Cass. pen., sez. VI 19-10-2007 (16-10-2007), n. 38919 Messa in circolazione di veicolo sequestrato – Configurabilità del reato – Sussistenza.

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

RITENUTO IN FATTO
1. Il P.M. ricorre contro la sentenza indicata in epigrafe, con cui il Tribunale di Napoli ha assolto P.P. dal reato di cui all’art. 334 c.p., perchè il fatto non sussiste. Tale reato era stato ascritto all’imputato perchè, custode di un autocarro sottoposto a sequestro, aveva con esso circolato.
Ha ritenuto il Tribunale che la condotta del P. fosse interamente regolata dall’art. 213 C.d.S., che prevede per essa soltanto una sanzione amministrativa.
2. Il p.m. lamenta la violazione della legge penale, e dopo aver premesso che il Tribunale ha ritenuto certi i fatti ascritti al P., osserva che secondo la giurisprudenza della Cassazione, nell’ipotesi di circolazione di veicolo, il deterioramento del bene si verifica per il semplice fatto dell’uso e che in ogni caso l’art. 213 C.d.S., che il Tribunale ha ritenuto governare compiutamente la specie, contiene invece "un’espressa clausola di salvezza che ribadisce la compatibilità tra tale precetto e la norma incriminatrice penale".
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Come è stato esposto in narrativa, il ricorso del p.m. chiama la Corte ad una ricognizione del rapporto tra l’art. 213 C.d.S., e l’art. 334 c.p..
2. E a questo proposito va premesso che la circolazione non autorizzata da parte del proprietario o del custode su mezzo sequestrato, comporti o non comporti un deterioramento, corrisponde di per sè, concettualmente, ad una sottrazione al vincolo di indisponibilità impresso con il sequestro, prevista e repressa dalla norma penale (giurisprudenza costante: cfr. per esempio e per prima sez. 3, 6 dicembre 1966,n. 2744, e da ultima sez. 6, 22 giugno 2000, n. 7930).
3. Tanto detto, potrebbe tuttavia sostenersi, sotto il profilo dell’interpretazione sistematica, che all’operatività dell’art. 334 c.p., si frappone nella specie l’art. 213 C.d.S., il quale prevede come violazione amministrativa l’ipotesi della circolazione abusiva, su mezzo sottoposto a sequestro penale o amministrativo, da chiunque venga posta in essere.
E tuttavia è dato immediatamente rilevare che l’art. 213 C.d.S., per il fatto di avere a destinatali un numero indeterminato di soggetti, in ogni modo maggiore rispetto a quelli specificamente contemplati nella disposizione penale, non può strutturalmente definirsi norma speciale nel confronto con quest’ultima. La quale, a sua volta, non è speciale rispetto alla prima in ragione della pluralità delle condotte considerate, ben oltre il caso della circolazione abusiva.
Ne deriva che al rapporto tra le due leggi, penale ed amministrativa, non è applicabile il principio espresso dalla L. n. 689 del 1981, art. 9. 4. Va poi presa in esame l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata per cui si dovrebbe "ritenere che il legislatore abbia inteso racchiudere all’interno dell’unico citato art. 213 C.d.S., "tutta la disciplina afferente al sequestro in materia di circolazione stradale, dall’applicazione della misura sino alle conseguenze della sua violazione".
Ma al riguardo occorre per contro considerare che la condotta repressa dalla disposizione penale non ha direttamente a mira il carattere abusivo della circolazione del veicolo, contemplato invece ed esclusivamente dalla disposizione del codice della strada, sibbene il vulnus di tutt’altra qualità inferto con la sua azione infedele da parte di chi è specialmente obbligato ad osservare il provvedimento di sequestro, per essere soggetto passivo del procedimento ablatorio, ovvero ufficio del procedimento stesso.
5. In tal modo, rilevato che tra le norme considerate non v’è relazione di specialità e non v’è nemmeno un assorbimento della specie in un’ipotesi normativa comprensiva di tutto il suo disvalore, si deve necessariamente concludere che, quando autore della circolazione abusiva del mezzo sequestrato sia il custode o il proprietario, si verifica un concorso formale tra la violazione amministrativa di cui all’art. 213 C.d.S., e il reato di cui all’art. 334 c.p..
6. Nè ha rilievo che l’art. 213 C.d.S., a differenza del successivo art. 214 C.d.S., in realtà non prevede una clausola espressa di salvezza delle norme penali (in questo senso va corretta l’erronea affermazione contenuta nel ricorso del p.m.). Una simile clausola, per quanto si è detto, sarebbe stata infatti superflua, una volta assodate – si ripete – l’impossibilità di applicare il principio di specialità al rapporto tra norma amministrativa e norma penale e l’eterogeneità dei beni tutelati dalla due disposizioni.
7. A ragione dunque il p.m. lamenta la violazione della legge penale da parte della sentenza impugnata, che ha negato l’applicabilità alla specie dell’art. 334 c.p..
P.Q.M.
LA CORTE DI CASSAZIONE Annulla la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Napoli per il giudizio d’appello.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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