Cass. civ. Sez. lavoro, Sent., 25-05-2012, n. 8290

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Svolgimento del processo

Con sentenza 22-5/1-6-2007 il Giudice del lavoro del Tribunale di Lanusei rigettava la domanda proposta da G.M. nei confronti della s.p.a. Poste Italiane, diretta ad ottenere la declaratoria di nullità del termine apposto al contratto di lavoro intercorso tra le parti per il periodo 13-1-1999/19-2-1999, per "esigenze eccezionali" ex art. 8 ccnl come integrato dall’acc. az. 25- 9-97, con la conseguente sussistenza di un rapporto a tempo indeterminato e con la condanna della società al pagamento di tutte le mensilità maturate dalla data della cessazione del rapporto di lavoro, oltre accessori.

La G. proponeva appello avverso la detta sentenza, chiedendone la riforma con l’accoglimento della domanda.

La società si costituiva resistendo al gravame e riproponendo, con appello incidentale, l’eccezione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso tacito.

La Corte di Appello di Cagliari, con sentenza depositata il 29-8- 2009, rigettava l’appello principale e in accoglimento dell’appello incidentale, riformando l’impugnata sentenza, dichiarava risolto per mutuo consenso il rapporto di lavoro tra le parti.

Per la cassazione di tale sentenza la G. ha proposto ricorso con tre motivi.

La società ha resistito con controricorso.

Infine entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente, denunciando vizio di motivazione, lamenta che "i dati di fatto sui quali la Corte di Appello ha operato la propria ricognizione sono esclusivamente il decorso di un certo lasso di tempo, il ricevimento senza contestazioni del libretto di lavoro e del t.f.r. e la durata del rapporto, elementi tutti che, in mancanza di comportamenti positivi ulteriori, non dimostrano in modo chiaro e certo una volontà risolutiva del rapporto.

Con il secondo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione dell’art. 1372 c.c., con riferimento all’art. 1422 c.c., la ricorrente in sostanza deduce che erroneamente la Corte di merito ha ritenuto il rapporto di lavoro risolto per mutuo consenso sulla sola base dei detti elementi nonostante che "a) fosse pacifico tra le parti che il lavoratore era iscritto in una graduatoria di aspiranti all’assunzione predisposta dal datore di lavoro; b) fosse pacifica l’esistenza di una circolare dei datore di lavoro che vietava la stipula di contratti con i lavoratori che avevano impugnato sia giudizialmente che stragiudizialmente precedenti contratti a termine".

Con il terzo motivo la ricorrente lamenta vizio di motivazione in ordine all’interpretazione degli effetti della richiesta di inclusione nella graduatoria dei c.d. trimestrali e della circolare del 14-2-2000, avendo la Corte di merito illogicamente e apoditticamente ritenuto che la prima offrisse la prova di "una volontà concorde con la risoluzione del rapporto" e che la seconda non avesse "valore confermativo dell’opposto interesse del contrattista ad avere rapporti di lavoro, sebbene solo a termine, con Poste Italiane".

I detti motivi, che in quanto connessi possono essere trattati congiuntamente, risultano fondati e vanno accolti come di seguito.

Come questa Corte ha più volte affermato "nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, affinchè possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo" (v. Cass. 10-11-2008 n. 26935, Cass. 28-9-2007 n. 20390, Cass. 17-12-2004 n. 23554, nonchè da ultimo Cass. 18-11-2010 n. 23319, Cass. 11-3-2011 n. 5887, Cass. 4-8-2011 n. 16932). La mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine, quindi, "è di per sè insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso" (v. da ultimo Cass. 15- 11-2010 n. 23057, Cass. 11-3-2011 n. 5887), mentre "grava sul datore di lavoro", che eccepisca tale risoluzione, "l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro" (v. Cass. 2-12-2002 n. 17070 e fra le altre da ultimo Cass. 1- 2-2010 n. 2279).

Tale principio, del tutto conforme al dettato di cui agli artt. 1372 e 1321 c.c., va ribadito anche in questa sede, così confermandosi l’indirizzo prevalente ormai consolidato, basato in sostanza sulla necessaria valutazione dei comportamenti e delle circostanze di fatto, idonei ad integrare una chiara manifestazione consensuale tacita di volontà in ordine alla risoluzione del rapporto, non essendo all’uopo sufficiente il semplice trascorrere del tempo e neppure la mera mancanza, seppure prolungata, di operatività del rapporto (contra sulla rilevanza al mero dato oggettivo della "cessazione della funzionalità di fatto del rapporto", valutato "in modo socialmente tipico" cfr. Cass. 23-7-2004 n. 13891 e Cass. 6-7- 2007 n. 15264).

