Operazione consistente nell’attività di distribuzione di strumenti finanziari nuovi o già emessi, offerti rispettivamente in sottoscrizione o in vendita ai risparmiatori.
Le operazioni di collocamento erano disciplinate dalla legge bancaria del 1936; in essa ricevevano una serie di limiti e vincoli posti al fine di contingentare i rischi per il sistema bancario derivanti dalla commistione tra capitale delle banche e capitale industriale.
Attualmente l’attività di collocamento di azioni e obbligazioni rientra tra i servizi d’investimento regolati dal D.Lgs. 58/1998 (Testo Unico della finanza): essa può essere esercitata, quindi, oltre che da banche, anche da SIM (v.) e altri operatori finanziari abilitati, nazionali e non.
La nuova normativa riflette le differenti tipologie che l’operazione può assumere, in specie:
— collocamento puro, in cui l’operatore (banca, SIM ecc.) si limita ad effettuare attività di mera assistenza nella fase del collocamento dei titoli sul mercato, percependo una provvigione per l’attività prestata;
— collocamento con assunzione di garanzia nei confronti dell’emittente, in cui l’operatore, contro provvigione, oltre a prestare assistenza per il collocamento dei titoli si assume l’onere di sottoscrivere in proprio i titoli che restino non collocati al termine dell’operazione;
— collocamento con sottoscrizione, in cui l’operatore sottoscrive i titoli che poi collocherà sul mercato nei tempi e nei modi che ritiene più opportuni;
— collocamento con acquisto a fermo, in cui l’operatore acquista gli strumenti finanziari già emessi per poi collocarli sul mercato
Da sottolineare, inoltre, che il decreto Eurosim (v.) annovera tra i servizi accessori ossia non ricompresi nella riserva d’esercizio a favore di banche, SIM e operatori finanziari abilitati, i servizi connessi all’emissione o al collocamento di strumenti finanziari, compresa l’organizzazione e la costituzione di consorzi di collocamento (v.) e garanzia.
Categoria: Glossario
Commercio internazionale
Complesso dei beni e servizi scambiati, a livello internazionale, tra diversi paesi.
L’intensità degli scambi internazionali ha conosciuto nel corso degli anni fasi di espansione e di contrazione. In particolare, nella prima metà del XIX secolo, in seguito all’affermarsi delle dottrine liberiste (v. Liberismo) e all’indiscussa superiorità dell’Inghilterra come paese guida dell’economia mondiale, si assistette ad un progressivo aumento delle relazioni economiche internazionali. Tale tendenza fu invertita durante gli ultimi decenni del secolo in coincidenza con il periodo della grande depressione (1873-1896). L’espansione o la contrazione degli scambi internazionali, infatti, possono essere considerati dei validi indicatori di una fase di sviluppo o di recessione dell’economia internazionale: in genere, è associata a periodi di crisi una tendenza alla contrazione degli scambi mentre il contrario avviene nella fase di espansione. Il periodo che va dalla grande depressione allo scoppio della prima guerra mondiale fu caratterizzato dalla progressiva imposizione da parte di vari stati di misure protezionistiche (v. Protezionismo) ed, in particolare, di dazi doganali (v.).
Le difficoltà economiche e sociali che caratterizzarono l’economia di molti paesi nel primo dopoguerra non permise un ripristino di intense relazioni economiche tra gli Stati; la situazione fu aggravata dalla crisi economica del 1929, alla quale molti paesi risposero adottando misure protezionistiche che talvolta prospettavano anche l’instaurazione di regimi economici autarchici.
Soltanto nel secondo dopoguerra, in seguito agli accordi di Bretton Woods (v.), si è assistito ad una progressiva liberalizzazione degli scambi, favoriti anche dall’abolizione di numerose misure restrittive, dalle negoziazioni portate avanti da organismi internazionali, in particolare il GATT (v.), e da una lunga fase di crescita economica.
Le teorie sul commercio internazionale hanno sempre avuto lo scopo di determinare le variabili che generano la divisione internazionale del lavoro (v.) cioè le ragioni che spingono un paese a produrre determinati beni (e successivamente ad esportarli) e ad importarne altri.
I primi studiosi che affrontarono in modo sistematico le peculiarità del commercio internazionale furono gli economisti classici (v.): in particolare, la formulazione teorica destinata ad esercitare una più duratura influenza è la teoria dei costi comparati (v.) di D. Ricardo (v.) e R. Torrens.
La teoria ricardiana, pur offrendo un modello teorico utilizzato per molto tempo, non forniva, tuttavia, un’adeguata spiegazione delle motivazioni che determinavano una diversità nella produttività dei vari paesi. In altre parole, il modello ricardiano si limitava a constatare una differenza nei costi comparati ma non forniva una giustificazione per queste differenze.
Al problema tentò di dare una risposta la teoria elaborata dai due economisti svedesi Eli Heckscher e Bertil Ohlin, nota anche come teoria della dotazione dei fattori produttivi la quale, in sostanza, affermava che ciascun paese avrebbe dovuto specializzarsi nella produzione di quei beni che richiedevano un maggior utilizzo del fattore produttivo di cui esso abbondava; così facendo, avrebbe prodotto quei beni per i quali poteva vantare un costo comparato più vantaggioso rispetto ad altri paesi.
