Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 09-03-2011) 29-03-2011, n. 12756

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 11/03/2010, la Corte di Appello di Catanzaro confermava, in punto di responsabilità, la sentenza con la quale in data 19/6/2009, il Tribunale di Cosenza aveva ritenuto D.D. F. responsabile dei reati di cui all’art. 644 c.p., comma 5, n. 4 – artt. 629 e artt. 56 e 629 c.p..

2. Avverso la suddetta sentenza, l’imputato, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi:

1. violazione dell’art. 629 c.p. per essere insussistente il requisito della minaccia e ciò perchè l’imputato, a causa dell’età avanzata e del precario stato di salute in cui versava, non poteva profferire minacce dalle quali la parte lesa P. poteva sentirsi realmente intimidito.

2. Violazione dell’art. 644 c.p., comma 5, n. 4 per avere la Corte territoriale ritenuto la configurabilità della suddetta aggravante laddove, invece, non poteva dirsi sussistente sia perchè il P. non era un imprenditore, essendo l’esercizio commerciale intestato alla moglie, sia perchè, in ogni caso, non era stato provato che il prestito era servito per risanare l’attività commerciale.
Motivi della decisione

3. Violazione dell’art. 629 c.p.: la censura, già dedotta avanti alla Corte territoriale, è stata disattesa con ampia motivazione dalla Corte territoriale che ha rilevato, sulla base di precisi riscontri probatori e fattuali, la concretezza e l’attualità della minaccia anche perchè l’imputato aveva fatto riferimento "a terze persone appartenenti a gruppi criminali interessate al prestito".

(cfr pag. 4-5 della sentenza impugnata).

Avverso la suddetta motivazione, l’imputato, nulla ha in pratica dedotto se non ribadendo la sua tesi. Di conseguenza, la censura va ritenuta generica ed aspecifica atteso che non vengono evidenziati vizi motivazionali denunciabili in sede di legittimità. 4. violazione dell’art. 644 c.p., comma 5, n. 4: stessa cosa dicasi mutatis mutandis relativamente al secondo motivo di gravame.

Infatti, a fronte di un’amplissima motivazione con la quale la Corte territoriale- sulla base di precisi riscontri – ha illustrato le ragioni per le quali il P., nonostante non fosse il reale intestatario dell’esercizio commerciale, dovesse considerarsi il vero imprenditore, il ricorrente si è limitato ad una scolastica digressione sulle caratteristiche dell’imprenditore di fatto senza spiegare perchè quelle nozioni dovessero applicarsi al concreto caso di specie. Stessa cosa dicasi per la destinazione del prestito.

5. In conclusione, l’impugnazione deve ritenersi inammissibile a norma dell’art. 606 c.p.p., comma 3, per manifesta infondatezza: alla relativa declaratoria consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè al versamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro 1.000,00.
P.Q.M.

Dichiara Inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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