Corte Suprema di Cassazione – Penale Sezione III Sentenza n. 579 del 2006 deposito del 11 gennaio 2006 POLIZIA GIUDIZIARIA

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Osserva

P.G., condannato dal Giudice Monocratico presso il Tribunale di Nola per i reati di cui alla L. n. 47 del 1985, art. 81 c.p., art. 20, lett. c); L. n. 1086 del 1971, artt. 2,13, 4,14 – accertati in ? il 13/03/2001 – alla pena di mesi sei di arresto e di Euro 18.000,00 di ammenda, con sospensione della pena condizionata alla demolizione del manufatto, propone ricorso per cassazione avverso la sentenza emessa il 28/04/2005 dalla Corte di Appello di Napoli con la quale, in parziale riforma della decisione di primo grado, veniva concessa la non menzione della condanna nel casellario giudiziale, per i seguenti motivi:

1) violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. c) in relazione alla mancata motivazione sulla richiesta di sospensione del processo a seguito della presentazione dell’istanza in sanatoria, ai sensi e per gli effetti della L. n. 326 del 2003, art. 32;

2) violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. c) in relazione agli artt. 519 e 520 c.p.p. non essendo stato dato avviso all’imputato, a seguito della modifica in udienza dell’imputazione da quella dell’art. 20, lett. b) in quella di cui all’art. 20, lett. c), della possibilità di richiedere nuovamente l’applicazione del rito alternativo previsto dall’art. 444 c.p.p., benchè rimesso in termini con la nuova contestazione, così come sancito dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 265/1994.

In caso di mancato accoglimento della doglianza innanzi dedotta il ricorrente eccepisce la violazione delle disposizioni vigenti con gli artt. 3,24 e 111 Cost..

3) violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. c) in relazione all’art. 520 c.p.p. in relazione al mancato accoglimento del motivo relativo alla censura mossa circa il prosieguo dell’attività istruttoria con la emissione di due ordinanze, una che revocava il teste N.G. e l’altra che, in modo anomalo, disponeva fuori tempo processuale la richiesta ai sensi dell’art. 507 c.p.p., del teste C..

4) violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione alla L. 47 del 1985, art. 81 cpv., in relazione alla omessa motivazione circa il rilievo relativo che l’aumento di pena per l’applicazione dell’art. 81 c.p. non poteva essere superiore alla pena irrogata per il reato autonomo.

5) violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. c) in relazione all’art. 420 ter c.p.p. in quanto, nell’udienza del 7 dicembre 2004, i Giudici dell’Appello, nel rinviare il procedimento per l’impedimento del difensore, all’udienza del 10 marzo 2005, non avevano disposto la notifica al difensore, così come previsto dall’art. 420 ter c.p.p., comma 5, della fissazione della nuova udienza.

6) violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione agli artt. 163 e 164 c.p. non potendosi ritenere le argomentazioni a sostegno del diniego di applicazione della condanna condizionale senza la subordinazione all’abbattimento del manufatto, conformi alla normativa di cui agli artt. 163 e 164 c.p. ed apparendo, anzi, le motivazioni addotte in stridente contrasto con la valutazione favorevole operata dalla Corte di merito nel concedere la non menzione.

In data 22/11/2005 veniva depositato il seguente motivo aggiunto:

7) violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b in relazione agli artt. 163, 164 e 165 c.p. (come modificato dalla L. 11 giugno 2004, n. 145), con il quale il ricorrente chiede trasmettersi gli atti alla Corte di merito per valutare la possibilità di subordinare la sospensione della pena alla prestazione di attività retribuita a favore della collettività introdotta a seguito della modifica dell’art. 165 c.p..

Nel corso dell’udienza il difensore ha, infine, eccepito la prescrizione dei reati.

Motivi della decisione

Il ricorso è infondato e va, pertanto, rigettato.

Preliminare ad ogni altra questione è l’esame dell’eccezione relativa alla prescrizione.

Osserva il ricorrente che i reati si sarebbero prescritti nonostante il rinvio subito dal processo dal 07/12/2004 al 28/04/2005 per impedimento del difensore.

E ciò in base alla nuova disciplina introdotta dalla L. n.25 gennaio 2005, art. 6, comma 3.