Orbene nella fattispecie la Corte d’Appello, dopo aver richiamato tale ultimo indirizzo "oggettivo" (ed in specie Cass. n. 13891/2004 cit.), ha affermato che "il giudice è tenuto ad attribuire valore di dichiarazione negoziale a comportamenti sociali valutati in modo tipico, per ciò che essi socialmente esprimono", in tal modo disattendendo l’indirizzo prevalente ormai consolidato e qui ulteriormente ribadito.

In particolare la Corte territoriale in sostanza ha fondato la propria decisione soltanto sulla, pur prolungata, inerzia della lavoratrice e sulla mancanza di contestazione al momento della cessazione del contratto, in uno con la accettazione senza riserva del t.f.r., nonchè sulla breve durata del rapporto (circostanze tutte incentrate sulla complessiva inerzia della lavoratrice oltrechè sulla breve durata del contratto, sostanzialmente estranea al comportamento successivo delle parti).

In tal modo la Corte di merito ha disatteso l’indirizzo consolidato qui ribadito, valutando le circostanze richiamate sul piano meramente oggettivo, anzichè sotto il profilo della chiara e certa manifestazione tacita della volontà risolutiva di ogni rapporto.

La Corte, peraltro, in specie, neppure ha fornito una sufficiente e congrua motivazione, in ordine alla valutazione sia dell’inserimento della lavoratrice nella graduatoria sia del contenuto della circolare del 14-2-2000.

Il ricorso va pertanto accolto, con la cassazione dell’impugnata sentenza, con rinvio alla Corte di Appello di Cagliari in diversa composizione, la quale provvederà attenendosi al principio sopra ribadito, statuendo anche sulle spese di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Cagliari in diversa composizione.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

Cass. pen. Sez. I, Sent., (ud. 07-11-2011) 06-12-2011, n. 45390 Aggravanti comuni danno rilevante

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Svolgimento del processo

1. Con sentenza in data 20 dicembre 2010, ex art. 444 c.p.p., il Tribunale di Perugia ha applicato la pena di mesi dieci di reclusione ed Euro 3000,00 di multa (così indicata, la multa, in dispositivo mentre in motivazione risulta precisata in Euro 300,00) ad A.A. M. per i delitti, unificati con il vincolo della continuazione, previsti dal D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5 ter, (capo A); artt. 110 e 624 c.p., art. 625 c.p., n. 2, (capo B); artt. 110 e 624 bis c.p., art. 625 c.p., n. 2, (capo C), disponendo la sospensione condizionale della pena.

Al prevenuto, per quanto qui interessa, era stato contestato di essersi trattenuto, senza giustificato motivo, nel territorio dello Stato, dove era sorpreso in (OMISSIS) (provincia di (OMISSIS)) il (OMISSIS), nella quasi flagranza dei delitti di furto di un’autovettura e di un televisore e in violazione dell’ordine di lasciare il territorio nazionale, entro il termine di cinque giorni, impartitogli dal Questore di Agrigento con provvedimento del 5 dicembre 2008, ritualmente notificatogli.

2. Avverso la predetta sentenza ha interposto ricorso immediato a questa Corte di cassazione il Procuratore generale presso la Corte di appello di Perugia, limitatamente al delitto previsto dal D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5 ter, deducendo con unico articolato motivo l’omessa applicazione della legge penale e di altre norme giuridiche di cui si deve tener conto nell’applicazione della legge penale, alla luce del contrasto tra normativa comunitaria, di cui alla direttiva 2008/115/CE, e la normativa interna in materia di immigrazione irregolare, e ha chiesto, pertanto, in via principale, l’annullamento della sentenza impugnata perchè il fatto non è più previsto dalla legge come reato e, in via subordinata, la sospensione del processo e il rinvio degli atti alla Corte di giustizia dell’Unione europea ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione per la soluzione di quesito interpretativo del diritto dell’Unione, e, in via ulteriormente subordinata, la formulazione di questione di legittimità costituzionale dell’apparato sanzionatorio di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14 per violazione degli artt. 11 e 117 Cost..

