Cassazione civile anno 2005 n. 1428 Ricorso

CASSAZIONE CIVILE

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole

Svolgimento del processo
Nel 1950 i coniugi X X sen, ed X X in X acquistavano, in ragione della metà indivisa ciascuno, gli immobili costituenti il corpo tavolare della P.T. 1277/11 del comune catastale di Dodiciville, allora formato dalla p. ed. 2305 (villa monofamiliare), dalla p. ed. 2306 (garage per due autovetture) nonchè dalla p.f. 27/10 (area cortilizia); in seguito, divenivano anche proprietari, in epoca non chiarita e per titolo non meglio documentato, sempre in ragione della metà indivisa ciascuno, delle pp.ff. 34/2 e 35, integranti il corpo tavolare della P.T. 1583/2^ del medesimo comune catastale.
X X sen. decedeva, poi, il 27.11.76 senza lasciare disposizioni d’ultima volontà, onde il suo cospicuo patrimonio (costituito, oltre che dalla quota di comproprietà degli indicati immobili, da numerosi altri beni di vario genere) si devolveva, ex lege, al coniuge superstite, in ragione di 2/6 indivisi, nonchè ai quattro figli X X X., X X, X X e X X, in ragione di 1/6 indiviso ciascuno.
Detti eredi, con atto di divisione 20.6.80 per notar La Gioia di X, registrato a Bolzano il 10.7.80, oltre a pervenire a varie altre disposizioni, si accordavano per il distacco d’una superficie di 102 mq. dalla p.f. 34/2 e la sua aggregazione alla p.f. 35, per l’incorporazione della predetta p.f. 35 (con la prevista nuova consistenza e previo scorporo dall’originaria P.T. 1583/11) nella P.T. 1277/11 e, quindi, per l’attribuzione delle quote di comproprietà loro pervenute in morte X X sen. sulle pp.edd. 2305 e 2356 nonchè sulle pp.ff. 27/10 e 35 specificate ai coeredi X X X., X X e X X in ragione di 1/3 indiviso ciascuno.
Con successivo contratto 23.9.80 per notar La Gioia, registrato a Bolzano il 13.10.80, la X donava ai figli X X X., X X e X X, in parti eguali, la metà indivisa, rimastale intestata da epoca anteriore alla morte del marito, sugli immobili considerati, ossia sulle pp.edd. 2305 e 2306 e sulle pp.ff. 27/10 e 35, onde i detti beneficiari, per effetto dei negozi specificati, divenivano comproprietari della P.T. 1277/11 con le pp.edd. 2305 e 2306 nonchè delle pp.ff. 27/10 e 35, in ragione di un terzo ciascuno.
Gli stessi, con l’adesione della madre X X, stipulavano in seguito, per scrittura privata 22.4.85, una convenzione finalizzata ad ulteriori iniziative da intraprendere onde pervenire ad un più proficuo sfruttamento edilizio del complesso immobiliare considerato e per una futura vendita delle strutture che si ripromettevano di realizzarvi nonchè sulla sistemazione della X, rimasta ad occupare la villa costituente, in passato, la residenza della famiglia X.
In seguito, non essendosi potute realizzare le finalità perseguite dai contraenti con la detta convenzione, X X X. e X X, con atto di citazione 10.4.87, convenivano X X innanzi al tribunale di Bolzano chiedendo che fosse disposta la divisione giudiziale degli Immobili costituenti la P.T. 1277/11 del comune catastale di Dodiciville ed, inoltre, che, previa declaratoria della colposa inadempienza agli obblighi assunti con la convenzione 22.4.85 da parte del convenuto, questi fosse condannato al risarcimento dei danni provocati loro dalla mancata attuazione degli accordi, per importo da liquidarsi in separato giudizio.
X X, costituendosi, contestava le deduzioni e le domande di controparte evidenziando, in particolare, come non fosse stato possibile dare attuazione agli accordi ex adverso invocati non per fatti imputabili a sua responsabilità ma per l’emersa impossibilità di garantire alla X una sistemazione che le avesse consentito di trasferirsi altrove e di rinunciare al diritto di abitazione spettantele sugli immobili considerati.
