Cass. pen., sez. III 21-02-2006 (18-01-2006), n. 6415 (ord.)REATI CONTRO LA MORALITÀ PUBBLICA E IL BUON COSTUME – CONTRAVVENZIONI – MALTRATTAMENTI DI ANIMALI

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

In fatto e diritto

La Corte di Appello di Ancona, con ordinanza n. 175/2005 pronunciata in data 2/5/2005 e notificata in data 24/5/2005, dichiarava inammissibile l’istanza di revisione del decreto penale di condanna pronunciato dal G.I.P. presso il Tribunale di Forlì in data 17/10/2003 e divenuto esecutivo in data 1/10/2004, con il quale B? G? era stato condannato alla pena di Euro 600,00 di ammenda, quale responsabile del reato di cui all’art. 727 c.p. per aver detenuto in condizioni incompatibili con la loro natura sei bovini (erano tenuti legati con corde che impedivano agli stessi di coricarsi ed in evidente stato di denutrizione). Fatto accertato in Borghi il 2/3/2002. A fondamento della decisione la Corte osservava che il ricorrente, ancorché non formalmente intestatario dell’azienda paterna, era stato ritenuto comunque responsabile del reato nella qualità di detentore degli animali; che la tesi dell’estraneità al fatto era completamente smentita dagli atti. Ricorre per Cassazione il Bollechino, tramite il suo difensore, denunciando:

inosservanza e/o erronea applicazione della legge penale e di altre norme giuridiche, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) per mancanza di legittimazione passiva; ribadisce che egli, come risulta dalla documentazione allegata, non era il proprietario dell’azienda agricola sita in Borghi, via Cartiano n. 33, in quanto proprietario era il proprio padre, già deceduto al momento della pronuncia del decreto.

L’impugnazione è stata ulteriormente illustrata con memoria a firma dello stesso ricorrente.

Il ricorso è all’evidenza inammissibile sotto diversi profili.

Anzitutto per la sua aspecificità. Secondo l’orientamento di questa corte, si considerano generici i motivi che ripropongono le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame. La mancanza di specificità del motivo invero deve essere apprezzata, non solo per la sua genericità, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate della decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di aspecificità conducente a mente dell’articolo 591 c.p.p., comma 1, lett. c) all’inammissibilità (Cass. 18 settembre 1997 Ahemtovic; Cass. Sez. 2^ 6 maggio 2003 Curcillo).

Nella fattispecie il ricorrente ripropone questioni già disattese senza indicare i vizi del ragionamento della Corte territoriale, la quale ha puntualizzato che il ricorrente era stato condannato, non nella qualità di proprietario dell’azienda, ma di semplice detentore degli animali.

Il ricorso è altresì inammissibile per la manifesta infondatezza dei motivi.

Il reato di cui all’articolo 727 c.p. può essere commesso, non solo dal proprietario degli animali, ma da chiunque e quindi anche da colui il quale anche temporaneamente li detiene. Nella fattispecie, come emerge dal provvedimento impugnato, chi in quel periodo si occupava dell’azienda paterna era proprio l’attuale ricorrente.

Infine in base all’articolo 630 c.p.p., lett. c) la revisione può essere chiesta allorché dopo la condanna sopravvengono o si scoprono nuove prove che da sole o unite a quelle già valutate dimostrino che il condannato avrebbe dovuto essere prosciolto. Nella fattispecie non si è scoperta alcuna prova nuova in quanto il fatto è stato addebitato al ricorrente, non nella qualità di titolare dell’azienda, ma di mero detentore della stessa.

Le memoria a firma del ricorrente contiene questioni che riguardano il merito della fattispecie non deducibili nel giudizio di revisione. Dall’inammissibilità del ricorso discende l’obbligo di pagare le spese processuali e di versare una somma, che stimasi equo determinare in Euro 500,00, in favore della Cassa delle Ammende, non sussistendo alcuna ipotesi di carenza di colpa del ricorrente nella determinazione della causa d’inammissibilità secondo l’orientamento espresso dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 186 del 2000.

P.Q.M.

LA CORTE Letto l’art. 616 c.p.p. dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali ed al versamento della somma di Euro 500,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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