Motivi della decisione

3. Il ricorso è fondato.

La fattispecie di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5 ter, che punisce la condotta di ingiustificata inosservanza dell’ordine di allontanamento del questore, ancorchè posta in essere prima della scadenza dei termini, entro il 24 dicembre 2010, per il recepimento della direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008, deve considerarsi non più applicabile nell’ordinamento interno, a seguito della pronuncia della Corte di giustizia U.E. 28/04/2011 (nell’ambito del processo El Dridi, C-61/11PPU), che ha affermato l’incompatibilità della norma incriminatrice interna con la predetta normativa comunitaria, determinando effetti sostanzialmente assimilabili alla abolitio criminis, con la conseguente necessità di dichiarare, nei giudizi di cognizione, che il fatto non è più previsto dalla legge come reato, e fare ricorso in sede di esecuzione – per via di interpretazione estensiva- alla previsione dell’art. 673 c.p.p.. (c.f.r. Sez. 1, 28/04/2011, n. 22105 e 29/04/2011, n. 20130).

4. Il D.L. 23 giugno 2011, n. 89, convertito con modificazioni in L. 2 agosto 2011, n. 129 – recante disposizioni urgenti per il completamento dell’attuazione della direttiva suindicata sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e per il recepimento della direttiva sul rimpatrio di cittadini di paesi terzi irregolari – ha novato la fattispecie (sostanzialmente confermando l’intervenuta abolitio criminis). La nuova formulazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5 ter, introdotta con l’intervento normativo suindicato, non realizza infatti una continuità normativa con la precedente disposizione, non soltanto per lo iato temporale intercorrente con l’effetto della direttiva, ma anche per la diversità strutturale dei presupposti e la differente tipologia della condotta necessaria ad integrare l’illecito delineato. Sul punto basta ricordare che, oggi, alla intimazione di allontanamento si può pervenire solo all’esito infruttuoso dei meccanismi agevolatori della partenza volontaria ed allo spirare del periodo di trattenimento presso un centro a ciò deputato (Centro di identificazione ed espulsione, abbreviato in CIE). Il D.L. citato ha istituito dunque una nuova incriminazione, applicabile solo ai fatti verificatisi dopo l’entrata in vigore della novella.

L’intervenuta abolitio criminis comporta, nel caso in esame, l’annullamento della sentenza impugnata che viene disposto senza rinvio, ai sensi dell’art. 620 c.p.p., comma 1, lett. l), potendo questa Corte procedere alla rideterminazione della pena concordata per il ritenuto delitto continuato, eliminando l’aumento di un mese e venti giorni di reclusione ed Euro 50,00 di multa applicato con riguardo al fatto di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5 ter, (capo A), da stimare uguale, in mancanza di specificazione dei singoli aumenti, a quello inerente all’altra violazione in continuazione (furto di cui al capo B), sulla pena base di un anno ed Euro 300,00 di multa convenuta per il delitto più grave (furto di cui al capo C), e così ridefinendo la pena complessiva per il delitto continuato residuo (capi C e B), con la diminuzione concordata di 1/3, in quella di mesi otto e giorni dieci di reclusione ed Euro 250,00 di multa.

Deve, infine, essere disposta, a norma dell’art. 130 c.p.p., la correzione dell’errore materiale contenuto nel dispositivo della sentenza impugnata che indica la multa applicata all’ A.A. in quella di Euro 3.000,00, da leggersi ed intendersi, invece, come Euro 300,00 coerentemente alla richiesta delle parti accolta dal Tribunale e al calcolo precisato nella motivazione della decisione.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata relativamente alla violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5 ter, perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato, ed elimina il relativo aumento di pena di 1 mese e 20 giorni di reclusione ed Euro 50,00 di multa, così rideterminando la pena complessiva per i reati residui in 8 mesi e 10 giorni di reclusione ed Euro 250,00 di multa.

Visto l’art. 130 c.p.p., dispone correggersi il dispositivo della sentenza impugnata nel senso che dove si legge "Euro 3.000,00 di multa" deve leggersi "Euro 300,00 di multa"; si annoti sull’originale dell’atto.

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Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 23-01-2013) 12-04-2013, n. 17025

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Svolgimento del processo

1. H.M.B.S. è stato ritenuto responsabile del reato di lesioni in danno di un connazionale, aggravate dall’indebolimento permanente dell’organo della vista, dai futili motivi e dall’uso di arma (un manico di scopa), con sentenza 19-1- 2011 della Corte d’Appello di Palermo, che ha confermato quella del Tribunale di Sciacca in data 28-5-2009.