Nelle more, l’attore X X X., con atto di compravendita stipulato per scrittura privata autenticata 1.8.88 registrata a Bolzano il 24.8.88, e l’attore X X, con analogo atto 22.11.88 registrato a Bolzano il 12.12.88, trasferivano le rispettive quote di comproprietà degli immobili de quibus alla X di X X X & C. s.n.c., con sede in Bolzano, la quale interveniva, quindi, nel giudizio, ex art. 111 CPC, all’udienza del 12.12.88, facendo propria la richiesta di divisione giudiziale formulata dagli originar attori; costoro, contestualmente, dichiaravano di rinunciare alla domanda risarcitoria già azionata nei confronti del convenuto chiedendo d’essere estromessi dal giudizio; il convenuto rifiutava d’accettare tale rinunzia e si opponeva all’estromissisione degli attori.
La X spiegava, a sua volta, all’udienza del 26.2.90, intervento volontario, chiedendo, sia che fosse accertato il suo diritto d’abitazione sulla villa integrante la p.ed. 2305, garantitole dai figli con lo specificato atto di divisione 20.6.80, sia che fosse disposta la relativa intavolazione.
Il giudizio, rimasto in seguito interrotto per il fallimento di X X X., veniva ritualmente riassunto nei confronti del fallimento che, peraltro, non si costituiva.
Avendo, poi, il Giudice istruttore, invitato le parti a formulare le rispettive conclusioni con ordinanza 11.2.91, la X, in detta sede, oltre ad insistere nelle richieste già formulate, chiedeva, altresì, che la divisione materiale e lo scioglimento della comunione invocati dagli attori e dalla X S.n.c. fossero sospesi per la durata della propria vita o, in subordine, per un periodo di cinque anni a norma dell’art. 717 CC ovvero, in ulteriore subordine, che fosse disposta la liquidazione del diritto d’abitazione spettantele.
L’adito tribunale, pronunziando con sentenza n. 713 del 24.7.92 sulle sole domande dell’intervenuta X, dichiarava inammissibile la domanda di liquidazione del diritto d’abitazione e rigettava la domanda d’accertamento di tale diritto, mentre, con separata ordinanza pure del 26.6.92, sospendeva il giudizio sino al passaggio in giudicato della sentenza stessa od alla pronunzia d’una diversa decisione definitiva in ordine alla sussistenza del diritto reale preteso dall’intervenuta.
La X, dopo aver proposto appello alla detta sentenza, decedeva il 7.3.95 prima che fosse intervenuta la decisione sull’impugnazione;
sul presupposto che fossero, così, venute meno la pregiudizialità delle questioni decise con la sentenza impugnata e le ragioni della disposta sospensione, l’originario attore X X e la X S.n.c. riassumevano il giudizio nei confronti di X X e del fallimento di X X X., il primo per insistere nella già formulata richiesta d’estromissione dal giudizio, la seconda per chiedere che fosse dichiarata la non comoda divisibilità degli immobili costituenti il corpo tavolare della P.T. 1277/2^ e che, per l’effetto, ne fosse disposta la divisione mediante assegnazione dell’intero compendio ad essa istante, in quanto maggiore quotista, con accredito del valore dell’eccedenza in favore del condividente X X, ovvero, in subordine, la vendita all’incanto, ai fini della successiva ripartizione del ricavato tra i condividenti, secondo le quote di rispettiva spettanza, ovvero ancora in ulteriore subordine, la divisione in natura ove praticabile.
Su istanza dello stesso X X e della X s.n.c. il Giudice istruttore disponeva, in seguito, l’integrazione del contraddittorìo nei confronti di X X, in quanto coerede succeduto alla defunta madre X X, ciò cui provvedevano gli stessi istanti con citazione 5.12.95.
X X rimaneva contumace, mentre continuavano a non svolgere attività processuale tanto il fallimento dell’originario attore X X X., quanto poi questi personalmente una volta tornato in bonis.
In fine, con sentenza 31.7.99 n. 574, il tribunale di Bolzano – decidendo nel giudizio per la divisione di beni comuni promosso da X X X. e X X nei confronti di X X e nel quale, su ordine del giudice, era stato integrato il contraddittorio nei confronti di X X, rimasto poi contumace, ed era anche intervenuta, ex art. 111 CPC, la S.n.c. X di X X X & C, resasi nelle more cessionaria delle quote di comproprietà degli attori – dichiarava gli immobili p.f.
