Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 03-03-2011) 30-03-2011, n. 13313 Misure cautelari

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

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Svolgimento del processo – Motivi della decisione

A.S., a mezzo del proprio difensore, ricorre avverso l’ordinanza 2.12.10 del Tribunale dei riesame di Bari che ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 25.1.0.10 nei confronti, tra gli altri, del prevenuto, in relazione ai reati di cui all’art. 416-bis c.p. e D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74.

Deduce il ricorrente, nel chiedere l’annullamento dell’impugnata ordinanza, violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), c) ed e), in relazione all’art. 273 c.p.p., commi 1 e 1-bis, art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) e c-bis), art. 546 c.p.p., lett. e) e art. 192 c.p.p., difettando il provvedimento dei giudici del riesame di adeguata motivazione in ordine alle doglianze espresse dalla difesa in sede di ricorso ex art. 309 c.p.p., che riguardavano l’inattendibilità e l’inconsistenza delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e la mancanza di riscontri, oltre alla insufficienza o inadeguatezza delle captazioni ambientali e telefoniche per ritenerlo intraneus ai sodalizi, in una con l’assenza di contestazione di reati-fine, oltre alla impossibilità di identificare l’ A. nel soggetto ritenuto autore delle intercettazioni. I giudici – prosegue la difesa – si erano limitati ad aderire all’impostazione del g.i.p., dedicando ad A. solo la pag. 24 dell’ordinanza, salvo alcuni accenni in passi precedenti del provvedimento, senza cogliere -con riferimento alla partecipazione all’associazione di stampo mafioso di cui al capo A) – la discrasia dell’ordinanza genetica secondo cui, allorchè l’ A. era stato controllato dalla polizia il 3.3.08 assieme a G.A. e a D.C.O., si affermava che A. era passato dal clan Strisciuglio al clan Stramaglia da qualche mese, laddove la contestazione faceva invece riferimento al (OMISSIS).

Quanto poi alla caratterizzazione mafiosa dell’associazione, le dichiarazioni del collaborante L., contrariamente all’assunto del tribunale, circa episodi dimostrativi della forza intimidatrice del clan nei verificatisi in Cassano delle Murge nei confronti delle Forze dell’ordine, non erano mai state riscontrate e comunque non attenevano alla posizione degli altri sodali, ma solo a singoli atti di sopraffazione commessi dal propalante.

Inoltre – prosegue la difesa del ricorrente – le dichiarazioni dei collaboranti erano in contrasto tra loro, in quanto mentre il C. aveva precisato che A. era affiliato dapprima al clan Strisciuglio e si era poi affiliato a G.A. con il grado di "quarta", il L., pur definendolo anch’egli un "ragazzo" di G.A., gli aveva attribuito la "terza", laddove inoltre quanto narrato dai collaboratori circa le ipotizzate e sostenute azioni di guerra contro i presunti rivali del clan Di Cosola, alle quali l’ A. avrebbe partecipato, in particolare ai danni di Ch.Vi. e D.S., era rimasto confinato nel limbo dichiarativo dei propalatori, difettando di tutti i necessari riscontri esterni e nulla essendo emerso di concreto, con riferimento all’ A., dalle intercettazioni delle conversazioni ambientali, tanto meno il ruolo apicale attribuitogli nell’organizzazione.

Quanto all’ipotesi associativa sub B ( D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74), i collaboratori erano stati discordi tra loro, avendolo C. e L. definito all’inizio come piccolo spacciatore, per diventare quindi corriere e poi rifornitore di grossi quantitativi e tornare poi – secondo il narrato di R. – semplice spacciatore, in assenza comunque di autonome contestazioni D.P.R. n. 309 del 1990, ex art. 73 in riferimento alle asserite ed indimostrate cessioni di droga, senza alcuna spiegazione da parte dei giudici circa il ruolo di promotore del sodalizio assegnatogli e del perchè l’ A. avrebbe partecipato a tale sodalizio dal 20.2.07, secondo l’ordinanza cautelare, diversamente dall’appartenenza al clan mafioso collocata dal novembre del 2005.

