Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 25-02-2011) 29-03-2011, n. 12721 Detenzione, spaccio, cessione, acquisto

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

PG Dott. GIALANELLA Antonio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.
Svolgimento del processo – Motivi della decisione

J.A. ricorre avverso l’ordinanza di cui in epigrafe con cui il tribunale della libertà ha respinto l’appello dal medesimo proposto nei confronti dell’ordinanza con cui il Gip aveva respinto l’istanza volta ad ottenere la sostituzione della misura della custodia in carcere, applicatagli per il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, con quella degli arresti domiciliari.

Denuncia violazione di legge e carenza e manifesta illogicità della motivazione argomentando sul fatto che il tribunale, come anche il Gip in precedenza, aveva giustificato il diniego della modifica, valorizzando il contenuto dell’interrogatorio reso dal prevenuto al PM (pur secretato e, si assume, non trasmesso e non depositato), dal quale si era tratto l’argomento che le dichiarazioni rilasciate non erano tali da potere comunque integrare l’attenuante della collaborazione.

Censura, ancora, il giudizio di adeguatezza dell’imposta misura carceraria sostenendosi che immotivamente si era sostenuta la sussistenza di uno stabile collegamento con gli ambienti criminosi in ragione del quantitativo della droga (da cui erano ricavabili circa 1000 dosi).

Il ricorso è infondato.

In tema di provvedimenti sulla libertà personale, come è noto, l’ordinamento non conferisce alla Corte di cassazione alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate, trattandosi di apprezzamenti rientranti nel compito esclusivo ed insindacabile del giudice cui è stata chiesta l’applicazione della misura cautelare, nonchè del tribunale del riesame e dell’appello de libertate. Il controllo di legittimità è, perciò, circoscritto all’esclusivo esame dell’atto impugnato al fine di verificare che il testo di esso sia rispondente a due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro negativo, la cui presenza rende l’atto incensurabile in sede di legittimità: 1) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; 2) l’assenza di illogicità evidenti, risultanti cioè prima facie dal testo del provvedimento impugnato, ossia la congruità delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento (Sezione 2, 17 aprile 2007, Shafloqi, non massimata).

L’ordinanza gravata risponde ad entrambe tali condizioni. Risulta infatti spiegato come le dichiarazioni collaborative dell’indagato non potevano condurre all’accoglimento della richiesta, per carenza delle condizioni richieste dalla legge per poter ravvisare l’attenuante della collaborazione ( D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 7), e ciò con evidenti effetti in ordine ai ritenuti stabili legami con gli ambienti criminosi, attestato dal quantitativo importante della droga in contestazione.

Si tratta di argomenti non illogicamente utilizzati per il rigetto dell’impugnazione e il mantenimento della misura carceraria, che superano e rendono qui irrilevante la questione del deposito dell’interrogatorio (comunque evidentemente avvenuto alla presenza della difesa) per l’assorbente rilievo che la doglianza non è qui articolata e supportata dall’allegazione di elementi acquisiti in atti che avrebbero dovuto portare a ritenere positivamente dimostrata la collaborazione dell’indagato in termini tali da poterne fare discendere l’illogicità della conclusione adottata dal giudice della cautela.

Basta del resto ricordare (cfr., tra le tante, Sezione 6, 4 novembre 2010, Pelumbi, non massimata) che, in materia di sostanze stupefacenti, ai fini della ravvisabilità dell’attenuante di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73, comma 7, poichè questa si colloca in uno spazio più avanzato rispetto a quello della mera "collaborazione informativa", l’operosità di chi voglia avvalersi della detta circostanza deve consentire la realizzazione di uno dei "risultati concreti" prevista dalla norma e cioè fare interrompere la catena delittuosa in atto e fare colpire i mezzi di produzione delle attività criminali, in coerenza con i più recenti interventi legislativi, che tendono ad incidere sul sistema patrimoniale e finanziario del crimine. In ogni caso, occorre una collaborazione qualificata dalla "proficuità", occorrendo un aiuto concreto ed efficace da parte del soggetto. Trattasi di valutazione che, nella complessiva economia del crimine, compete al solo giudice di merito ed è insindacabile da parte del giudice di legittimità, laddove sorretta da motivazione adeguata e logica, specie allorquando si verta in una fase del tutto provvisoria delle indagini ancora in corso, laddove si discute dell’applicazione di una misura cautelare e dell’adeguatezza di questa.

Al rigetto del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p. la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La Corte dispone inoltre che copia del presente provvedimento sia trasmessa al direttore dell’Istituto penitenziario competente perchè provveda a quanto stabilito dall’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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