Cass. civ., sez. III 23-02-2006, n. 3998 IMPUGNAZIONI CIVILI – CASSAZIONE – ESECUZIONE FORZATA – CESSIONE DEI CREDITI- Sottoscrizione della parte o di un suo rappresentante ad negotia – Spese di lite – Riconducibilità fra gli accessori del credito ceduto

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Fatto

Con atto di citazione notificato in data 25 novembre 1993 la RCM Costruzioni s.r.l. conveniva in giudizio l’architetto B. F. per sentirlo condannare al pagamento della residua somma di L. 12.015.000 per alcuni lavori eseguiti in un appartamento di proprietà del B..

Il B. si costituiva in giudizio contestando la pretesa attrice, rilevando che i lavori eseguiti nel suo appartamento erano stati commissionati direttamente all’artigiano F.F., su consiglio del legale rappresentante della s.r.l. RCM Costruzioni.

Con sentenza n. 9198 il Tribunale di Napoli condannava il B. al pagamento della somma richiesta nei confronti della società.

Successivamente la RCM cedeva il suo credito al F.: quest’ultimo, in data 6 marzo 1998, notificava al B. atto di precetto, chiedendo tuttavia anche le spese di lite liquidate in favore della società.

Il B. proponeva opposizione al precetto con atto 11 marzo 1998.

L’opposizione era rigettata dal Pretore di Napoli con sentenza del 23 settembre 1998 n. 11996.

Il Tribunale di Napoli, con decisione 5 ottobre – 14 novembre 2001, rigettava l’appello del B..

I giudici di appello rilevavano che il precetto opposto era formalmente corretto.

Tra l’altro il B., in sede di opposizione, non aveva affatto lamentato un difetto di procura, tardivamente rilevato solo in appello (e peraltro neppure sussistente).

Nel merito, la Corte osservava che il credito azionato dal F. era attuale ed esigibile, essendo il F. cessionario del credito derivante da una sentenza provvisoriamente esecutiva, resa in favore della società cedente, RCM.

Quanto al secondo motivo di appello, la Corte rilevava che l’intimante F. ben poteva con lo stesso atto di precetto chiedere anche le spese ed i diritti di procuratore della causa iniziata dalla stessa società RCM, in quanto accessori del credito ceduto.

Avverso questa decisione il B. ha proposto ricorso per Cassazione sorretto da due distinti motivi. Resiste il F. con controricorso.

Diritto

Appare necessario preliminarmente esaminare le eccezioni formulate con il controricorso.

Esse riguardano l’inammissibilità del ricorso per Cassazione in quanto sottoscritto da un avvocato non iscritto nell’apposito albo e il difetto di procura speciale al difensore.

Quanto alla prima, il ricorrente richiama alcune decisioni di questa Corte, ribadendo l’inammissibilità del ricorso per Cassazione quando la firma della parte nella procura speciale sia – come nella specie – certificata come autografa da un difensore non ammesso al patrocinio dinanzi a questa Corte.

Nel caso in esame, rileva il F., il ricorrente aveva conferito procura a due difensori, uno solo dei quali (Memola Eugenio) era però iscritto all’albo speciale dei cassazionisti.

Poichè la firma della parte risultava essere stata autenticata solo dall’altro difensore, ne discendeva l’inammissibilità del ricorso per Cassazione.

Il motivo è infondato.

Dall’esame diretto degli atti risulta che entrambi gli avvocati ebbero ad autenticare la firma apposta dal ricorrente a margine del ricorso per Cassazione.

Va anche ricordata, tra l’altro, a proposito dell’eccezione formulata dalla parte controricorrente, una recente decisione di questa Corte, resa a Sezioni Unite, la quale – componendo il contrasto esistente nella giurisprudenza di legittimità, in merito alla validità della procura speciale alla lite con sottoscrizione della parte non seguita dall’attestazione di autenticità dell’autore – ha affermato che il disposto di cui all’art. 83 c.p.c., comma 3, deve considerarsi osservato anche quando la firma del difensore sia apposta in chiusura del testo dell’atto al quale il mandato si riferisce (Cass. 28 novembre 2005 n. 25032).

Secondo questo recente, autorevole, insegnamento, pertanto, è sufficiente che l’atto sia firmato dal difensore al termine del documento (e, con riferimento al caso di specie, che lo stesso sia abilitato all’esercizio della professione dinanzi a questa Corte).