27/10, p.f. 35, p.ed. 2305 e p.ed. 2306, tutte in P.T. 1277/11 del comune catastale di Dodiciville ed, al momento della decisione, oggetto di comproprietà indivisa tra la X S.n.c. e X X, non comodamente divisibili secondo le quote di diritto di pertinenza dei comunisti disponendone, di conseguenza, la vendita ai fini dello scioglimento della comunione e riservando al giudice istruttore la determinazione delle relative modalità, mentre rinviava alla sentenza definitiva la decisione sulle spese processuali.
All’udienza del 30.9.99 innanzi al giudice Istruttore, fissata con separata ordinanza dallo stesso tribunale nel restituire la causa alla fase istruttoria per gli indicati fini, il procuratore del convenuto X X, con esplicito richiamo agli artt. 340 e 279/2^ CPC, faceva riserva d’impugnare la detta sentenza n. 574 del 31.7.99, mentre il Giudice istruttore, sciogliendo la riserva sulla richiesta congiunta delle parti acchè fossero stabilite le modalità dell’incanto, queste determinava con successiva ordinanza 4.11.99.
Notificatasi, quindi, il 6/7.10.99 dalla s.n.c. X la sentenza 31.7.99 n. 574 al X X, questi tale sentenza impugnava con immediato appello per atto di citazione notificato, il 4.11.99, a X X, a X X X., alla X s.n.c., ma non anche a X X, questi, come risulta precisato nella sentenza di secondo grado (pag. 16), essendo risultato trasferito altrove nelle more.
Sosteneva l’appellante la legittimità della proposta impugnazione sulla considerazione che il tribunale, pervenendo non soltanto ad una declaratoria di non comoda divisibilità degli immobili per i quali ex adverso era stata richiesta la divisione, ma anche alla contestuale determinazione delle modalità della loro vendita all’incanto, avesse finito per negare la possibilità della divisione in natura da lui richiesta; che la pronuncia sul punto non sarebbe potuta essere utilmente modificata da una successiva sentenza, in quanto la già disposta vendita degli immobili avrebbe prodotto una situazione irreversibile; che la statuizione fosse, così, rimasta caratterizzata da evidente autonomia ed esaustività, in guisa da non dover essere integrata da ulteriori decisioni; che l’intrinseca definitività della decisione non fosse rimasta esclusa dalla contraria qualificazione di non definitiva ad essa attribuita dal giudice che l’aveva pronunciata; che anche la riserva di futura statuizione sulle spese non avesse reso non definitiva la sentenza, non foss’altro perchè, a norma dell’art. 91 CPC, la liquidazione delle spese sarebbe dovuta scattare in correlazione con la definizione del processo globalmente considerato e non già con quella di un’autonoma domanda all’interno di esso; che un tanto, pur a seguito della riserva d’impugnazione da lui formulata in un primo momento, era bastato a rendere doveroso, a scanso d’ogni decadenza, l’immediato appello.
Nel merito, si doleva l’appellante che il primo giudice avesse erroneamente omesso di considerare, in ragione del diritto d’abitazione venuto a gravare sulla villa a favore della X ex art. 540 CC e, quindi, jure hereditatis, la connotazione intrinsecamente successoria della comunione della quale le controparti avevano chiesto la divisione, laddove dalla corretta qualificazione di tale comunione sarebbe dovuta discendere la perdurante indivisibilità dei beni; che più radicalmente viziata apparisse la pronunzia nella parte in cui, anzichè disporre la divisione in natura del compendio immobiliare secondo una delle tre ipotesi alternative elaborate dal c.t.u. nella relazione suppletiva, vi si era ritenuta l’indivisibilità del compendio disponendone, ai fini della divisione, la vendita all’incanto.
Chiedeva, pertanto, l’appellante che in riforma dell’impugnata sentenza – previa sospensione del giudizio – in attesa della completa divisione dell’asse ereditario, ch’egli si riservava di promuovere nella competente sede, e previo altresì l’accertamento della natura successoria della divisione del cespite domandata dagli originar attori – l’adita corte respingesse ogni diversa domanda proposta dalle controparti (in particolare, risarcitoria di pretesi danni) e dichiarasse la comoda divisibilità degli immobili in P.T. 1277/11 del comune catastale di Dodiciville e, per l’effetto, disponesse lo scioglimento della comunione mediante assegnazione di porzioni in natura, con attribuzione ad esso istante d’una porzione conformata secondo una delle ipotesi considerate dal c.t.u. nella relazione suppletiva, delle quali dichiarava esplicitamente d’accettare, in ordine di decrescente preferenza, le soluzioni numero 3 e 2, mentre, per l’ipotesi di divisione disposta secondo l’alternativa numero 1, deduceva che una statuizione in tal senso sarebbe dovuta essere subordinata alla preventiva concessione dell’assenso dei condividenti all’ampliamento dell’esistente edificio con costruzione in aderenza.
