Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 01-07-2010, n. 15664 PENSIONI

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Lecce, disposta una CTU, con sentenza del 23 febbraio 2005, in parziale accoglimento del ricorso proposto il 20.11.2000 da A.G., condannava l’Inps al pagamento dell’indennità di accompagnamento a decorrere dal 1 gennaio 2003.

Proponeva impugnazione l’assistita per ottenere la decorrenza della prestazione dalla domanda amministrativa del 2.5.1994.

La Corte di Appello di Lecce, disposto il rinnovo della CTU, con la sentenza qui impugnata, in parziale riforma della decisione di primo grado, disponeva che la prestazione decorresse dal 1 aprile 2002, così uniformandosi alle conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio espletata in grado di appello.

Per la cassazione di tale sentenza la sig.ra A. ha proposto ricorso con due motivi. L’Inps ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, denunciando omessa e insufficiente motivazione, la ricorrente si duole che il giudice di appello non abbia fatto decorrere la prestazione dalla domanda amministrativa, condividendo le conclusioni della CTU di secondo grado senza tener conto delle argomentazioni formulate nell’atto di appello contro le risultanze della prima CTU e dei rilievi fatti in sede di discussione alla seconda CTU. Con il secondo motivo, denunciando violazione della L. n. 18 del 1980, art. 1 del D.Lgs. n. 508 del 1988 e del D.Lgs. n. 509 del 1988 la ricorrente sostiene che la corte territoriale, aderendo in modo acritico alle conclusioni della CTU, ha finito con il dare una interpretazione restrittiva, non conforme alla ratio della legge, delle condizioni di incapacità di deambulare e di provvedere agli atti quotidiani della vita, che costituiscono il requisito necessario per il riconoscimento del diritto alla prestazione assistenziale.

Il primo motivo di ricorso non è meritevole di accoglimento.

La ricorrente addebita al giudice di appello di aver recepito le conclusioni del CTU nominato in quel giudizio non considerando che le valutazioni espresse dal suo consulente erano inficiate da una errata lettura della documentazione medica esaminata nonchè dalla omessa considerazione di due patologie, l’incontinenza a riposo documentata da un certificato medico del (OMISSIS) e la cardiopatia ipertrofica secondaria unita a ipertensione arteriosa documentata da una certificato medico del (OMISSIS).

Per quanto concerne queste due ultime patologie, la Corte osserva che la ricorrente non ha specificato in quale verbale di causa o scritto difensivo dei giudizi di merito i predetti certificati medici siano stati ritualmente prodotti in giudizio, come richiesto dall’art. 366 c.p.c., n. 6, nè ha trascritto in ricorso i predetti documenti, così da consentire alla Corte, non abilitata all’esame diretto degli atti dei giudizi di merito, di valutarne la decisività (vedi da ultimo Cass. n. 15628/2009). La relativa censura è quindi irrilevante.

Quanto poi alla asserita errata valutazione da parte del CTU della documentazione medica prodotta si rammenta che nelle controversie in materia di prestazioni previdenziali e assistenziali derivanti da patologie dell’assicurato, il ricorso per Cassazione avverso la sentenza che abbia accolto le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio è ammissibile solo se venga allegata, con serie argomentazioni medico – legali, l’incidenza, sulla valutazione della complessiva capacità lavorativa, di malattie non diagnosticate o di un errore diagnostico per documentata inosservanza dei canoni della scienza medica comunemente condivisi dalla comunità scientifica, poichè in mancanza di tali errori e omissioni le censure si risolvono nella mera prospettazione di un dissenso diagnostico rispetto alle risultanze della CTU, che il giudice di legittimità, non abilitato alla valutazione autonoma dei fatti di causa, non può prendere in considerazione (Cass. n. 9988/2009, n. 8654/2008, n. 4929/2004, n. 15796/2004 ed altre conformi). Nella specie le censure in ricorso, esclusa la rilevanza delle due patologie di cui sopra, per la inammissibilità della doglianza, non evidenziano nè l’omesso espletamento di esami diagnostici indispensabili, nè il contrasto delle affermazioni del perito con i risultati della scienza medica condivisi dalla comunità scientifica e si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle stesse patologie prese in esame dal perito e quindi in un mero dissenso diagnostico.

Il secondo motivo di ricorso è parimenti infondato. Ai fini della valutazione delle condizioni previste dalla L. 11 febbraio 1980, n. 18, art. 1 (nel testo modificato dalla L. 21 novembre 988, n. 508, art. 1, comma 2) per l’attribuzione dell’indennità di accompagnamento (impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore, oppure incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita senza continua assistenza) per la sussistenza del diritto è necessario che l’interessato non sia in grado di compiere gli atti della vita quotidiana senza continua assistenza o che si trovi nell’assoluta impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore; infatti le norme di cui alla L. n. 18 del 1988, art. 1 e alla L. n. 508 del 1988, art. 2 con l’uso degli aggettivi qualificativi "continua" e "permanente" intendono precisare che l’incapacità del soggetto di deambulare e di compiere gli atti quotidiani della vita deve essere assoluta e permanente, non già transitoria o di entità non grave, non rilevando fatti episodici, nè una mera difficoltà di compiere i predetti atti, occorrendo invece che le predette incapità si traducano in una assoluta impossibilità di deambulazione o di compimento degli atti quotidiani della vita (Cass. n. 12521/2009, n. 14076/2006, n. 10281/2003, n. 3228/1999). Il relativo accertamento configura una apprezzamento in fatto riservato al giudice del merito e censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione.

Nella specie le valutazioni del CTU sulla data di insorgenza dei requisiti sanitari per il riconoscimento della prestazione assistenziale, recepite dalla sentenza impugnata, non sono in contrasto con i principi giurisprudenziali sopra riferiti e, risolvendosi in accertamenti di fatto congruamente motivati, non sono neppure suscettibili di riesame in sede di legittimità.

Per tutte le considerazioni sopra svolte il ricorso deve essere respinto. Nulla per le spese del giudizio di cassazione a norma dell’art. 152 disp. att. c.p.c. nel testo anteriore a quello introdotto dalla L. n. 326 del 2003, art. 42.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di cassazione.

Testo non ufficiale. La sola stampa del dispositivo ufficiale ha carattere legale.

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