La seconda eccezione del controricorrente riguarda, invece, l’inesistenza di procura speciale a margine del ricorso per cassazione, richiesto anch’essa a pena di inammissibilità, dall’art. 365 del codice di procedura civile.

Le espressioni utilizzate dal ricorrente con la previsione di attività istruttorie e di impulso tipiche dei giudizi di merito nonchè della fase esecutiva, anzichè di quella del giudizio di legittimità, non consentirebbero – ad avviso del controricorrente – di riferire esclusivamente al giudizio di cassazione la procura apposta a margine del ricorso.

Anche questa seconda eccezione si rivela del tutto infondata.

Costituisce principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo il quale la genericità della formula adottata per il conferimento della procura di cui all’art. 365 del codice di procedura civile e persino la mancanza di un espresso riferimento al giudizio di cassazione non comportano l’esclusione della specialità della procura medesima, quando questa sia desumibile con certezza dal rilascio in calce o a margine dell’atto contenente il ricorso così da implicare, in maniera precisa e sicura, lo specifico riferimento della procura al ricorso al quale essa inerisce e con il quale forma materialmente corpo (Cass. S.U. n. 11178 del 27 ottobre 1995).

Nel caso di specie non solo la procura è apposta a margine del ricorso per cassazione, ma la stessa contiene un esplicito riferimento alla sentenza del Tribunale di Napoli impugnata ed alla sua impugnazione dinanzi a questa Corte.

Ne discende l’ammissibilità del ricorso per Cassazione.

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 83 e 125 del codice di procedura civile, art. 111 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e 5.

in ordine al difetto di procura apposta sul precetto, i giudici di appello avevano laconicamente affermato che la relativa eccezione proposta dall’appellante era tardiva e "peraltro non sussistente".

La decisione, ad avviso del ricorrente, sarebbe erronea sotto un duplice profilo: per quanto riguarda la ritenuta tardività, poichè il difetto di procura è rilevabile anche di ufficio in ogni stato e grado del giudizio.

Sotto l’altro profilo, per avere affermato l’esistenza di una valida procura sull’originale del precetto, poichè anche in questo caso la mancanza della trascrizione della procura – nella copia notificata allo stesso ricorrente – non consentirebbe comunque di stabilire con certezza l’anteriorità del rilascio della procura rispetto alla data di notifica del precetto.

La giurisprudenza di questa Corte, segnala conclusivamente il ricorrente, è ferma nel ritenere che l’esistenza del mandato in epoca anteriore alla notifica deve quanto meno desumersi da elementi idonei.

Nel caso di specie, tale esistenza non poteva desumersi in alcun modo neanche dalla relata di notifica dell’ufficiale giudiziario, poichè questi aveva provveduto a notificare "copia" e non "copia conforme" all’originale, non consentendo di stabilire con certezza che il mandato al difensore era stato rilasciato prima della notifica del ricorso.

Il motivo non è fondato.

Si richiama il consolidato orientamento di questa Corte, secondo cui l’atto di precetto, non contenendo alcuna domanda giudiziale, può essere validamente sottoscritto dalla parte, oppure da un suo procuratore "ad negotia", ovvero da qualsiasi legale.

Il precetto, infatti – pur rientrando tra gli atti di parte il cui contenuto e la cui sottoscrizione sono regolati dall’art. 125 del codice di procedura civile – non costituisce atto introduttivo di un giudizio, bensì un atto preliminare stragiudiziale.

Nel caso di sottoscrizione del precetto da parte di altro soggetto, il quale abbia sottoscritto il precetto in rappresentanza del titolare del diritto risultante dal titolo esecutivo, la ^rappresentanza è sempre di carattere sostanziale anche se conferita a persona avente la qualità di avvocato.

(Cass. 10 ottobre 1997 n. 9873,18 febbraio 1992 n. 2000,19 luglio 1979 n.

4284,12 gennaio 1979 n. 252. Cfr. anche Cass. 23 novembre 1994 n. 9913,16 giugno 1992 n. 7394).

Tale rilievo assorbe tutte le osservazioni formulate dal controricorrente F.

in merito all’infondatezza del primo motivo del ricorso.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1263 del codice civile, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e 5.

Il Tribunale di Napoli, ad avviso del ricorrente, non avrebbe applicato correttamente la disposizione di cui all’art. 1263 c.c. riconoscendo al F.

non solo l’importo relativo al credito ceduto, ma anche quello relativo alle spese di lite: queste non sono, infatti, un accessorio della sorte capitale, costituendo piuttosto una entità autonoma nel patrimonio del cedente.

