Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 23-11-2010) 22-03-2011, n. 11285

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

Con sentenza del 31.3.2009, il Tribunale di Napoli dichiarò V. G. responsabile del reato di rapina aggravata, e lo condannò alla pena di anni sette mesi sei di reclusione ed Euro 2500,00 di multa.

Avverso tale pronunzia propose gravame l’imputato, e la Corte d’Appello di Napoli, con sentenza del 14.1.2010, confermava la decisione di primo grado.

Ricorre per cassazione l’imputato, deducendo: 1) la violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. c) ed d), per violazione del diritto di difesa in relazione all’art. 430 c.p.p., artt. 358 e ss. c.p.p., art. 391 quater c.p.p., artt. 213 e ss. c.p.p., art. 507 c.p.p., in riferimento all’istanza di rinnovazione parziale del dibattimento per acquisire atti ai fini del controllo sulla regolarità dell’individuazione di persona nonchè alla richiesta – presentata in data 18.3.2009 ex art. 507 c.p.p. al giudice di primo grado e dallo stesso rigettata – di acquisizione delle foto delle altre persone sottoposte con gli imputati alla ricognizione, non avendo potuto il difensore produrle in giudizio in quanto l’amministrazione penitenziaria aveva respinto la richiesta avanzata dalla difesa ai sensi dell’art. 391 quater c.p.p.; 2) la violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. e), per mancanza della motivazione, in riferimento all’individuazione fotografica effettuata con esito negativo, e con consultazione delle immagini tramite sistema weblase; 3) la violazione dell’art. 606, lett. e) per illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine alla mancata concessione delle attenuanti generiche.

Chiede pertanto l’annullamento della sentenza.
Motivi della decisione

In ordine al lamentato diniego della rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, rileva il Collegio che la rinnovazione del dibattimento nel giudizio d’appello è istituto del tutto eccezionale, vigendo il principio processuale che l’indagine istruttoria, nel sistema accusatorio, trova la sua naturale collocazione soltanto nel dibattimento di primo grado, nel regolare contraddittorio formatosi e nel rispetto delle preclusioni probatorie. Ne consegue che soltanto la rilevanza e la decisività dei fatti, non potuti provare in primo grado, nelle ipotesi di legge e nel concorso delle richieste condizioni, possono consentire la rinnovazione del dibattimento (v., tra le tante, Cass. Sez. 2^, sent. n. 8106/2000 Riv. 216532).

A ciò aggiungasi che la richiesta di autorizzazione ad ottenere copia delle foto delle persone partecipanti alla ricognizione era stata avanzata nel dibattimento di primo grado ai sensi dell’art. 507 c.p.p., norma che presuppone l’assoluta impossibilità di decidere allo stato degli atti, assumendo esclusivamente che trattavasi di "acquisizione documentale finalizzata alla verifica delle caratteristiche fisionomiche dei distrattori in data 3.11.2008", e senza esplicitare se e quali richieste (la difesa) intendesse rivolgere al Giudice sulla base e grazie a tale acquisizione (v. provvedimento di rigetto in data 24.3.2009 allegata al ricorso).

Correttamente, quindi, la sentenza impugnata ha ritenuto non censurabile l’ordinanza del Tribunale, e superflua l’istanza di rinnovazione parziale del dibattimento, evidenziando peraltro, e in conformità alla giurisprudenza di questa Corte (v., tra le tante, Cass. 6^, /2008, Rv. 241655) l’irrilevanza della circostanza (dedotta dal difensore, in via solo ipotetica, sul mero rilievo che uno dei "distrattori" era di due anni più vecchio e l’altro di dieci anni più giovane) secondo cui l’indagato venga collocato tra due persone con diverse caratteristiche fisiche, non essendo stabilite a pena di nullità le prescrizioni di cui all’art. 214 c.p.p..

Il motivo è pertanto manifestamente infondato.

Lo stesso dicasi per il secondo motivo. Con motivazione logica ed esente da evidenti vizi logici la Corte d’Appello di Napoli ha diffusamente illustrato le ragioni del giudizio di attendibilità della parte offesa R., osservando che la denuncia e le successive deposizioni sono prive di esagerazioni, precise e circostanziate, che le differenze tra il momento della denuncia e quello della deposizione in dibattimento sono marginali e chiarite attraverso il meccanismo delle contestazioni, che non si potrebbe muovere alcun rimprovero di superficialità nell’individuazione del V. da parte della R., in quanto in sede di ricognizione fotografica con esito negativo le vennero mostrate circa trenta foto tra le quali non vi era alcuna foto del V. e del suo correo (v. pagg. 3 e 4 della sentenza). Del tutto pretestuosa è, poi, la doglianza circa l’omessa motivazione in ordine alla circostanza che l’individuazione fotografica fu effettuata presso i locali di polizia giudiziaria per il tramite del sistema weblase, essendo deduzione in fatto e del tutto fantasiosa che la foto del V. – per le caratteristiche del sistema usato – fosse tra le foto mostrate alla parte offesa, circostanza esclusa peraltro dal Maresciallo dei Carabinieri M.M. (v. pag. 4 della sentenza).

Anche il terzo motivo è manifestamente infondato. Va osservato, a riguardo, che la concessione delle attenuanti generiche risponde a una facoltà discrezionale, il cui esercizio, positivo o negativo che sia, deve essere motivato nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente il pensiero dello stesso giudice circa l’adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo. Tali attenuanti non vanno intese come oggetto di una benevola concessione da parte del giudice, nè l’applicazione di esse costituisce un diritto in assenza di elementi negativi, ma la loro concessione deve avvenire come riconoscimento della esistenza di elementi di segno positivo, suscettibili di positivo apprezzamento. Nella specie, la Corte territoriale ha spiegato di non ritenere il meritevole delle invocate attenuanti per la sua negativa personalità, desunta dai suoi molteplici e gravi precedenti penali (due condanne per rapina ed una per tentato omicidio), e perchè il fatto appariva di notevole gravità con riguardo alle modalità di esso (uso di armi, fatto commesso in più persone riunite ai danni di persona in minorate condizioni di difesa, in un esercizio commerciale con pericolo anche per terze persone). Si tratta di considerazioni ampiamente giustificative del diniego, che le censure del ricorrente non valgono minimamente a scalfire.

Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento, nonchè – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di mille Euro, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille alla Cassa delle ammende.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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