I limiti della teoria classica e della successiva rielaborazione dei due economisti svedesi (limiti posti in evidenza soprattutto da analisi empiriche) hanno indotto molti economisti a concentrare i loro studi su altri fattori che darebbero luogo a differenze nei costi comparati tra diversi paesi. In particolare, l’analisi più recente ha posto l’attenzione su un elemento che, negli ultimi tempi, ha costituito uno dei fattori principali dello sviluppo del commercio internazionale: il progresso tecnologico.
In effetti, teorie più moderne; hanno evidenziato come le esportazioni di un paese non sono determinate da una differenza nella dotazione di fattori produttivi, ma nell’attitudine di alcuni prodotti esportati a costituire delle vere e proprie innovazioni sul mercato mondiale. L’innovazione assicura al paese produttore un certo lasso di tempo nel quale esso, in quanto unico produttore del bene, può ottenere dei vantaggi nello scambio internazionale. Ovviamente, il vantaggio ottenuto grazie allo sviluppo e alla diffusione di un particolare prodotto innovativo sarà limitato nel tempo in quanto ben presto esso sarà prodotto per imitazione anche in altri paesi, che potranno anche giovarsi dei risparmi ottenuti grazie ai minori costi di trasporto e di spedizione. Il vantaggio di una nazione nell’ambito del commercio internazionale può, quindi, essere misurato in termini di divario tecnologico che essa è capace di ottenere rispetto ad altri paesi concorrenti. Un flusso continuo di prodotti innovativi, infatti, permette di acquisire dei vantaggi negli scambi internazionali, mentre un minore dinamismo da questo punto di vista comporta una specializzazione nella produzione di beni cd. maturi, ovvero che non richiedono ingenti spese per innovazioni e ricerca.
La tesi non fornisce, tuttavia, una valida spiegazione dei motivi per cui il flusso di innovazioni trova origine in alcuni paesi e non in altri. Una valida risposta al quesito è la teoria del ciclo di vita del prodotto (v.) che associa l’evoluzione del prodotto a determinati fattori propri di ciascun paese come la capacità del mercato interno di assorbire un prodotto innovativo, nonché il necessario livello di conoscenze tecnologiche in grado di sviluppare il prodotto stesso. Gli ultimi sviluppi della teoria del commercio internazionale tendono a prendere in considerazione l’esistenza di mercati imperfetti, di economie di scala (v.) e della differenziazione dei prodotti adattata ai gusti dei consumatori come spiegazione ai flussi commerciali internazionali.
Composizione organica del capitale
Nella teoria economica marxista (v. Marx), è il rapporto tra capitale costante (c) e capitale variabile. Il capitale costante viene generalmente inteso come il valore del capitale che è incorporato nel valore dei prodotti finiti utilizzati nel processo produttivo; per capitale variabile s’intende, invece, il valore del capitale utilizzato per la remunerazione della forza-lavoro.
Tale rapporto misura quindi il valore dei macchinari utilizzati rispetto al numero di operai che sono occupati nel processo produttivo, ad un dato tasso di salario.
In formula la composizione organica del capitale può essere scritta:
@
Se aumenta la quota di capitale destinata all’acquisto di macchinari e materie prime aumenta la composizione organica del capitale; al contrario, ogni aumento della componente del capitale variabile la farà diminuire determinando così un più alto saggio di profitto (v.). Quest’ultimo può essere definito come il rapporto tra il plusvalore (v.) ed il capitale investito, ovvero:
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Se, infatti, ipotizziamo che vi siano due imprese che abbiano una diversa composizione di capitale possiamo agevolmente verificare quanto detto in precedenza. Potremmo suddividere il valore totale della produzione di un’impresa in questo modo:
Vedi figura.
Da questi dati è facile verificare come nell’impresa Y la composizione organica del capitale sia più alta.
Infatti:
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Per effetto dell’aumento della composizione organica del capitale, il saggio di profitto nell’impresa Y diminuirà. Si avrà, infatti:
@
Se esprimiamo questi valori in percentuali rapportandoli alla produzione totale, nel primo caso il saggio di profitto del capitalista rappresenta il 25% del valore totale della produzione, mentre nel secondo caso, per effetto dell’aumento della composizione organica, il saggio di profitto si ridurrà al 20%.
Secondo Marx, il capitalismo, per sua stessa natura, è spinto ad accumulare sempre nuovi mezzi di produzione (la componente c della composizione organica del capitale). L’aumento del capitale variabile v (l’unica componente generatrice di plusvalore), trova invece dei limiti fisici e sociali (numerosità totale della popolazione operaia ecc.). Ne consegue che, per Marx, nel lungo periodo il saggio di profitto è destinato a diminuire (cd. legge della caduta tendenziale del saggio di profitto).
Confagricoltura [Confederazione generale italiana dell’agricoltura]
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Associazione sindacale dei datori di lavoro dell’agricoltura che opera per il progresso dell’agricoltura nazionale, per assicurare il miglioramento delle imprese e delle attrezzature aziendali e per elevare le condizioni di vita e di lavoro dei ceti agricoli. A tal fine la Confagricoltura svolge molteplici funzioni a livello sindacale, economico, tecnico, politico, parlamentare, culturale e sociale.