O. P. e dalla ritualità o meno dell’acquisizione dell’atto al processo, la non operatività della presunzione di cui all’art. 232 c.c., di concepimento di E. R. durante il matrimonio della R. con il P. già derivava dall’avere il bambino assunto il cognome della madre (art. 262 c.c.), che sebbene coniugata, lo aveva riconosciuto come proprio figlio naturale (artt. 250, 252 c.c. e 74 legge n. 183 del 1984), posto che la presunzione di paternità di cui all’art. 231 cod. civ. non opera per il semplice fatto della procreazione da donna coniugata, ma solo quando vi sia anche un atto di nascita di figlio legittimo o, in difetto, il relativo possesso di stato, mentre, quando risulti che la madre abbia dichiarato il figlio come naturale, difettando l’operatività di detta presunzione e dello status di figlio legittimo, non è necessario il disconoscimento ai sensi dell’art. 235 cod. civ., né si frappone alcun ostacolo all’azione per la dichiarazione giudiziale della paternità naturale di persona diversa dal marito (cfr. cass. 199708059; 199603194; 19211073; 198703184).
2. “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione ai sensi e per gli effetti dell’art. 360 n. 5 c.p.c. in ordine al fatto controverso costituito dall’accertamento della sussistenza dell’interesse del minore alla dichiarazione giudiziale di paternità di cui agli artt. 269 e ss. cod. civ..”.
Censura per vizi motivazionali la declaratoria giudiziale della sua paternità naturale, sostenendo, in sintesi, di avere contestato l’esistenza della relazione sentimentale con la R., sul punto sottolineando anche che si era trattato solo di una relazione brevissima, con esclusione di possibile prole, che la corrispondenza della dichiarazione giudiziale di paternità all’interesse del minore avrebbe dovuto essere valutata autonomamente rispetto alla fase preliminare, che risultavano fatti obiettivi ostativi all’affermazione di rispondenza della dichiarazione all’interesse del minore, desumibili dalle indagini e dalle conclusioni esposte dal CTU, il quale aveva sconsigliato la frequentazione tra lui ed il minore, in quanto sarebbe stata da lui vissuta in maniera fortemente frustrante con comportamenti di rifiuto certamente lesivi per la tranquillità e la stabilità emotiva del bambino, che non erano emersi elementi positivi a favore della ricorrenza dell’interesse in argomento, posto che non basta l’assenza di una condotta paterna pregiudizievole o la sola convenienza economica per il minore, ma occorre provare l’esistenza di un concreto beneficio morale, affettivo oltre che materiale per il bambino e che è ostativa l’esistenza del fondato rischio per l’equilibrio affettivo e psicologico, l’educazione e la collocazione del medesimo minore, nella specie ricorrente.
Anche questo motivo non merita favorevole apprezzamento, risolvendosi in parte in inammissibili, generiche ed inconsistenti critiche e rilievi di errori valutativi in ordine agii elementi assunti, da cui non è dato desumere illogicità o carenze motivazionali, ed in parte in infondate censure.
I giudici di merito appaiono, infatti, avere ineccepibilmente compiuto le espresse valutazioni ed adottato ed argomentato le loro coerenti conclusioni, dal momento che:
– hanno considerato tutto l’ampio ed articolato complesso dei dati istruttori emersi
– con irreprensibile richiamo al principio di acquisizione (cfr. cass. 200815162), hanno giustamente ritenuto di non trascurare ai fini probatori nemmeno gli elementi acquisiti nella fase prodromica di ammissibilità dell’azione di dichiarazione della paternità naturale, fase in cui, prima della pronuncia n. 50 del 2006, d’incostituzionalità dell’art. 274 c.c., ed in base a precedente pronuncia del medesimo giudice delle leggi (Corte cost. n. 341 del 1990), occorreva anche valutare la rispondenza dell’azione di reclamo all’interesse del minore
– hanno compiutamente e logicamente valutato e motivato la rispondenza della declaratoria di paternità del P. all’interesse del minore, interesse che consiste nell’affermazione di un rapporto veridico, che non pregiudichi lo sviluppo della sua personalità (cfr. anche Corte cost. n. 216 del 1997)
– che – come anche rilevato dagli stessi giudici di merito – la contrarietà all’interesse del minore può sussistere solo in caso di concreto accertamento di una condotta del preteso padre tale da giustificare una dichiarazione di decadenza dalla potestà genitoriale, ovvero di prova dell’esistenza di gravi rischi per l’equilibrio affettivo e psicologico del minore e per la sua collocazione sociale. Tali rischi devono risultare da fatti obbiettivi, emergenti dalla pregressa condotta di vita del preteso padre, ed in mancanza di essi l’interesse del minore va ritenuto di regola sussistente, a prescindere dai rapporti di affetto che possano in concreto instaurarsi con il presunto genitore e dalla disponibilità di questo ad instaurarli, avendo riguardo al miglioramento obiettivo della sua situazione in relazione agli obblighi giuridici che ne derivano per il preteso padre; né l’interesse del minore può, di regola, essere escluso dalle normali difficoltà di adattamento psicologico al nuovo “status”, essendo queste normalmente connesse al riconoscimento da parte del genitore naturale, ovvero alla dichiarazione di paternità naturale, quando intervengano a distanza di tempo dalla nascita del minore. E nemmeno detto interesse è escluso dall’assenza di “affectio” da parte del presunto padre né dalla dichiarazione di costui, convenuto con l’azione di dichiarazione giudiziale “ex” art. 269 cod. civ., di non voler comunque adempiere i doveri morali inerenti alla potestà genitoriale (in tema, cfr cass. 200515101; 200303548; 200211041; 200203793)
– che, alla luce dei principi appena richiamati, irreprensibilmente hanno escluso che contrastassero con l’interesse del minore il rifiuto della paternità da parte del P. o i peculiari profili della sua personalità, quali emersi dall’esito della disposta indagine psichiatrica d’ufficio, i quali secondo l’esperto sconsigliavano per il momento la frequentazione con il figlio, essenzialmente e plausibilmente ritenendo, visto anche che nell’ambito lavorativo, ove il P. risultava bene inserito, non gli avevano comportato disagi, che determinassero non più che attuali e transitorie difficoltà relazionali con il bambino, nel tempo superabili, eventualmente anche tramite ausili esterni socio-sanitari.
