Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 01-07-2010, n. 15663 PREVIDENZA SOCIALE

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole

Svolgimento del processo

Con ricorso del 1.10.2004 N.R.I. chiedeva al Tribunale di Lecce il riconoscimento del suo diritto alla pensione di inabilità ed all’indennità di accompagnamento a decorrere dalla domanda amministrativa del 26.3.1993.

Il tribunale, disposta una CTU, condannava l’Inps a corrispondere la pensione di inabilità dal 1 agosto 2003.

L’assistita proponeva appello insistendo per la corresponsione delle pensione di inabilità dalla domanda amministrativa e per il riconoscimento del diritto all’indennità di accompagnamento dalla stessa data.

La Corte di Appello di Lecce, disposto il rinnovo della CTU, con la sentenza qui impugnata, in parziale riforma della decisione di primo grado, affermava che l’appellante aveva diritto alla indennità di accompagnamento dal 1 gennaio 2007 e confermava nel resto. La Corte dichiarava di condividere le conclusioni cui era giunto il CTU nominato in appello.

Per la cassazione di tale sentenza la sig.ra N. ha proposto ricorso con tre motivi. L’Inps ha resistito con controricorso. Il Ministero dell’Economia ed il Comune di Casarano non si sono costituiti.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, denunciando violazione dell’art. 149 disp. att. c.p.c. e omessa motivazione, la ricorrente si duole che il giudice di appello non abbia disposto d’ufficio ulteriori accertamenti al fine di riscontrare l’eventuale sopravvenuto aggravamento delle malattie da cui la periziata era affetta successivamente alla proposizione della domanda amministrativa.

Con il secondo motivo, denunciando violazione della L. n. 118 del 1971, art. 12, L. n. 18 del 1980, art. 1, e D.Lgs. n. 509 del 1988, art. 6 la ricorrente censura la sentenza impugnata per aver condiviso le conclusioni del CTU nominato in appello in ordine alla data di decorrenza dell’indennità di accompagnamento senza svolgere alcun accertamento specifico per accertare la data di perfezionamento dei requisiti sanitari e senza tener conto dei rilievi critici formulati nell’atto di appello.

Con il terzo motivo, denunciando violazione della L. n. 18 del 1980, art. 1, del D.Lgs. n. 509 del 1988, art. 6, della L. n. 118 del 1971, art. 12, violazione del D.Lgs. n. 508 del 1988 e omessa motivazione, la ricorrente censura la sentenza impugnata per non aver rilevato che i presupposti delle prestazioni richieste (pensione di inabilità e indennità di accompagnamento) erano insorte da tempo di gran lunga precedente le date fissate dalla CTU espletata in appello.

Il ricorso, nel suo complesso, non è meritevole di accoglimento.

Il primi due motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente per la loro connessione, sono infondati atteso che il giudice di appello ha disposto il rinnovo della CTU e che il consulente ivi nominato, dopo accurata visita personale ed esame della documentazione clinica prodotta, ha preso in esame le varie malattie da cui la periziata era affetta motivando in modo congruo circa la incidenza delle varie patologie sulla impossibilità per la periziata di deambulare e di provvedere agli atti quotidiani della vita, nonchè sulla data in cui tale incidenza si è verificata. Il giudice di appello ha condiviso le valutazioni del suo consulente, ritenendo le stesse ineccepibili sul piano tecnico – scientifico e coerenti sul piano logico.

Per costante insegnamento della S.C., ove il giudice di merito ritenga di dover aderire alla consulenza tecnica d’ufficio non è tenuto a dare particolareggiata motivazione delle ragioni dell’adesione, ben potendo il relativo obbligo ritenersi assolto con l’indicazione della relazione peritale (Cass. n. 17770/2007, n. 4170/2006, n. 15108/2005); in particolare è stato affermato che nelle controversie in materia di prestazioni previdenziali e assistenziali derivanti da patologie dell’assicurato, il ricorso per Cassazione avverso la sentenza che abbia accolto le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio è ammissibile solo se venga allegata, con serie argomentazioni medico-legali, l’incidenza, sulla valutazione della complessiva capacità lavorativa, di malattie non diagnosticate o di un errore diagnostico per documentata inosservanza dei canoni della scienza medica comunemente condivisi dalla comunità scientifica, poichè in mancanza di tali errori e omissioni le censure si risolvono nella mera prospettazione di un dissenso diagnostico rispetto alle risultanze della CTU, che il giudice di legittimità, non abilitato alla valutazione autonoma dei fatti di causa, non può prendere in considerazione (Cass. n. 9988/2009, n. 8654/2008, n. 4929/2004, n. 15796/2004 ed altre conformi).

Nella specie le censure in ricorso non evidenziano nè l’omessa considerazione di una malattia, nè l’omesso espletamento di esami diagnostici indispensabili, nè il contrasto delle affermazioni del perito con i risultati della scienza medica condivisi dalla comunità scientifica e si risolvono nella inammissibile prospettazione di una diversa valutazione delle stesse patologie prese in esame dal perito.

Parimenti infondato è il terzo motivo di ricorso. Questa Corte ha ripetutamele affermato che, ai fini della valutazione delle condizioni previste dalla L. 11 febbraio 1980, n. 18, art. 1 (nel testo modificato dalla L. 21 novembre 988, n. 508, art. 1, comma 2) per l’attribuzione dell’indennità di accompagnamento (impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore, oppure incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita senza continua assistenza) per la sussistenza del diritto è necessario che l’interessato non sia in grado di compiere gli atti della vita quotidiana senza continua assistenza o che si trovi nell’assoluta impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore; infatti le norme di cui alla L. n. 18 del 1988, art. 1 e alla L. n. 508 del 1988, art. 1 con l’uso degli aggettivi qualificativi "continua" e "permanente" intendono precisare che l’incapacità del soggetto di deambulare e di compiere gli atti quotidiani della vita deve essere assoluta e permanente, non già transitoria o di entità non grave, non rilevando fatti episodici, nè una mera difficoltà di compiere i predetti atti, occorrendo invece che le predette incapacità si traducano in una assoluta impossibilità di deambulazione o di compimento degli atti quotidiani della vita (Cass. n. 12521/2009, n. 14076/2006, n. 10281/2003, n. 3228/1999). Il relativo accertamento configura una apprezzamento in fatto riservato al giudice del merito e censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione.

Nella specie le valutazioni del CTU sulla data di insorgenza dei requisiti sanitari per il riconoscimento della prestazione assistenziale, recepite dalla sentenza impugnata, non sono in contrasto con i principi giurisprudenziali sopra riferiti e, risolvendosi in accertamenti di fatto congruamente motivati, non sono neppure suscettibili di riesame in sede di legittimità.

Per tutte le considerazioni sopra svolte il ricorso deve essere respinto. Al rigetto consegue la condanna della ricorrente al pagamento in favore dell’Inps delle spese del giudizio di cassazione, come liquidate in dispositivo, non risultando che la ricorrente abbia fatto la dichiarazione di cui all’art. 152 disp. att. c.p.c., come modificato dalla L. n. 326 del 2003, art. 42. Nulla per le spese nei confronti degli altri intimati non costituiti.

P.Q.M.

LA CORTE rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore dell’Inps delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro trenta/00 per esborsi ed in Euro millecinquecento/00 per onorari, oltre accessori di legge.
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