La norma citata stabilisce, infatti, che in caso di sospensione del procedimento o del processo penale per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori ovvero su richiesta dell’imputato o del suo difensore, l’udienza non può essere differita oltre il sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione dell’impedimento, dovendosi avere riguardo, in caso contrario, (per la sospensione del corso della prescrizione) al tempo dell’impedimento aumentato di sessanta giorni.

Trattandosi di legge più favorevole per l’imputato, essa, secondo il ricorrente, dovrebbe trovare immediata applicazione nella specie.

Di conseguenza, risultando i fatti accertati il 13/03/2001, la prescrizione si sarebbe verificata alla data del 13/11/2005.

Tale prospettazione non può essere condivisa.

La L. 251 del 2005, art. 10, comma 3, stabilisce, infatti, che le nuove disposizioni non si applicano ai processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, nonchè ai processi già pendenti in grado di appello o, come nella specie, avanti alla Corte di Cassazione.

Non facendo la norma citata distinzione tra le disposizioni della legge, se ne deve dedurre che la previsione dell’art. 10 operi anche con riferimento all’art. 6 citato.

Nè in relazione alla questione che qui interessa sono ravvisabili controindicazioni sotto il profilo costituzionale.

Mutuando i concetti già espressi dalla Corte Costituzionale in precedenti decisioni (n. 277/1990), occorre al riguardo anzitutto evidenziare l’inscindibile unità finalistica della disposizione contenuta nel citato art. 6, comma 3.

La previsione secondo cui la sospensione della prescrizione non può comunque eccedere il tempo dell’impedimento aumentato di sessanta giorni, si integra con l’altra, pure contenuta nel comma citato, secondo cui l’impedimento dell’imputato o del difensore non può mai giustificare un rinvio del processo per un tempo eccedente la reale necessità.

Nel suo complesso, dunque, la disposizione contenuta nel citato art. 6, comma 3, appare chiaramente finalizzata ad una più rapida definizione del processo impedendo che il dibattimento possa soffrire stasi per periodi non necessari.

E proprio in ragione della predetta inscindibile unità finalistica della disposizione citata non sembra possibile, richiamando ancora le motivazioni espresse dalla Corte Costituzionale anche nella sentenza n.277/1990 citata, una doppia considerazione della nuova disciplina che, se esaminata sotto il profilo del sistema processuale, costituisce mezzo per giungere alla rapida definizione dei processi mentre, esaminata dal lato dell’imputato, rappresenta un vero e

proprio diritto per lo stesso a vedersi riconoscere un più breve termine di prescrizione.

Prevale, dunque, la natura processuale della disposizione citata con la conseguenza che appare coerente la scelta

operata attraverso la L. citata art. 10 di non renderla operativa per le udienze già celebrate.

Peraltro, la circostanza che la disposizione del citato art. 6 possa rivelarsi – in alcuni casi – più favorevole rispetto alle

precedenti, non appare di per se stessa decisiva, sotto il profilo dell’accertamento della conformità ai principi costituzionali citati nell’art. 10, comma 3, che sancisce, come detto, l’irretroattività delle nuove disposizioni.

Ed, invero, come più volte puntualizzato dalla Corte Costituzionale, dalla lettura dell’art. 25 Cost., comma 2, emerge che solo il principio della irretroattività della legge penale incriminatrice ha acquistato valenza costituzionale, ma non quello della retroattività della legge più favorevole al reo.

Ne consegue che, come deve essere ritenuto conforme al disposto costituzionale il principio della retroattività della disposizione più favorevole, alla stessa conclusione dovrà pervenirsi in ordine alla legge che preveda la irretroattività di norme favorevoli (sent. n. 80 del 1995) e, soprattutto che il principio della retroattività della norma sopravvenuta più favorevole al reo, può subire deroghe, per via di legislazione ordinaria, quando ne ricorra una sufficiente ragione

giustificativa (ord. n. 419 del 1990; ord. n. 330 del 1995).

Ed al riguardo va osservato che poichè lo scopo della disposizione dell’art. 6, comma 3 sembra essere quello di consentire una più rapida definizione del giudizio, incidendo sui tempi di rinvio delle udienze dibattimentali, appare del tutto razionale che, per i procedimenti in corso, tale istituto sia stato reso applicabile soltanto quando il suo scopo possa essere utilmente perseguito, e cioè soltanto quando non vi sia stata ancora apertura del dibattimento.

