Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 03-12-2010) 16-03-2011, n. 10705 Armi

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

1. Con ordinanza del 20.11.2009, il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Catania dispose la custodia cautelare in carcere di P.G., indagato per i reati di associazione a delinquere mafiosa, rapina, estorsione armi.

1.1 Avverso tale provvedimento l’indagato propose istanza di riesame, ma il Tribunale di Catania, con ordinanza del 10.12.2009, la respinse.

1.2 Ricorre per Cassazione l’indagato, in proprio, chiedendo l’annullamento dell’ordinanza e deducendo il vizio di motivazione del provvedimento sotto specie dell’illogicità. Si duole il ricorrente, peraltro con una esposizione dei motivi non sempre puntuale ed ordinata, che l’addebito che gli viene mosso è frutto di una confusione tra le diverse consorterie o gruppi criminali organizzati che agiscono nel quartiere (OMISSIS).

In particolare contesta il ruolo di capo clan che gli sarebbe stato attribuito, quando il cugino P.G. era stato esautorato da tale ruolo a causa di una infamante condanna per violenza carnale;

Deduce che il documento missiva ,che gli è stato attribuito e che contiene specifiche direttive ai suoi fratelli G. e S. circa la conduzione della consorteria e degli affari, ed in primo luogo circa la successione al "pedofilo" P.G., è stato acquisito in modo illegittimo e illegittimamente il P.M. ha continuato le indagini relativi a quel documento oltre i primi sei mesi; che vi è stato una udienza nel procedimento 5380/2008 RGNR nel corso della quale Z.G. ha escluso di aver ricevuto richieste estorsive da P.S., che la sentenza del Tribunale di Catania ha derubricato il reato di estorsione in quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, che non appare corretta la valutazione fatta dell’evoluzione della pericolosità sociale del ricorrente se raffrontata ai lunghi anni di detenzione subita.
Motivi della decisione

2. Il ricorso è manifestamente infondato.

2.1 Il ricorrente, infatti, nel lamentare che il giudice avrebbe fatto confusione nell’individuare ed organizzare gli elementi di prova a suo carico che giustificano l’appartenenza e conduzione della consorteria, non specifica quali aspetti della vicenda, devoluti alla cognizione del detto giudice, sarebbero stati travisati.

2.2 L’art. 581 c.p.p., lett. c), prescrive che i motivi di impugnazione devono contenere l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta, così ponendo a carico del ricorrente un peculiare onere di inequivoca individuazione e di specifica rappresentazione degli atti processuali che intende far valere, nelle forme di volta in volta più adeguate, compresa l’allegazione degli stessi atti (Sez. 6, 15 marzo 2006, n. 10951, Casula; Sez. 6, 26 aprile 2006, n. 22257, Maggio).

2.3 L’onere della indicazione specifica dei motivi di ricorso, secondo la previsione di cui all’art. 581 c.p.p. che prevede l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta, non può essere assolto con il semplice rinvio ad atti pregressi, sommariamente individuati, senza indicarne, con apprezzabile determinatezza il contenuto e le coordinate per individuarlo, al fine di consentire l’autonoma individuazione delle questioni che si assumono irrisolte e sulle quali si sollecita il sindacato di legittimità. 2.4 L’atto di ricorso deve cioè essere autosufficiente, nel senso che deve contenere la precisa prospettazione della ragioni di diritto e degli elementi di fatto da sottoporre a verifica, cosa che nel caso in esame non è perchè il ricorrente ha genericamente ed in modo incompiuto fatto riferimento ad atti e contenuto degli stessi , senza porre la Corte in condizione di individuarli e farne opportuna valutazione.

2.5 Ne consegue che nessuna delle argomentazioni prospettate ha quel grado di specificità che consente di farne oggetto di valutazione di legittimità. 2.6 Va anche ricordata, in relazione alla censura relativa alla decorrenza dei termini delle indagini, peraltro non articolata in deduzioni specifiche, che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte, da cui non vi sono valide ragioni per discostarsi, "in materia di impugnazioni avverso i provvedimenti limitativi della libertà personale, nel procedimento incidentale di riesame disciplinato dall’art. 309 c.p.p. – e nel successivo giudizio di Cassazione – non sono deducibili, nè rilevabili di ufficio, questioni relative all’inefficacia della misura cautelare diverse da quelle concernenti l’inosservanza dei termini stabiliti dai commi 5 e 9 dello stesso artico (rv. N.246768; Sez. 4, 6.5.1999, n, 1430, Barbaro, m. 214243; Sez. 6, 10.6.2003, n. 29564, Vinci, m. 226222).

2.7 Il ricorso deve,pertanto, essere dichiarato inammissibile. 3. Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonchè -ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della cassa delle ammende della somma di Euro mille, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti; inoltre, poichè dalla presente decisione non consegue la rimessione in libertà del ricorrente, deve disporsi – ai sensi dell’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter, – che copia della stessa sia trasmessa al Direttore dell’istituto penitenziario in cui l’indagato trovasi ristretto perchè provveda a quanto stabilito dal citato art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 bis.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille alla cassa delle ammende.

Si provveda a norma dell’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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