2. Il predetto ha proposto ricorso personale deducendo con il primo motivo mancanza o manifesta illogicità della motivazione per mancato esame delle doglianze proposte con l’appello in punto di valutazione delle prove essendo le testimonianze assunte contrastanti con la versione della p.o. la quale era a sua volta incompatibile con la localizzazione delle lesioni riportate dalla p.o., il che avrebbe dovuto determinare il giudizio di inattendibilità delle dichiarazioni di quest’ultima.

3. Con il secondo motivo il ricorrente deduceva inutilizzabilità della deposizione di un connazionale acquisita agli atti in quanto non sentito in dibattimento, contraddittorietà delle prove raccolte, mancata assunzione di prova decisiva rappresentata dall’esame di un barista in ordine alla sua presenza in un bar all’ora del fatto.

4. Con il terzo si doleva della mancata assoluzione per insufficienza della prova di responsabilità.

5. Le richieste erano di annullamento della sentenza, in subordine di concessione delle attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti e/o riduzione della pena al minimo.
Motivi della decisione

1. Il ricorso è inammissibile per plurime ragioni.

2. Esso è in primo luogo tardivo in quanto, essendo l’imputato, detenuto per altra causa, assente per rinuncia nel giudizio di secondo grado e non avendo quindi diritto alla notifica dell’avviso di deposito della sentenza con l’estratto contumaciale (Cass. 24593/2004) – che correttamente risulta non effettuata, il termine di 45 giorni per impugnare veniva a scadenza il 24-5-2011, in quanto la sentenza, emessa in data 19-1-2011, aveva stabilito il termine di gg.

80 per il deposito della motivazione, termine decorso il 9-4 (con tempestivo deposito della motivazione il 31-3), mentre il ricorso era presentato soltanto il 6-7-2011.

3. Oltre a ciò, vale comunque la pena osservare che anche i motivi del gravame sono inammissibili.

4. Il primo tende a sottoporre al giudizio di legittimità aspetti inerenti alla ricostruzione del fatto e all’apprezzamento del materiale probatorio rimessi alla esclusiva competenza del giudice di merito, il quale ha ineccepibilmente osservato che la prova della responsabilità dell’imputato riposava sulle dichiarazioni accusatorie della persona offesa, avvalorate da quelle di V. S. che aveva visto i due "prendersi a botte" rilevandone le conseguenze sul volto dell’offeso, e riscontrate oggettivamente dalle certificazioni mediche riguardanti le lesioni riportate – di tipologia pienamente compatibile con la dinamica descritta dalla p.o., e dal ritrovamento del bastone utilizzato per l’aggressione, ancora insanguinato. Per di più, per costante orientamento di questa corte, non solo le dichiarazioni testimoniali della persona offesa, se sottoposte ad un attento controllo di credibilità come nella sentenza impugnata, possono essere assunte anche da sole come prova della responsabilità dell’imputato (Cass. sez. 3, 27 aprile 2006 n. 34110, Valdo Iosi; sez. 1, 4 novembre 2004 n. 46954, Palmisani; sez. 6, 3 giugno 2004 n. 33162, Patella; sez. 3, 27 marzo 2003 n. 22848, Assenza), ma il giudizio sull’attendibilità della persona offesa costituisce il risultato di una valutazione di fatto che non può essere rinnovata in sede di legittimità, a meno che il giudice non sia incorso in manifeste contraddizioni (Cass. sez. 3, 22 gennaio 2008 n. 8382, Finazzo), il che non è nella specie avvenuto avendo la corte dato pienamente conto delle ragioni per le quali il contrasto tra le dichiarazioni della vittima dell’aggressione e quelle del teste H.M. era meramente apparente.

6. Il secondo ed il terzo motivo sono affetti da manifesta infondatezza, oltre che ripetitivi di censure che, già sottoposte al giudice di appello, sono state oggetto di puntuale disamina e motivata reiezione. Infatti il ricorrente, dopo averne sostenuto la portata innocentista, deduce contraddittoriamente l’inutilizzabilità della deposizione del M., peraltro ritenuta non necessaria ai fini della pronuncia di colpevolezza. Mentre il profilo della mancata rinnovazione del dibattimento è stato oggetto di motivata risposta ricordando l’eccezionalità dell’istituto e l’esaustività del quadro istruttorio.

7. Si osserva da ultimo che le richieste inerenti alle attenuanti, al giudizio di comparazione delle circostanze e al trattamento sanzionatorio sono aspecifiche in quanto prive di elementi a sostegno.

8. Alla declaratoria di inammissibilità seguono le statuizioni di cui all’art. 616 cod. proc. pen., determinandosi in Euro 1000,00 la somma da corrispondere alla Cassa delle ammende.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 23 gennaio 2013.

