Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio – Roma 2034/2009

nelle persone dei Signori:

ELIA ORCIUOLO Presidente

DOMENICO LANDI Cons.

GIUSEPPE ROTONDO Primo Ref. , relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella Camera di Consiglio del 03 Aprile 2009

Visto il ricorso 2034/2009 proposto da: CAPUTO FERDINANDO rappresentato e difeso da: MARRACINO AVV ALBERICO con domicilio eletto in ROMA – CORSO TRIESTE, 10 presso il suo studio

contro

MINISTERO DELLA DIFESA, rappresentato e difeso da: AVVOCATURA DELLO STATO con domicilio eletto in ROMA – VIA DEI PORTOGHESI, 12

per l’annullamento, previa sospensione dell’esecuzione,

del decreto dirigenziale prot. n. 0047/3-9/2009 del 4.2.2009, con il quale la Direzione Generale per il personale militare, nell’esercizio del potere di revisione in malam partem, infliggeva al ricorrente la più grave sanzione disciplinare di stato della sospensione dall’impiego per la durata di tre mesi, in sostituzione della sanzione di corpo proposta dall’Ufficiale Inquirente all’esito dell’inchiesta formale; di ogni altro atto consequenziale, coordinato e connesso, ivi compresa la trascrizione della predetta sanzione disciplinare di stato sul foglio matricolare del ricorrente;

Visti gli atti e i documenti depositati con il ricorso;

Vista la domanda di sospensione della esecuzione del provvedimento impugnato, presentata in via incidentale dal ricorrente;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero della Difesa;

Udito il relatore Primo Ref. GIUSEPPE ROTONDO e udito altresì per la parte ricorrente l’avv. Marracino;

In limine, il Collegio dà atto che sussistono i presupposti per la definizione in forma semplificata della controversia ai sensi dell’art. 9 della L. n. 295/2000, e di tale possibilità è stato dato avviso in udienza.

Con il ricorso in esame, il ricorrente – tenente in servizio effettivo presso il Reggimento Genio Ferrovieri in Catel Maggiore – impugna il decreto n. 0047/3-9/2009 datato 4 febbraio 2009 con il quale il direttore generale (persomil) gli ha inflitto la più grave sanzione disciplinare di stato (sospensione di 3 mesi) in luogo di quella proposta dall’ufficiale inquirente all’esito del relativo procedimento disciplinare e consistente in una sanzione di corpo.

L’interessato deduce: violazione delle norme sul procedimento disciplinare e sulla competenza, difetto di motivazione nonché sproporzionalità ed abnormità della sanzione. Egli eccepisce, altresì, l’illegittimità costituzionale dell’art. 88 della legge 113/1954 per violazione degli artt. 3 e 97 Cost..

Il ricorso è fondato con riguardo alla censura articolata sub lett. b) del secondo dei dedotti motivi di ricorso (difetto di motivazione).

Va premesso che il ricorrente, imputato del reato di cui all’art. 589, c. II, c.p. (per avere cagionato a titolo di colpa la morte di un pedone in un incidente stradale) ha patteggiato la pena ai sensi dell’art. 444 c.p.c.

Il direttore generale, all’esito dell’inchiesta formale, ha deciso di applicare la più grave sanzione disciplinare di stato per la seguente motivazione “Valutato che l’addebito contestato ha trovato riscontro negli atti del procedimento disciplinare e che il comportamento posto in essere dal tenente F.C. importa un grave disvalore disciplinare ed è quindi tale da giustificare una sanzione di stato”.

Come seguono le considerazioni del Collegio.

In virtù dell’art. 88, L. 113/1954 e dell’art. 75 della legge n. 599 del 1954 nei procedimenti disciplinari a carico di ufficiali e sottufficiali il Ministro (ora il direttore generale) può discostarsi dal parere della commissione di disciplina, in casi di particolare gravità, anche a sfavore dell’incolpato.

Il verdetto della Commissione assume, nel procedimento disciplinare di che trattasi, valenza di parere obbligatorio ma non vincolante (a differenza degli altri procedimento disciplinari del pubblico impiego in cui tale parere assume valenza sostanzialmente costitutiva o co-determinativa, dovendo soltanto essere recepito in un provvedimento formale).

Ne consegue in generale, sotto il profilo funzionale, che l’autorità deliberante da esso può discrezionalmente discostarsi in fase costitutiva col solo onere – secondo consolidati costrutti in giurisprudenza – di evidenziare con completezza le ragioni logiche e giuridiche che la inducono a disattendere il giudizio formulato dall’organo collegiale al termine del segmento procedimentale istruttorio.