Degli appellati, la sola X S.n.c. si costituiva ed esprimeva, in rito, dubbi sull’ammissibilità dell’appello immediato, attesa la riserva di gravame in precedenza formulata dallo stesso appellante;
nel merito e per l’ipotesi di ritenuta ammissibilità dell’impugnazione, contestava le avverse deduzioni, chiedendo il rigetto sia della richiesta di sospensione del giudizio sia del gravame; in via d’appello incidentale condizionato, per l’ipotesi che alìappellata sentenza fosse attribuita natura di pronunzia definitiva, chiedeva la condanna di X X alle spese di primo grado; dichiarava, in fine, di opporsi a qualsiasi ampliamento, con costruzioni in aderenza da parte dell’appellante, della porzione che ad essa società si fosse assegnata in attuazione di una e- ventuale divisione che fosse disposta mediante attribuzione di porzioni in natura.
X X non si costituiva e veniva dichiarato contumace con la sentenza in questa sede impugnata (pag. 20); del pari contumace veniva dichiarato, con la stessa sentenza, X X X., anch’egli non costituitosi nonostante la rinnovazione della notifica dell’atto d’appello disposta nei suoi confronti dal consigliere istruttore e ritualmente eseguita dall’appellante;
neppure X X si costituiva e la sua contumacia, se pure non espressamente dichiaratavi, risulta dall’intestazione della sentenza medesima.
Nel frattempo, su ricorso 30.11.1999 del X X, il presidente del collegio, con decreto 11.12.99 ex art. 351 CPC (nel testo non novellato), disponeva la sospensione della provvisoria esecutorietà dell’appellata sentenza.
All’udienza del 13.12.00 X X produceva documentazione varia, anche a dimostrazione del fatto che, nelle more, aveva instaurato innanzi al tribunale di Bolzano, con citazione 6.12.00 notificata a X X, X X e X X X. nonchè alla X s.n.c., un nuovo procedimento, nel quale, sul presupposto della perdurante comunione ereditaria venuta ad includere la quota del 50% degli immobili in P.T. 1277/H pervenuta al fratelli X X, X X X. e X X per successione in morte del defunto genitore X X sen. nonchè altri beni Immobili e mobili non ancora considerati nell’atto di divisione 20.6.80 intervenuto tra i coeredi tutti, aveva domandato, nei confronti dei fratelli e con effetti da estendersi alla X s.n.c., la divisione di tale (residuale) comunione.
La sezione distaccata di Bolzano della corte d’appello di Trento, con sentenza 15.5.01, preliminarmente disattendeva l’istanza di sospensione del giudizio, proposta dall’appellante in relazione alla pendenza del diverso giudizio dallo stesso instaurato per la divisione degli altri beni compresi nella comunione ereditaria in successione di X X seti., ritenendo che, tra i due giudizi, non sussistesse rapporto di pregiudizialità implicante sospensione necessaria ex art. 295 CPC e che non ricorressero i presupposti per una sospensione facoltativa; dichiarava, quindi, inammissibile il gravame sulla considerazione che nel giudizio di divisione possa riconoscersi natura definitiva alla sola sentenza con la quale è disposto lo scioglimento della comunione e che alla sentenza impugnata, in quanto semplicemente strumentale rispetto alla prosecuzione del giudizio, tale natura non potesse essere riconosciuta bensì solo quella di sentenza non definitiva soggetta, pertanto, alla disciplina dettata dall’art. 340 CPC. Avverso tale decisione X X proponeva ricorso per Cassazione affidato a quattro motivi.
Resisteva con controricorso la S.n.c. X.

Motivi della decisione
Devesi, preliminarmente, disattendere l’eccezione di nullità della procura rilasciata dal ricorrente al proprio difensore sollevata dalla resistente.
