La (—) è la descrizione del diritto positivo attuata con metodo scientifico. Secondo alcuni teorici del diritto essa si identifica con la giurisprudenza.
Si discute se esiste una (—) dotata di un metodo ad essa peculiare e diverso da quello utilizzato dalle altre scienze che si occupano del diritto (es. storia del diritto e sociologia del diritto).
La diversità di soluzione fornita a tale problema distingue tra loro due delle principali concezioni contemporanee del diritto: il giuspositivismo ed il realismo giuridico.
Secondo i giuspositivisti la (—) utilizza un metodo diverso da quello delle altre scienze, in quanto si disinteressa della effettività delle norme, occupandosi solo della loro validità, ossia della loro esistenza specifica nell’ordinamento.
Essa sarebbe, quindi, una scienza normativa che, procedendo alla costruzione di sistemi [vedi Sistema] concettuali, viene definita anche sistematica e che, inoltre, ponendo alla base delle proprie descrizioni le norme giuridiche considerate come indiscutibili, è detta anche dogmatica giuridica.
Secondo i giusrealisti, invece, la (—) non è affatto una scienza empirica, anzi è una falsa scienza (un’ideologia) che, pur guardando alla realtà delle norme, ha il solo compito di convincere all’obbedienza del diritto effettivo dello Stato.
Per trasformarsi in vera scienza empirica la (—), secondo i giusrealisti, dovrebbe proporsi lo scopo di prevedere i comportamenti giuridicamente rilevanti, in primis quelli dei tribunali.
Le problematiche intorno alla (—) ed al carattere scientifico della giurisprudenza hanno inevitabilmente indotto i filosofi del diritto a proporre alla giurisprudenza stessa un valido modello di scienza da seguire. Naturalmente, i modelli proposti variavano in funzione dei mutamenti attuati in filosofia della scienza. È stato così proposto il modello positivistico, quello neopositivistico e, attualmente, quello del post-positivismo. In più, dato il carattere di fenomeno sociale del diritto, inevitabilmente si presenterà anche il problema di adottare un metodo tra quelli forniti dalle scienze sociali.
Categoria: Glossario
Commissione delle Comunità Europee
Commissione delle Comunità Europee
[200 rue De Loi – 1049 Bruxelles; tel. (2) 2991111]
internet: www.europa.eu.int/comm/
Organo rappresentativo degli interessi della Comunità Europea (v. CE). È attualmente formata da 20 commissari nominati dai governi, ma indipendenti da questi. La Germania, la Francia, il Regno Unito, l’Italia e la Spagna nominano 2 membri mentre gli altri Stati ne nominano 1.
Le competenze della Commissione sono di tipo esecutivo e normativo. Tra le funzioni esecutive rientra l’applicazione dei Trattati e degli atti comunitari oltre che la gestione dei Fondi strutturali. Per ciò che concerne le funzioni di tipo normativo, la Commissione partecipa alla formazione degli atti legislativi comunitari, soprattutto attraverso l’emanazione di proposte al Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea (v.). Inoltre, detiene un potere normativo proprio in alcune limitate ipotesi.
Esercita anche la funzione di rappresentanza della Comunità nei fori internazionali e la funzione di vigilanza sull’applicazione del Trattato e degli atti comunitari, in virtù della quale può deferire alla Corte di Giustizia uno Stato membro inadempiente, oltre che emanare raccomandazioni e pareri.
Per l’ampiezza e la rilevanza dei suoi compiti, la Commissione è stata definita «il motore della Comunità». Il suo ruolo nella concreta definizione delle politiche comunitarie è però piuttosto limitato a causa del peso preponderante del Consiglio e dello sviluppo delle competenze del Parlamento Europeo.
Totalitarismo
Si tratta di un regime politico del XX secolo, caratterizzato da un unico partito alla guida dello Stato e dalla invasiva interferenza del potere governativo nella sfera pubblica e in quella privata.
Si contrappone alla democrazia e presenta la sua legittimazione in un’autorità interna che si giustifica da sola.
E’ la classe egemone che esercita i poteri statali.
Questo concetto fu usato per la prima volta agli inizi degli anni Venti dagli oppositori del regime fascista.
Negli anni Trenta la sua validità concettuale sbarcò oltre i confini territoriali dell’Italia.
Esso presenta le seguenti caratteristiche, che sono anche riscontrabili nel nazismo e nel comunismo staliniano:
1) una ideologia ufficiale stabilita dal gruppo dominante sull’intera società civile;
2) un sistema politico costituito da un partito unico, guidato da un dittatore, organizzato e formato da una minoranza alla quale è attribuito l’intero potere politico;
3) una struttura capillare delle forze di polizia capace di controllare la vita privata dei cittadini per soffocare sul nascere qualsiasi forma di dissenso al regime;
4) un sistema economico accentrato che applica forme più o meno rigide di pianificazione;
5) un rigido sistema di controllo dei mezzi di comunicazione di massa grazie al monopolio dell’informazione e della cronaca;
6) la scelta di un nemico assoluto da affrontare e sconfiggere, da parte della massa; in un periodo i nemici da eliminare sono stati gli ebrei in un altro i partiti di sinistra.
Inoltre gli Stati totalitari non hanno una Costituzione e ripudiano i diritti civili e politici fondamentali.
Costo totale
Costo sostenuto dall’imprenditore per l’acquisto dei fattori produttivi e dei beni strumentali necessari per lo svolgimento del ciclo produttivo.
Più precisamente, il costo totale è dato dalla somma del costo variabile (v.) e dal costo fisso (v.). Il primo varia al variare della quantità totale prodotta mentre il secondo rimane costante. Nel lungo periodo (v.) tutti i costi diventano variabili in quanto anche gli impianti dell’impresa necessitano di adattamenti. Nel breve periodo (v.), invece, l’impianto dell’impresa rimane inalterato, per cui un aumento della produzione può essere ottenuto solo mutando la quantità degli altri fattori produttivi.
La differenza fra costo fisso e costo variabile può essere esemplificata da un grafico in cui sull’asse delle ascisse è riportata la quantità prodotta e sull’asse delle ordinate i costi. La curva del costo fisso (Cf) è rappresentata da una retta parallela all’asse delle ascisse poiché non varia al variare della produzione.
La curva del costo variabile (Cv) parte dall’origine e cresce all’aumentare della produzione ad un ritmo prima decrescente e poi crescente a causa delle economie interne (v. Economie di scala).
Vedi figura.
La somma dei costi fissi e dei costi variabili dà luogo alla curva del costo totale (CT).