Orbene, se in questo quadro di riferimento in sede disciplinare il dissenso del decidente – investendo la valutazione sulla congruità della sanzione proposta – può legittimamente relazionarsi anche ad un diverso apprezzamento delle risultanze istruttorie, è altrettanto vero, però, che la facoltà di dissenso attribuita all’autorità disciplinare comporta nei fatti la possibile sconfessione di una proposta formulata dall’organo collegiale competente all’esito del giusto procedimento e con la garanzia del contraddittorio. Ed è per questo motivo che, in un’ottica costituzionalmente orientata, la giurisprudenza ha statuito che allorquando fa uso di tale facoltà l’autorità deliberante non può limitarsi semplicemente a sostituire la propria valutazione di merito a quella espressa dalla commissione di disciplina ma deve individuare i presupposti straordinari che impongono di disattendere il giudizio della commissione.
In altri termini, la reformatio in peius si giustifica se supportata dall’individuazione di elementi prospettici o di sistema che in precedenza non sono stati tenuti adeguatamente presenti e che vanno invece ragionevolmente valorizzati in rapporto ad esigenze ordinamentali di settore.

Applicando queste coordinate ermeneutiche, ritiene il Collegio che tali presupposti di straordinarietà non siano stati adeguatamente evidenziati nel caso all’esame, in cui l’aggravamento della sanzione si correla secondo il provvedimento impugnato al “grave disvalore disciplinare” senza alcuna spiegazione circa la “particolare gravità” del comportamento tenuto dal militare avuto riguardo all’incidenza dell’illecito ascritto al dipendente nell’ambito del Corpo di appartenenza ed in pregiudizio dell’Istituzione.
Non nega, il Collegio, la facoltà dell’autorità di tenere conto, in sede disciplinare, delle risultanze emerse nelle varie fasi del pregresso procedimento penale, sì da evitare ulteriori accertamenti istruttori alla luce del principio di economicità del procedimento; ciò che conta, però, è che di tali risultanze sia autonomamente valutata la rilevanza in chiave disciplinare ai fini della decisione di discostarsi dalla proposta formulata dalla commissione di disciplina.

Nel caso in esame tale valutazione di merito – limitandosi a rapportarsi al “grave disvalore disciplinare” – s’appalesa tautologica. Ed invero, non sono state evidenziate con completezza le ragioni logiche e giuridiche che hanno indotto il direttore a disattendere il giudizio formulato dall’ufficiale inquirente; la motivazione s’appalesa schematica, generica ed astrattamente replicabile per ogni fattispecie simile, siccome sganciata dalla realtà del caso concreto. L’autorità, insomma, si è limitata semplicemente a sostituire la propria valutazione di merito a quella espressa dall’organo inquirente senza individuare i presupposti straordinari che potevano consentire di disattendere il giudizio della commissione.

La censura di difetto di motivazione, al dunque, coglie nel segno ed il ricorso è meritevole, per questa sola ragione, di essere accolto.

La fondatezza del gravame rende irrilevante la prospettata questione di legittimità costituzionale dell’art. 88 della legge n. 113/1954. A questo proposito, non può sottacersi, tuttavia, che la Corte costituzionale, con sentenza n. 62 del 2009, ha annullato l’analogo, in parte qua, art. 75 della legge 31 luglio 1954, n. 599 (Stato dei sottufficiali dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica), limitatamente alle parole «e, soltanto in casi di particolare gravità, anche a sfavore». E’ evidente che, fondandosi l’art. 88 della legge n. 113/1954 sulla medesima ratio della norma parzialmente dichiarata incostituzionale la prospettata questione di legittimità costituzionale dell’art. 88 citato sarebbe stata manifestamente non infondata.

Delle considerazioni appena svolte dovrà tenere conto l’amministrazione in sede di riesercizio del potere.

Per quanto sopra esposto, il ricorso in esame, assorbita ogni altra censura, è meritevole di accoglimento.

Le spese di giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, Sezione 1^ bis, accoglie, nei sensi in motivazione, il ricorso in epigrafe.

Condanna il ministero della difesa alla refusione delle spese di giustizia in € 1.000,00.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma il 03 Aprile 2009, in Camera di Consiglio.

il Presidente

il Consigliere, est.

N.R.G. 2034/2009

N.R.G. «RegGen»

Fonte: www.giustizia-amministrativa.it

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