Alla procura in discussione va, infatti, riconosciuto il carattere della specialità in ossequio al principio enunziato con la sentenza n. 2646/99 dalle Sezioni Unite di questa Corte – successivamente ribadito dalle sezioni semplici tra le quali era, in origine, insorto il contrasto risolto con la detta pronunzia – per cui "Quando dalla copia notificata all’altra parte risulta che il ricorso per Cassazione presenta a margine una procura rilasciata al difensore che ha sottoscritto l’atto, tale procura – salvo che dal suo testo non si rilevi il contrario – deve considerarsi rilasciata per il giudizio di Cassazione e soddisfa perciò il requisito della specialità previsto dall’art. 365 del codice di procedura civile, anche se non contiene alcun riferimento alla sentenza da impugnare o al giudizio da promuovere, deponendo per la validità di siffatta procura l’art. 83 dello stesso codice (nella nuova formulazione risultante dall’art. 1 della legge 27 maggio 1997 n. 141) il quale, interpretato alla luce dei criteri letterale, teleologie e sistematico, fornisce argomenti per ritenere che la posizione topografica della procura è idonea al tempo stesso a conferire la certezza della provenienza dalla parte del potere di rappresentanza e a dare luogo alla presunzione di riferibilità della procura medesima al giudizio cui l’atto accede".
Tanto premesso, devesi rilevare che osta all’esame del ricorso la preliminare constatazione, da effettuarsi ex officio, della nullità del giudizio di secondo grado e, consequenzialmente, della sentenza resa all’esito di esso.
La dettagliata esposizione del fatto processuale si è resa necessaria onde rimanesse ben evidenziata la qualità di litisconsorte necessario sotto il profilo sostanziale in capo a X X, in relazione al rapporto controverso ed attesa la natura ereditaria del giudizio di divisione come dedotta da X X, qualità riconosciuta dal giudice istruttore in primo grado il quale, infatti, dispose l’integrazione del contraddittorio nel confronti del detto litisconsorte, adempimento cui gli attori provvidero con atto di citazione 1.12.95 notificato il 5.12.95.
Ciò correttamente, in quanto, a mente dell’art. 784 CPC, le domande così di divisione ereditaria come anche di scioglimento di qualsiasi altra comunione debbono proporsi in confronto di tutti gli eredi o condomini, oltre che dei creditori opponenti se ve ne sono, lo scioglimento della comunione non potendo essere disposto validamente senza un contraddittorio esteso a tutti i partecipanti alla comunione onde la statuizione definitiva possa essere a ciascun d’essi opponibile, stanti gli effetti modificativi che la pronunzia di divisione provoca sulla situazione giuridica preesistente; di conseguenza, come questa Corte ha ripetutamente evidenziato, la qualità di litisconsorti necessari di tutti i condomini rispetto alla domanda di scioglimento della comunione permane in ogni grado del processo, indipendentemente dall’attività e dal comportamento di ciascuna delle parti, eppertanto, ove in fase d’appello l’appellante non provveda alla citazione d’uno o più condomini, il giudice di secondo grado è tenuto a disporre l’integrazione del contraddittorio in ottemperanza al precetto dell’art. 331 CPC (e pluribus, Cass. 5.12.01 n. 15358, 19.5.99 n. 4843, 30.11.87 n. 8892, 19.3.79 n. 1596) Lo stesso X X era, in ogni caso, da considerare litisconsorte necessario sotto il profilo processuale, dacchè, quando più soggetti vengano chiamati congiuntamente in giudizio, da altri soggetti o iussu iudicis, e vi partecipino poi attivamente costituendosi o lo subiscano rimanendo contumaci, si determina, nell’una come nell’altra eventualità, una situazione di litisconsorzio processuale che, pur ove non sia configurabile anche un litisconsorzio di carattere sostanziale, da luogo, tuttavia, alla formazione d’un rapporto che, ai fini dei giudizi di gravame, soggiace alla disciplina propria delle cause inscindibili eppertanto impone, nei successivi grado o fase del giudizio, la presenza dei soggetti tutti già presenti in quelli pregressi ove non esplicitamente estromessi; onde, nel caso In cui la parte che propone l’impugnazione non provveda a notificarla alle altre parti per omissione o per vizio della vocatio, al vizio nella costituzione del contraddittorio deve porre rimedio ex art. 331 CPC il giudice dell’impugnazione, cui, salva la decisione finale, non è consentito di eludere in limine tale disposizione con un diverso apprezzamento della situazione processuale rispetto a quanto ritenuto dal giudice del precedenti grado o fase, essendo, per contro, tenuto in ogni caso a disporre l’integrazione del contraddittorio viziato per il solo fatto che la parte chiamata a partecipare ai precedenti grado o fase del giudizio non sia stata citata o lo sia stata invalidamente in quello d’impugnazione (Cass. 16.7.03 n. 11154, 3.9.02 n. 12829, 26.2.01 n. 2756, 30.12.99 n. 14753, 26.4.99 n. 4156, 24.6.98 n. 6251, 25.3.96 n. 2628).