Va di contro evidenziata l’irrazionalità di un sistema che consentirebbe all’imputato stesso di giovarsi di una situazione in cui il giudice, assolutamente ignaro della necessità di contenere il termine, ha deciso un più lungo rinvio proprio per venire incontro alle esigenze dell’imputato o del suo difensore.

Nella specie occorre peraltro evidenziare che, in ogni caso, nel periodo ricompreso tra il 07/12/2004 e il 28/04/2005, il processo ha in realtà subito due distinti rinvii – il 07/12/2004, appunto, e, consecutivamente, il 10/03/2005 – in relazione ai quali è stata di volta in volta espressamente disposta la sospensione del termine di prescrizione.

E tali rinvii non possono comunque essere unitariamente considerati nemmeno alla luce dell’art. 6, comma 3 citato, in quanto, quest’ultima disposizione, nel determinare il termine massimo di sospensione della prescrizione, fa evidentemente riferimento a singoli rinvii.

Ne consegue che la sospensione del termine di prescrizione, anche alla luce della nuova disciplina, non può ritenersi comunque maturato.

Venendo ora all’esame delle successive doglianze rileva il Collegio quanto segue.

Per quanto concerne il primo motivo di ricorso, appare certamente corretta la motivazione della corte di merito che ha rigettato l’istanza di sospensione del processo a seguito della presentazione dell’istanza di sanatoria ai sensi della L. 326 del 2003, art. 32.

Il giudice di merito ha correttamente motivato, infatti, il rigetto dell’istanza di sospensione sul rilievo che le opere abusive sono state eseguite in zona vincolata e concernono un manufatto non destinato ad uso abitativo.

Così facendo, infatti, la Corte d’Appello si è uniformata all’indirizzo di questa Corte, secondo cui la sospensione dei

procedimenti penali relativi ad illeciti edilizi fino alla scadenza dei termini per la definizione delle procedure di sanatoria, quale prevista dalla L. 28 febbraio 1985 n. 47, art. 44 (facente parte delle disposizioni richiamate dal D.L. 30 settembre 2003 n. 269, art. 32, comma 25, conv. con modif. in L. 24 novembre 2003 n. 326), richiede la previa verifica, da parte del giudice, della sussistenza dei requisiti astrattamente previsti dalla legge per l’applicabilità

del condono edilizio. (Sez. 3^, Sentenza n. 35084 del 25/03/2004 Rv. 229652).

Anche il secondo motivo di ricorso appare infondato.

Partendo dalla premessa che la Corte Costituzionale, con la sentenza n.265/1994, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt.516 e 517 c.p.p. nella parte in cui non prevedono la facoltà dell’imputato di richiedere al giudice del dibattimento l’applicazione di pena a norma dell’art. 444 c.p.p., relativamente al fatto diverso o al reato concorrente contestato in dibattimento, quando la nuova contestazione concerne un fatto che già risultava dagli atti di indagine al momento dell’esercizio dell’azione penale ovvero quando l’imputato ha tempestivamente e ritualmente proposto la richiesta di applicazione di pena in ordine alle originarie imputazioni, sostiene il ricorrente che debba essere necessariamente dato avviso all’imputato della possibilità di richiedere il rito alternativo all’esito della nuova contestazione e che tale omissione comporti la nullità della sentenza.

Senonchè, appaiono sul punto pienamente condivisibili le affermazioni della Corte di merito che ha rigettato l’eccezione

evidenziando che:

a) negli artt. 519 e 520 c.p.p. non è contenuto alcun riferimento a tale garanzia;

b) che neanche la Corte Costituzionale, pur dichiarando l’illegittimità delle disposizioni citate, ha fatto in alcun modo cenno all’obbligo di inserire tale avvertimento nella copia del verbale notificato;

c) che l’assistenza del difensore rende superfluo qualsiasi ulteriore avvertimento.

Si può solo aggiungere al riguardo che per l’omissione dell’avviso, ancorchè quest’ultimo sia previsto da più disposizioni del codice (artt.552 e 460 c.p.p. e art. 551 c.p.p. n. 5), non è mai espressamente prevista la nullità dell’atto di riferimento, fatto salvo il caso del decreto di citazione a giudizio nel procedimento dinanzi al giudice monocratico (art. 552 c.p.p., comma 2).

