Branca della teoria economica il cui scopo è quello di individuare dei principi di natura costituzionale che spieghino le decisioni di natura finanziaria.
Coloro che per primi si sono interessati a questo filone della teoria economica sono Tullock (v.) e Buchanan (v.).
Gli elementi cardine su cui si basa il costituzionalismo economico sono:
— l’individualismo metodologico (v.), che pone in primo piano le valutazioni individuali espresse attraverso le regole di votazione;
— la razionalità nelle scelte individuali, presupposto necessario affinché vi sia una giustificazione all’uso delle scelte individuali come fondamento delle decisioni normative.
Secondo Buchanan un criterio minimale di razionalità potrebbe essere rappresentato dalla capacità dell’individuo di ordinare le alternative, che gli si propongono, in base al vantaggio che esse potrebbero fornirgli;
— il rispetto, da parte dell’intera collettiva, degli elementi di razionalità e di individualismo se, infatti, lo scopo del costituzionalismo economico è quello di giungere a decisioni collettive (attraverso le regole di votazione) la partecipazione deve essere assicurata ad ogni cittadino.
Il processo decisionale collettivo consta di due fasi:
— la prima, utile agli elettori per stabilire all’unanimità le norme che successivamente verranno applicate e in cui è necessario creare una serie di regole nelle quali prevalgono le tendenze di non conflittualità fra i votanti. Alla base, quindi, del costituzionalismo economico vi è un principio contrattualistico (v. Contrattuaslimo), che sancisce la necessità di un consenso unanime;
— la seconda fase, nella quale gli amministratori pubblici pongono in essere le decisioni prese, anche attraverso maggioranze qualificate (v. Teorema dell’impossibilità).
Il meccanismo decisionale così descritto rispecchia i modelli di Public choice (v.) che indagano il comportamento delle istituzioni pubbliche nei vari stadi del processo decisionale.
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Costo
Termine che nel suo significato più ampio, indica il sacrificio che il soggetto economico affronta per procurarsi i beni necessari al soddisfacimento dei suoi bisogni (v.).
Più in particolare, si definisce costo di produzione l’insieme di tutte le spese che l’impresa deve sopportare per ottenere una certa quantità di prodotto.
Il costo di produzione è sempre calcolato come costo monetario ed è costituito dai prezzi pagati dall’imprenditore per procurarsi i fattori di produzione (v.) nella quantità che a lui appare conveniente per portare a compimento un ciclo produttivo. Questo ammontare monetario è detto costo totale di produzione.
I costi totali di produzione vengono generalmente distinti in:
— costi fissi (v.);
— costi variabili (v.).
Costo del denaro
Prezzo pagato per una specifica operazione di credito da colui che lo riceve. Si tratta di un prezzo composto (tasso, commissione, spese amministrative ecc.) i cui principali componenti, per le operazioni più importanti, devono essere obbligatoriamente, secondo quanto disposto dall’accordo interbancario (v.), pubblicizzati dalle banche attraverso vari strumenti (avvisi, manifesti ecc.). In ogni caso, i vari componenti del costo del denaro possono mutare in relazione alle singole operazioni; ciò in quanto ciascuna operazione ha proprie caratteristiche e non è possibile quindi effettuare una generalizzazione dei componenti del costo del denaro.
Costo fisso
Costo il cui ammontare è indipendente, entro certi limiti, dalla quantità di prodotto ottenuta. Com’è ovvio, il costo è fisso relativamente alla capacità produttiva massima del fattore considerato: se l’imprenditore volesse aumentare la produzione al di là della capacità massima dell’edificio o del macchinario, sarebbe costretto ad affittare un nuovo edificio o a comprare un altro macchinario.
La distinzione fra costo fisso e costo variabile (v.) è in genere riferita solo al breve periodo; nel lungo termine, infatti, tutti i fattori produttivi sono variabili (un’impresa può costruire nuovi impianti, ingrandirli ecc.) così che viene meno la contrapposizione fra i costi fissi e quelli variabili.