Orbene, nella stessa sentenza impugnata vien dato atto (pag. 14) che X X era stato considerato contraddittore necessario dal giudice istruttore in primo grado il quale aveva disposto l’integrazione del contraddittorio nei suoi confronti e che all’uopo avevano provveduto gli attori; vien dato atto altresì (pag. 16) che l’atto d’appello era stato notificato a X X ma che la notificazione non era andata a buon fine in quanto il destinatario era risultato trasferito altrove nelle more; quindi, incomprensibilmente, vi si dichiara (pag. 20) che "X X rimase contumace", senza che vi sia fatto riferimento alcuno ad una eventuale rinnovazione della notificazione, riferimento di seguito operato, per contro, quanto a X X X., del quale si riferisce essere stata formalmente dichiarata la contumacia dal consigliere istruttore dopo una rituale rinnovazione della notificazione disposta ed operata nei suoi confronti.
Aggiungasi a riprova – ad abundantiam, dacchè quanto esposto nell’impugnata sentenza basta di per se stesso ad evidenziare il vizio processuale in discussione – che, in effetti, nel fascicolo di parte dell’appellante non si rinviene alcuna prova d’una valida notificazione dell’atto d’appello a X X, essendovi allegata la sola fotocopia del recto della busta di posta prioritaria indirizzatagli in "Chiusa, loc. Fraghes 42" ma non anche l’avviso di ricevimento ritornato regolarmente sottoscritto, nè d’una rinnovazione della notificazione non andata a buon fine.
Poichè, in definitiva, il giudizio di secondo grado si è svolto a contraddittorio non integro, ne deve essere rilevata d’ufficio la nullità, anche in questa sede di legittimità, essendo la materia della valida costituzione del contraddittorio regolata da inderogabili disposizioni attinenti all’ordine pubblico processuale, e ne consegue la declaratoria di nullità anche dell’impugnata sentenza. Nè può trovare applicazione la regola dettata dal terzo comma dell’art. 157 CPC, secondo la quale la nullità non può essere opposta dalla parte che vi ha dato causa – come, nella specie, l’odierno ricorrente, allora appellante, il quale, d’altra parte, nulla ha osservato in proposito – dacchè tale regola si riferisce, come risulta dalla lettura della norma, alle ipotesi nelle quali la nullità non possa pronunciarsi che su istanza di parte, mentre non riguarda i casi menzionati nella prima parte della norma stessa, nei quali la nullità si deve rilevare d’ufficio; ond’è che la regola non trova applicazione quando, come nel caso di mancata integrazione del contraddittorio nei confronti di litisconsorte necessario, sostanziale e/o processuale, la nullità si ricolleghi ad un difetto d’attività del giudice, cui incombeva l’obbligo d’adottare un provvedimento per assicurare la regolarità del processo, e tale difetto d’attività venga rilevato dal giudice superiore (Cass. 4.4.01 n. 4948, 16,5.75 n. 1911).
La causa – non potendo, in difetto di specifica previsione normativa, trovare applicazione nel giudizio di Cassazione il principio posto, invece, espressamente per il giudizio d’appello dall’art. 354/1 CPC – va, dunque, rimessa, ex art. 383/1 CPC, non allo stesso ma ad altro giudice, di pari grado, che si indica in diversa sezione della medesima corte d’appello di Trento, perchè il giudizio abbia nuovamente luogo una volta ripristinata la regolarità del contraddittorio; allo stesso giudice di rinvio è anche rimessa, ex art. 385 CPC, la decisione sulle spese del giudizio di legittimità.

P. Q. M.
LA CORTE decidendo sul ricorso, dichiara la nullità degli atti del giudizio di secondo grado e dell’impugnata sentenza, cassa e rimette la causa, anche per le spese, ad altra sezione della corte d’appello di Trento.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 29 novembre 2004.
Depositato in Cancelleria il 25 gennaio 2005

Testo non ufficiale. La sola stampa del dispositivo ufficiale ha carattere legale.

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