3. “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione con omesso esame di un documento, ai sensi e per gli effetti dell’art. 360 n. 5 c.p.c., in ordine alla determinazione del contributo ai mantenimento del minore posto a carico del presunto padre ai sensi dell’art 277, 2° comma cod. civ..”.
Censura sia l’elevazione dall’importo di € 500,00 a quello di € 800,00, del contributo economico mensile di mantenimento del figlio, sostenendo anche che dalle prodotte sue dichiarazioni dei redditi risultava dimostrato, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di merito, che contribuiva ai mantenimento anche della figlia legittima maggiorenne, corrispondendo un importo di circa € 800,00 al mese, e sia la fissazione della decorrenza della contribuzione dall’introduzione dell’azione, in luogo della posteriore data di proposizione della relativa domanda da parte della R..
Il motivo in entrambe le sue articolazioni non ha pregio.
Il primo profilo di censura è inammissibile, dal momento che, in violazione dei principio di autosufficienza del ricorso, non risulta trascritto anche il contenuto della documentazione fiscale da cui avrebbe dovuto trarsi il riscontro della sostenuta ulteriore contribuzione.
Il secondo, invece, è infondato. In ordine alla condanna del padre naturale al pagamento del contributo per il mantenimento del figlio, il giudice che ha accertato il rapporto di paternità non è vincolato, in ordine al quantum ed alla decorrenza dell’apporto, alla domanda della parte, in quanto l’art. 277, secondo comma, cod. civ. conferisce a detto giudice il potere di adottare di ufficio, in ragione dell’interesse superiore del minore, i provvedimenti che stimi opportuni per il mantenimento del minore stesso (in tema, cfr. cass. 200413296).
Con il ricorso incidentale la R. deduce, con conclusiva formulazione del quesito di diritto “Violazione e falsa applicazione delle norme vigenti in materia di efficacia della sentenza dichiarativa di riconoscimento di filiazione naturale, di cui agli artt. 277 e ss. cod. civ. in combinato disposto con gli artt. 261 e 147-148 cod. civ.”
Si duole che il mantenimento non sia stato fatto retroagire alla data di nascita del minore.
Il motivo non è fondato alla luce del condiviso principio di diritto già ripetutamente affermato da questa Corte (cfr. da ultimo, cass. 200726575; 200923630) ed ineccepibilmente applicato dalla Corte distrettuale, secondo cui la sentenza di accertamento della filiazione naturale dichiara ed attribuisce uno status che conferisce al figlio naturale i diritti che competono al figlio legittimo con efficacia retroattiva, sin dal momento della nascita, con la conseguenza che dalla stessa data decorre anche l’obbligo di rimborsare pro quota l’altro genitore che abbia integralmente provveduto al mantenimento del figlio; peraltro, la condanna al rimborso di detta quota, per il periodo precedente la proposizione dell’azione, non può prescindere da un’espressa domanda proposta dalla parte in nome proprio, attenendo tale pronunzia alla definizione dei rapporti pregressi tra debitori solidali in relazione a diritti disponibili.
Conclusivamente i ricorsi principale ed incidentale devono essere respinti. In ragione della sua prevalente soccombenza, il P. deve essere condannato al pagamento in favore della R. delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta. Condanna il P. a rimborsare alla R. le spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi € 3.200,00, di cui € 3.000,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.
Così deciso in Roma, il 17 marzo 2010.
DEPOSITATO IN CANCELLERIA IL 19 APRILE 2010

Testo non ufficiale. La sola stampa del dispositivo ufficiale ha carattere legale.

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