Cass. civ., sez. II 24-03-2006, n. 6600 PROCEDIMENTO CIVILE – ESTINZIONE DEL PROCESSO – PROVVEDIMENTO DEL GIUDICE – IMPUGNAZIONE – Provvedimento dichiarativo dell’estinzione emesso in forma di ordinanza dal collegio in sede di appello – Forma di ordinanza

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

Con atto di citazione 27.9.2001 M.M. propose, nei confronti della CIELLE s.r.l., appello avverso la sentenza inter partes emessa dal Tribunale di Corno in data 15.11.200 e depositata il 14.2.2001.

Nel corso del conseguente giudizio, nel quale l’appellata non si era costituitala Corte d’Appello di Milano, con ordinanza dell’11.4.2002, ritenutane l’opportunità, disponeva la rinnovazione della notificazione dell’atto di appello sia al procuratore domiciliatario dell’appellata, sia direttamente alla stessa, rinviando alla successiva udienza del 18.7.2002.

Non essendo, in quest’ultima udienza, comparsa alcuna delle parti, con provvedimento esteso a verbale la Corte suddetta, "visti gli artt. 359 e 290 c.p.c. dichiara(va) l’estinzione del processo disponendo la cancellazione della causa dal ruolo".

Avverso tale provvedimento, il M., proponeva prima reclamo ex art. 308 c.p.c., che veniva tuttavia dichiarato inammissibile dalla stessa Corte (con provvedimento del 7.11, 2002, non oggetto di alcuna impugnazione), e poi ricorso per Cassazione, deducente due motivi di censura.

L’intimata non ha svolto attività difensive.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso viene dedotta "violazione dell’art. 161 c.p.c., comma 2 e art. 132 c.p.c., comma 3, con conseguente inesistenza/nullità del provvedimento impugnato".

Premesso che quest’ultimo, sebbene qualificato ordinanza, per il "principio della prevalenza della sostanza sulla forma", debba ritenersi in realtà una sentenza, in considerazione della natura decisoria che riveste, ne viene denunciata, quanto tale, l’invalidità, perchè sottoscritta dal solo presidente del collegio giudicante (oltre che dal cancelliere) e non anche dagli altri componenti, segnatamente dal consigliere relatore, ancorchè la relativa indicazione figuri nell’intestazione del verbale.

Il collegio, pur consapevole dell’esistenza di precedenti giurisprudenziali di legittimità (Cass. sez. lav. N. 14936/00, sez. 3^ n. 10664/02), dai quali il motivo di ricorso trae spunto, non ritiene di poterlo accogliere, non condividendo l’invocato principio della totale equiparazione, sostanziale e formale, delle ordinanze estintive pronunciate in grado di appello, alle sentenze. Il diverso ed indiscusso principio, della prevalenza della sostanza sulla forma, in virtù del quale un provvedimento, sebbene emesso nelle forme dell’ordinanza, deve essere equiparato ad una sentenza, ove idoneo a comportare, come nella specie, il passaggio in giudicato di una decisione adottata nel precedente grado del processo, se può valere ai fini dell’impugnabilità del provvedimento in questione, non può tuttavia anche implicare le deroga alle disposizioni processuali che espressamente ne regolano le modalità di adozione.

In altri termini, il provvedimento di cui all’art. 290 c.p.c., con il quale il Giudice, in caso di inottemperanza alle disposizioni di cui all’art. 187 c.p.c., dispone la cancellazione della causa dal ruolo, con conseguente estinzione del processo, è formalmente un’ordinanza; in tali forme, stante il richiamo operato dall’art. 359 c.p.c. e l’assenza di specifiche disposizioni prescriventi in siffatti casi l’assegnazione della causa a sentenza, non può che essere adottato anche il provvedimento analogo, con il quale l’estinzione del processo viene pronunciata in grado di appello.