Il Collegio ritiene fondato tale motivo.

Come accertato dai giudici di merito, la RCM costruzioni s.r.l. ebbe a cedere il credito nei confronti dell’architetto B. al F..

In base all’art. 1263 del codice civile, il credito è trasferito al cessionario con i privilegi, con le garanzie personali e reali e con gli altri accessori.

Si attua, in tal modo, il subentro integrale del cessionario nella situazione creditoria ceduta.

La formulazione assai ampia della norma, in particolare il riferimento generico agli "altri accessori", induce a ricomprendere nell’oggetto della cessione la somma delle utilità che il creditore può trarre dall’esercizio del diritto ceduto, ossia tutte le situazioni giuridiche direttamente collegate con il diritto stesso, che ne costituiscono il contenuto economico.

Viene in pratica trasferita ogni situazione soggettiva o clausola che non presentando profili di autonomia rispetto alla concreta situazione creditoria ceduta, ne integri il contenuto e ne specifichi la funzione, così da ricomprendere tutti i poteri del creditore relativi alla determinazione, variazione e modalità della prestazione, nonchè quelli relativi alla tutela del credito.

La giurisprudenza di questa Corte, in applicazione di tali principi, ha precisato – ad esempio – che il diritto al risarcimento del maggior danno derivato dal ritardo nel pagamento del credito deve senz’altro ritenersi incluso nell’oggetto della cessione, trattandosi di diritto che non può esistere o estinguersi se non congiuntamente al credito ceduto e che direttamente consegue al ritardo nell’adempimento dell’obbligazione principale (Cass. 15 settembre 1999 n. 9823).

Ad opposte conclusioni deve invece pervenirsi con riferimento alle spese del processo liquidate dal giudice con la sentenza che ha deliberato in merito al credito ceduto.

Le pronunce relative alle spese del giudizio, rese nell’ambito di una tale decisione producono i loro effetti solo nei confronti delle parti processuali.

Con specifico riferimento alle disposizioni processuali dettate dall’art. 111 del codice di procedura civile per la successione a titolo particolare nel diritto controverso, questa Corte ha avuto modo di precisare che il successore nel giudizio, rimasto estraneo al processo, in quanto effettivo titolare nella situazione sostanziale sulla quale la sentenza incide, ne subisce gli effetti, anche in sede esecutiva (Cass. 13 marzo 1998 n. 2748).

Gli effetti sono tuttavia – anche in tale ipotesi soltanto quelli che derivano dal contenuto di merito della sentenza, e cioè gli effetti che incidono sulla situazione sostanziale, e non anche gli effetti di rito che sono operanti esclusivamente nei confronti delle parti processuali. Tra gli effetti di rito – che non si estendono al successore – è ricompresa, appunto, la condanna alle spese, della quale possono essere destinatarie solo le parti del processo (Cass. 31 ottobre 2005 n. 21107).

Per le medesime ragioni, deve concludersi che il cessionario di un credito, il cui diritto sia stato riconosciuto con sentenza nei confronti del cedente, e che sia rimasto estraneo al processo relativo a tale accertamento, pur potendo utilizzare come titolo esecutivo la sentenza favorevole al suo dante causa (Cass. n. 17 ottobre 1994 n. 8459) non potrà avvalersi di tale sentenza nella parte in cui la stessa reca condanna alle spese della controparte rimasta soccombente (che spetteranno invece solo al suo dante causa che le ha effettivamente sostenute).

Il secondo motivo di ricorso deve pertanto essere accolto con rinvio ad altro giudice che procederà a nuovo esame attenendosi al principio di diritto sopra enunciato.

Quale giudice di rinvio deve essere indicata la Corte d’Appello di Napoli, perchè le Corti d’Appello sono oggi giudice dello stesso grado di quello che ha pronunciato la sentenza cassata (art. 383 c.p.c., comma 1) rispetto alle sentenze pronunciate dal tribunale quale giudice di appello rispetto alle sentenze del pretore.

Il giudice di rinvio provvedere anche in ordine alle spese di questo grado del giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo, accoglie il secondo motivo di ricorso.

Cassa in relazione alle censure accolte e rinvia anche per le spese alla Corte d’Appello di Napoli.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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