Depositato in Cancelleria il 12 aprile 2013

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Cons. Stato Sez. VI, Sent., 28-01-2011, n. 656

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Svolgimento del processo – Motivi della decisione
L’Università degli studi di xxx impugna le sentenze di cui in epigrafe con le quali il Tribunale amministrativo regionale della Sardegna ha accolto i ricorsi proposti dagli odierni appellati, tutti appartenenti al personale universitario docente che presta attività assistenziale in favore del servizio sanitario nazionale, per il riconoscimento del diritto a vedersi corrispondere (con decorrenza dal giugno 2000) la c.d. indennità di esclusività, prevista dall’art. 5 del d.P.R. n. 517/99.
A motivo della impugnativa l’Università deduce l’erroneità della gravata sentenza che avrebbe riconosciuto il diritto dei ricorrenti di primo grado al rivendicato trattamento stipendiale aggiuntivo senza avvedersi che gli stessi già godevano del meccanismo perequativo di cui all’art. 31 d.P.R. n.761/79 (a tenore del quale al personale universitario che presta funzioni assistenziali in favore del servizio sanitario nazionale è corrisposta una indennità, non utile ai fini previdenziali e assistenziali, nella misura occorrente per equiparare il relativo trattamento economico complessivo a quello del personale delle unità sanitarie locali di pari funzioni, mansioni e anzianità); tale meccanismo perequativo, a parere della Università appellante, dovrebbe ritenersi alternativo e non cumulabile con qualsivoglia ulteriore indennità aggiuntiva.
Di qui i motivi di impugnativa e la richiesta di rigetto dei ricorsi di primo grado, in accoglimento degli appelli ed in riforma delle impugnate sentenze.
Degli appellati si è costituito in giudizio il solo dottor C.P. per resistere al ricorso e per chiederne la reiezione.
All’udienza del 22 ottobre 2010 i ricorsi in appello sono stati trattenuti per la decisione.
Va anzitutto disposta la riunione dei ricorsi in trattazione, attesa la evidente connessione oggettiva tra gli stessi sussistente che ne consiglia la definizione con un’unica sentenza.
Nel merito i ricorsi in appello, che riguardano la medesima questione, non sono suscettibili di favorevole esame. La questione da dirimere attiene in particolare alla sussistenza del diritto dei professori e dei ricercatori universitari, che svolgono attività assistenziale (le attività assistenziali svolte dai professori e dai ricercatori universitari si integrano con quelle di didattica e ricerca presso le aziende e le strutture sanitarie), a percepire la indennità di esclusività prevista per i dirigenti sanitari dall’art. 15 quater del decreto legislativo n. 502 del 1992; in particolare, è controverso se detta indennità aggiuntiva (che premia il lavoro del personale medico prestato in via esclusiva in favore della struttura sanitaria pubblica) sia dovuta con decorrenza immediata (e cioè fin dalla sua determinazione ad opera del CCNL del comparto della dirigenza sanitaria) ovvero postuli, per la sua erogazione in favore del personale universitario docente che svolga attività assistenziale, la cessazione del meccanismo di perequazione stipendiale tra professori universitari e dirigenti medici (stabilito dall’art. 31 d.P.R. cit.), destinato a scomparire con la implementazione a regime, per il personale medico docente svolgente anche funzioni assistenziali, del meccanismo retributivo previsto dall’art. 6 del d.lgs. n.517/99 e caratterizzato dalla erogazione di indennità aggiuntive correlate al grado di responsabilità ed ai risultati raggiunti.
L’Università appellante sostiene che il diritto degli appellati al rivendicato trattamento, pur se previsto dalla citata legge di riforma, potrebbe trovare applicazione soltanto a decorrere dalla cessazione dell’attuale sistema perequativo tra le due categorie di professionisti sanitari.
Nelle impugnate sentenze, al contrario, i primi giudici hanno sostenuto che nessun ostacolo si frappone al riconoscimento, in favore del personale universitario docente che svolga funzioni assistenziali, del trattamento di esclusività previsto per i dirigenti medici, atteso l’espresso richiamo contenuto nell’art. 5 del d.lgs. cit. alla particolare indennità di cui si tratta.
A parer del Collegio, la tesi dell’appellante ateneo, incentrata sul carattere inattuale delle pretese dei ricorrenti di primo grado e della non cumulabilità del rivendicato trattamento con il meccanismo di perequazione stipendiale con il personale appartenente alla dirigenza medica (art. 31 cit.), non può ritenersi condivisibile.