Infine – conclude il ricorrente – mancava qualsiasi accenno all’ A. sulle istruzioni che questi avrebbe dovuto dare sul modus operandi e sulle forniture necessarie, come pure era significativo che il canale di approvvigionamento mai passasse da costui, nè che alcuno avesse speso il suo nome per acquistare la droga, in assenza inoltre di qualsiasi dichiarazione di assuntori di stupefacenti ovvero di sequestro di droga o ancora di un adoperarsi dell’ A. per l’assistenza economica e legale, lo scambio dei telefoni ovvero l’esistenza di una contabilità e di luoghi per il confezionamento dello stupefacente, per cui non emergeva, neanche in maniera implicita, il fattivo e materiale apporto caratterizzato dall’elemento della continuità fornito da A. in favore dell’associazione.

Osserva la Corte che il ricorso deve essere rigettato in quanto infondato.

Ricordato come il vizio di manifesta illogicità che, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), legittima il ricorso per cassazione in tema di misura cautelari personali deve risultare dal testo stesso del provvedimento impugnato, il che significa che solo l’assoluta carenza sul piano logico dell’iter argomentativo seguito dal giudice può avere rilievo in sede di legittimità, senza che lo possa la prospettazione di un’altra interpretazione o di un altro iter, in tesi egualmente corretti sul piano logico (v. Sez.un., 15 febbraio 1996, n. 41), per cui alla Corte di cassazione, allorchè sia denunciato vizio di motivazione del provvedimento emesso dal tribunale del riesame in ordine alla consistenza dei gravi indizi di colpevolezza, spetta il compito di verificare, in relazione alla peculiare natura del giudizio di legittimità e ai limiti che ad esso ineriscono, se il giudice di merito abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che l’hanno indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario a carico dell’indagato, controllando la congruenza della motivazione riguardante la valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi di diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze probatorie, con gli adattamenti resi necessari dal particolare contenuto della pronuncia cautelare, non fondata su prove, ma su indizi e tendente all’accertamento non della responsabilità, ma di una qualificata probabilità di colpevolezza (v. Sez. un., 22 marzo 2000, n. 11), oltre che all’esigenza di completezza espositiva (v. Cass., sez. 6, 1 ottobre 2008, n. 40609), rileva la Corte che nell’ordinanza impugnata non si rinvengono profili di incongruenza della motivazione in tema di gravità indiziaria, sia con riferimento all’ipotesi criminosa di cui all’art. 416-bis c.p. (capo A) che a quella assodativa sub B). Il provvedimento, infatti, da conto, in maniera adeguata, puntuale e con motivazione immune da vizi logico-giuridici, degli elementi a carico di A.S. per i reati ascrittigli, rappresentati, quanto alla sua appartenenza, in posizione di preminenza, al "clan Stramaglia" – la cui esistenza ed operatività risulta derivare dall’organizzazione mafiosa "Parisi", dedita al traffico di sostanze stupefacenti ed al contrabbando di tabacco lavorato estero e che annoverava tra i suoi partecipi anche S.A.M., come emerso dalla sentenza, divenuta irrevocabile il 26.3.08, relativa al proc.pen. n. 11650/00 (c.d. "Operazione (OMISSIS)"), il quale aveva poi esteso il suo interesse anche per il territorio di Adelfia, venendo in contrasto con il clan avverso di D.C. A., contrasto che già dall’estate del 2007 aveva dato luogo alle prime sparatorie tra gli esponenti dei due gruppi – anzitutto dalle dichiarazioni, auto ed eteroaccusatorie, dei collaboranti L.P., C.M. e R.N., nonchè da quelle di altro collaboratore, T.V., il quale – hanno sottolineato i giudici del riesame – aveva confermato l’esistenza del clan Stramaglia indicando G.A. (" A. il (OMISSIS)") come colui che "fu fatto di terza insieme a me nel 2004 giù al locale di Valenzano…ci facemmo il grado di terza". Ha al riguardo dichiarato il L., nel corso dei suoi interrogatori del 13.3.09 e 22.5.09, premesso che in Cassano delle Murge la cittadinanza era terrorizzata dal "clan Stramaglia", capeggiato da S.A.M., che A.S. (da lui riconosciuto in fotografia) era un ragazzo di G. A., affiliato con il grado di "terza" e che pertanto partecipava ai summit presieduti da S.A.M., indicandolo inoltre come facente parte del "commando" che il 3.11.08 aveva attentato alla vita di Ch.Vi. – esponente di spicco del clan Di Cosola di Adelfia -, che nell’occasione era rimasto ferito di striscio al collo, e di D.S., rimasto invece illeso.