é solo l’effetto derivato da tale estinzione, di determinare, ove non impugnata, il passaggio in giudicato della sentenza appellata, che comporta l’equiparazione del provvedimento ad una sentenza e ne determina l’impugnabilità successiva, per eventuali vizi di legittimità, con il ricorso per Cassazione, in ragione del suo sostanziale contenuto decisorio; ma tale equiparazione, soltanto sostanziale, non può tuttavia autorizzare a ritenere che anche le forme di adozione di siffatti provvedimenti debbano essere quelle della sentenza.

Nel caso di specie l’ordinanza estintiva, conformemente alle generali prescrizioni di cui all’art. 134 c.p.c., che ne consentono, ove pronunciata in udienza, l’inserimento nel relativo processo verbale, è perfettamente valida, risultando sottoscritta dal presidente del collegio e dal cancelliere, la cui sottoscrizione, per la fede privilegiata che assiste siffatti atti, non solo certifica l’autenticità di quella del presidente, ma anche la riferibilità del provvedimento al collegio decidente, indicato nel verbale stesso.

Nè può rilevare, ad inficiare la validità del provvedimento, ancorchè avente effetti decisori equiparabili a quelli di una sentenza, la circostanza che nel processo verbale un componente del collegio, diverso dal presidente, figuri indicato quale relatore e non l’abbia, tuttavia, sottoscritto.

A parte le considerazioni sopra espresse, a termini delle quali il provvedimento formalmente resta comunque un’ordinanza, deve osservarsi che la presunzione di coincidenza tra il relatore e l’estensore ex art. 276 c.p.c., u.c., valorizzata in uno dei citati precedenti giurisprudenziali (Cass. 10664/02), in parte favorevole alla tesi del ricorrente, agli effetti della nullità di siffatte ordinanze a contenuto decisorio sottoscritte dal solo presidente, non può valere nel caso di specie, riguardando la norma citata solo le modalità di deliberazione delle decisioni nella Camera di consiglio, e non anche quelle adottate direttamente in udienza, per le quali le sole forme sono, quelle ordinarie e generali dell’inserimento a verbale.

D’altra parte – e la considerazione può ritenersi decisiva, anche ove dovesse aderirsi alla tesi esigente la sottoscrizione dell’estensore, oltre che del presidente – nei casi in cui l’estrema semplicità della motivazione, risolventesi, come nella specie, nel rilievo dell’assenza delle parti (implicante la mancata prova di adempimento al precedente ordine di rinnovo della citazione), e nella menzione delle disposizioni processuali applicatele abbia consentito la dettatura, o comunque, l’inserimento a verbale (attività di competenza art. 130 c.p.c., comma 2, del presidente del collegio, sotto la cui direzione il verbale viene redatto), non potendo operare la sopra menzionata presunzione di coincidenza tra relatore della causa e redattore della sentenza (valevole, come si è detto, solo per le deliberazioni in Camera di consiglio), l’"estensore" dell’ordinanza (ancorchè decisoria) non può che essere ritenuto lo stesso presidente, il quale, rendendosi portavoce della decisione collegiale, ne ha dettato il contenuto al cancelliere, o comunque curato il relativo inserimento a verbale.

Tale palese coincidenza nel caso specie, di estensore e presidente del collegio decidente, comporta anche l’inconferenza del richiamo alla regola di cui all’art. 132 c.p.c., comma 3, di cui si lamenta la violazione, agli effetti dell’art. 161 c.p.c., comma 2, nel motivo di ricorso. Il secondo motivo, denunciante violazione e falsa applicazione degli artt. 359 e 290 c.p.c., per mancata considerazione di un impedimento assoluto, che avrebbe determinato la mancata presenza all’udienza del procuratore e difensore dell’appellante, è palesemente inammissibile, trattandosi di censura, peraltro in fatto, non attinente al provvedimento in questa sede impugnato, che nessun vizio di legittimità o motivazione evidenzia al riguardo, in ordine a circostanze non conosciute, nè conoscibili dai Giudici che pronunziarono l’estinzione del giudizio, non essendo questi tenuti a compiere, di ufficio, alcuna indagine al riguardo.

Il ricorso va, in definitiva, respinto;non vi è luogo a pronunzia sulle spese, in assenza di controparti costituite.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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