E ciò ha già indotto questa Corte ad affermare, in precedenti occasioni, che, ad esempio, la norma dell’art. 451 c.p.p., n. 5, che prescrive che l’imputato contro il quale si procede con giudizio direttissimo debba essere avvertito della facoltà di richiedere il giudizio abbreviato o il patteggiamento, è priva di sanzione e l’inosservanza non determina alcuna nullità processuale potendo solo eventualmente assumere rilevanza ai fini di una responsabilità disciplinare secondo quanto previsto dall’art. 124 c.p.p. (Sez. 6, Sentenza n. 2773 del 10/01/1995 Rv. 201351).

Le considerazioni che precedono vanno evidentemente nel senso anche della manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata.

Privo di specificità e, quindi, inammissibile, appare il terzo motivo di ricorso non venendo indicate al riguardo le ragioni di diritto che sorreggono la richiesta.

In relazione al quarto motivo, osserva il Collegio che la Corte di merito motiva espressamente sulla determinazione della pena, in maniera logica e congruente, e le determinazioni assunte si sottraggono, quindi, a censure in sede di legittimità.

Quanto all’ordine di demolizione esso consegue ex lege alla condanna per i reati in esame e non può essere oggetto, quindi, di alcuna valutazione discrezionale da parte del giudice.

Per quanto concerne il quinto motivo di ricorso dall’esame del verbale di udienza, si evince che all’udienza del 07/12/2004, era presente l’avv.to A.C., nominato in sostituzione del difensore di fiducia ai sensi dell’art. 102 c.p.p., che produceva delega e chiedeva rinvio per impedimento del difensore di fiducia che lo aveva nominato in sostituzione e che, inoltre, veniva reso edotto della data di rinvio.

Appare, pertanto, evidente che nessun ulteriore avviso spettava al difensore di fiducia per la comunicazione della data cui l’udienza era stata rinviata.

Ed, invero, questa Corte ha più volte affermato che in caso di impedimento del difensore dell’imputato, e di designazione di un suo sostituto ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 4, quest’ultimo esercita i diritti ed assume i doveri del difensore sostituito, di talchè, quando il dibattimento sia rinviato in ragione dell’impedimento del titolare della difesa e su istanza di questa, l’avviso dell’udienza successiva è validamente recepito dal difensore sostituto, e nessuna comunicazione è dovuta al sostituito (ex plurimis, Sez. 6^, Sentenza n. 19677 del 31/03/2004 Rv. 228229).

Quanto al sesto motivo di ricorso è oramai pacificamente ammessa la subordinazione della sospensione condizionale della pena alla demolizione del manufatto (ex plurimis Sez. 3^, Sentenza n. 18304 del 17/01/2003 Rv. 224719).

Appare peraltro correttamente e congruamente motivata la decisione della corte di merito che, dopo essersi soffermata sulla gravità dell’abuso e sulla sua assoluta insanabilità, ritiene che solo la demolizione dell’opera realizzata da parte del ricorrente possa giustificare la prognosi favorevole necessaria per concedere la sospensione della pena.

Si appalesa, infine, inammissibile il motivo aggiunto.

Come costantemente affermato da questa Corte in materia di termini per l’impugnazione, la facoltà del ricorrente di presentare motivi nuovi trova il limite del necessario riferimento ai motivi principali dei quali, i motivi aggiunti, devono rappresentare soltanto uno sviluppo o una migliore esposizione, anche per ragioni eventualmente non evidenziate ma sempre collegabili ai capi e ai punti già dedotti.

Sono pertanto ammissibili motivi nuovi con i quali, a fondamento del "petitum" dei motivi principali, si alleghino ragioni di carattere giuridico diverse o ulteriori (ex plurimis: Sez. 1^, Sentenza n. 46950 del 02/11/2004 Rv. 230281).

Chiedendo di rimettere al giudice di merito gli atti per valutare la possibilità di subordinare la sospensione condizionale della pena alla prestazione di attività retribuita in favore della collettività, il ricorrente introduce, in realtà, un nuovo tema da esaminare che esula evidentemente dalle originarie doglianze circoscritte specificamente alla motivazione relativa alla subordinazione della sospensione condizionale alla demolizione del manufatto.

Peraltro, la nuova tematica, indipendentemente dai profili di merito, bene avrebbe potuto essere prospettata contestualmente ai motivi originari, considerando anche che alla data della loro presentazione era già in vigore la disciplina della L. n. 145 del 2004 che aveva riformato l’istituto della sospensione condizionale della pena.

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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