Giova premettere che ai sensi del comma 2 dell’art. 5 del d.lgs. cit. "ai professori e ricercatori universitari di cui al comma 1, fermo restando il loro stato giuridico, si applicano, per quanto attiene all’esercizio dell’attività assistenziale, al rapporto con le aziende e a quello con il direttore generale, le norme stabilite per il personale del Servizio sanitario nazionale" e che inoltre "salvo quanto diversamente disposto dal presente decreto, nei confronti del personale di cui al comma 1, si applicano le disposizioni degli articoli 15, 15bis, 15ter, 15quater, 15quinquies, 15sexies e 15novies, comma 2 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni".
Ora, è proprio l’art. 15 quater del d.lgs. cit. a prevedere, come detto, che i contratti collettivi di lavoro stabiliscono il trattamento economico aggiuntivo da attribuire ai dirigenti sanitari con rapporto di lavoro esclusivo, mentre l’art. 15 quinquies stabilisce che le disposizioni del presente articolo si applicano anche al personale di cui all’art. 102 del DPR n. 382/1980 (e cioè al personale docente che svolge funzioni assistenziali).
L’art. 5 del CCNL della dirigenza medica (stipulato l’8 giugno 2000) disciplina poi compiutamente l’indennità di esclusività del rapporto di lavoro dei dirigenti medici, facendola decorrere dal 1° gennaio 2000; tale istituto della indennità di esclusività è ulteriormente disciplinato dall’art. 36 comma 4° del successivo contratto collettivo del 3.11.2005.
Da tanto si evince che, come correttamente rilevato dai primi giudici, nessun ostacolo si frappone al riconoscimento in favore dei ricorrenti di primo grado del rivendicato trattamento aggiuntivo, tanto più che si tratta di trattamento diverso da quello previsto dal successivo art. 6 (sempre in favore del personale docente che svolge attività assistenziale).
E se, con riferimento alle voci relative al trattamento aggiuntivo previsto dall’art. 6 cit. (in particolare, indennità di responsabilità e indennità di risultato) deve in effetti porsi un problema di alternatività (come espressamente riconosciuto da questo Consiglio di Stato nella decisione n. 7082/09) rispetto al trattamento perequativo (il quale ultimo postula che al personale docente venga corrisposto un trattamento aggiuntivo al fine di evitare trattamenti deteriori rispetto alla dirigenza medica) preoccupazioni analoghe non hanno ragioni di esistere con riferimento alla particolare indennità di cui qui si discorre, se si considera che: a) la previsione della indennità di esclusività è contemplata in autonoma disposizione normativa rispetto a quella (art. 6) nell’ambito della quale soltanto opera la anzidetta alternatività tra nuovi trattamenti aggiuntivi dovuti al personale universitario docente e pregresso meccanismo perequativo (art. 6: " il trattamento economico di equiparazione in godimento all’atto dell’entrata in vigore del presente decreto è conservato fino all’applicazione delle disposizioni di cui al comma 1"); b) l’art. 6 ultimo comma del d.lgs. reca l’abrogazione delle disposizioni (tra cui l’art. 102 del DPR n. 382/80) che prevedevano la equiparazione sul piano retributivo tra personale docente e personale del servizio sanitario nazionale; c) l’art. 8 del d.lgs. n. 517/99, sia pur con riferimento alle Università non statali che gestiscono direttamente policlinici universitari, prevede espressamente che l’art. 5 (nel cui ambito precettivo si rinviene il disposto in ordine alla indennità di esclusività) trovi inderogabile applicazione, senza che sia possibile che in sede di protocollo d’intesa tra Regione ed Università possa disapplicarsi la disposizione in ordine appunto alla erogazione della predetta indennità di esclusività.
In definitiva, riconosciuta la fondatezza della pretesa pecuniaria dei ricorrenti di primo grado in relazione alla corresponsione della predetta indennità di esclusività, gli appelli vanno respinti con la consequenziale conferma delle impugnate sentenze.
Le spese di lite del grado devono essere compensate, ricorrendo i presupposti per tale pronuncia.
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, Sezione VI, definitivamente pronunciando sugli appelli come in epigrafe proposti, previa riunione, li respinge.
Spese del grado compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 22 ottobre 2010 con l’intervento dei magistrati:
Giuseppe Barbagallo, Presidente
Bruno Rosario Polito, Consigliere
Roberto Giovagnoli, Consigliere
Claudio Contessa, Consigliere
Giulio Castriota Scanderbeg, Consigliere, Estensore
Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.