Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 16-03-2011) 30-03-2011, n. 13141 misure cautelari

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1.-. Il difensore di L.G. ricorre per cassazione avverso l’ordinanza indicata in epigrafe, con la quale il Tribunale di Lecce, adito ex art. 309 c.p.p., ha confermato la misura cautelare della custodia in carcere applicata al predetto dal GIP di Lecce in data 15-10-2010.

Il ricorrente deduce:

– La violazione dell’art. 125 c.p.p., comma 3, in quanto il provvedimento impugnato sarebbe privo di una parte fondamentale della motivazione (da pag. 43 a pag. 58) e illeggibile in molte parti delle restanti pagine.

– Vizio di motivazione in riferimento ai gravi indizi di colpevolezza a carico del L.. In particolare, quanto al capo H), l’unico indizio a carico del prevenuto sarebbe costituito da una telefonata intercettata sulla utenza a lui intestata ma non da lui effettuata nè conosciuta. Nè il riferimento che il coimputato S. fa in questa telefonata all’amico che detiene cocaina di ottima qualità offerta in vendita, poteva riferirsi ad esso L., posto che lo stesso Tribunale, nel commentare una successiva conversazione telefonica del S. con tale S.D., individua questo amico in altra persona. A parte il fatto che ad esso L. sono state contestate violazioni della disciplina sugli stupefacenti relative soltanto ad hashish e non a cocaina. Quanto alla tentata estorsione aggravata di cui capo M), le emergenze delle indagini indicherebbero un comportamento del L. non collegato con gli altri soggetti indagati e del tutto autonomo e differenziato da loro, comportamenti che al più sembrerebbe integrare gli estremi di un tentativo di violenza privata. Infine anche in riferimento alla contestata aggravante di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 7 la motivazione della ordinanza censurata sarebbe del tutto carente e contraddittoria.

– Vizio di motivazione in riferimento alla ritenuta sussistenza delle esigenze cautelari, in quanto non si sarebbe tenuto conto del lungo tempo trascorso dai fatti contestati e degli elementi favorevoli emersi (allontanamento del L. dal contesto disagiato di Brindisi; redditi leciti derivanti da impiego stabile in provincia di Bologna; incensuratezza; cessazione da parte sua di ogni attività di spaccio di hashish fin dal 2008).

2.-. Il primo motivo di ricorso è palesemente infondato, posto che, contrariamente a quanto affermato dal ricorrente, il provvedimento impugnato, oltre ad essere leggibile in ogni sua parte, contiene l’intera motivazione in riferimento alla posizione del L. G..

Anche le residue censure prospettate dal ricorrente sono inammissibili per genericità e per manifesta infondatezza.

Il Tribunale di Lecce ha espressamente preso in esame tutte le doglianze oggi riproposte, osservando che le risultanze delle indagini (con particolare riferimento alle intercettazioni effettuate) avevano dimostrato la sussistenza di una grave piattaforma indiziaria a carico del prevenuto in ordine ai reati a lui ascritti e riportando dettagliatamente le conversazioni registrate, dalle quali emergeva il sicuro coinvolgimento del L. negli illeciti traffici a lui contestati. Il Tribunale ha anche precisato che non ostava al mantenimento della misura, attesa la gravità delle condotte e le modalità del loro svolgimento, la circostanza che il L. si era trasferito in altra località.

A fronte di queste coerenti conclusioni, il ricorrente, come si è visto, si è sostanzialmente limitato a prospettare rilievi del tutto generici ed apodittici e a contestare in modo del tutto assertivo la sussistenza del quadro indiziario a suo carico e la attualità delle esigenze cautelari. In definitiva, il tessuto motivazionale dell’ordinanza censurata non presenta affatto quella carenza, contraddittorietà o macroscopica illogicità del ragionamento del Giudice di merito che, alla stregua dei principi affermati da questa Corte, può indurre a ritenere sussistente il vizio di cui all’art. 606 c.p.p., lett. e), denunciato in ricorso.

3.-. Alla inammissibilità del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p. la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento di una somma in favore della cassa delle ammende che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in Euro 1.000,00 (mille), non ravvisandosi ragioni per escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità.

La Cancelleria provvederà agli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di 1.000,00 (mille) Euro in favore della cassa delle ammende. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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