C.M., a sua volta, nell’individuare in fotografia l’ A., ne ha indicato il grado di affiliazione al clan Stramaglia ("quarta"), precisando che dapprima il predetto era affiliato al clan Strisciuglio, ma che dopo l’arresto del suo "padrino" si era affiliato con G.A. e, per conto del clan Stramaglia, si occupava dello spaccio di cocaina ed hashish.

Ancora, R.N., nell’individuare anch’egli in fotografia A.S., ha avuto modo di riferire che costui apparteneva al clan Stramaglia ed era un "ragazzo" di G.A. per conto del quale trasportava cocaina, rifornendo anche – unitamente al G. – il clan Di Cosola, come era avvenuto nell’occasione in cui aveva consegnato, assieme al G., a V.M. un carico di 7 kg. di marijuana, aggiungendo inoltre che allorchè esso R. era passato dal clan Stramaglia al clan Di Cosola gli era accaduto di vendere cocaina ad affiliati del clan Stramaglia, tra cui " S. di (OMISSIS)" (individuato in A.S.) che era solito spacciare droga nella villa di Montrone per conto del clan Stramaglia.

Riscontri a tali affermazioni si sono avuti dalle numerose conversazioni ambientali e telefoniche intercettate (e riportate nell’ordinanza impugnata), tra cui – con riferimento al reato associativo sub A) – quella dell’11.7.08 (h. 11,31) all’interno dell’abitazione di Ch.Vi., tra quest’ultimo -esponente del clan Di Cosola e responsabile dell’articolazione di Adelfia – e V.M., nella quale si era fatto riferimento a "300 Euro" pagati da un commerciante (certo "(OMISSIS)"), verosimilmente vittima di estorsione, aggiungendosi inoltre da parte del V. che " S. e Ch." (individuati in A.S. e Ta.Fr.) erano stati visti proprio in quell’attività commerciale, circostanza che aveva suscitato le ire del Ch. tanto da affermare: "Va bene…a me adesso mi hanno rotto il cazzo".

Ancora – e con precipuo riferimento al reato associativo di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 74 – i giudici del riesame hanno indicato partitamente le conversazioni telefoniche intercettate riguardanti A.S., facenti tutte riferimento a "marmitte", "maestranze" e "servizi" da svolgere e a continui appuntamenti presso le medesime località, con alto grado di verosimiglianza indicative quindi di una costante attività di spaccio di stupefacenti, per cui, alla luce delle suindicate emergenze del tutto correttamente i giudici del riesame hanno ritenuto la gravità del quadro indiziario a carico di A. S. anche per il reato associativo finalizzato al traffico di sostanze stupefacenti (capo B), operante nel territorio di Adelfia, ritenendo marginali – e tali da non minare l’attendibilità intrinseca delle propalazioni dei collaboranti – le discrasie sul ruolo da attribuire all’ A. all’interno del clan Stramaglia (di "quarta" o di "terza"). Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. La cancelleria provvederà agli avvisi di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1- ter.
P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Manda la cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1-ter.

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