Costo totale (Total cost)

Costo sostenuto dall’imprenditore per l’acquisto dei fattori produttivi e dei beni strumentali necessari per lo svolgimento del ciclo produttivo.
Più precisamente, il costo totale è dato dalla somma del costo variabile (v.) e dal costo fisso (v.). Il primo varia al variare della quantità totale prodotta mentre il secondo rimane costante. Nel lungo periodo (v.) tutti i costi diventano variabili in quanto anche gli impianti dell’impresa necessitano di adattamenti. Nel breve periodo (v.), invece, l’impianto dell’impresa rimane inalterato, per cui un aumento della produzione può essere ottenuto solo mutando la quantità degli altri fattori produttivi.
La differenza fra costo fisso e costo variabile può essere esemplificata da un grafico in cui sull’asse delle ascisse è riportata la quantità prodotta e sull’asse delle ordinate i costi. La curva del costo fisso (Cf) è rappresentata da una retta parallela all’asse delle ascisse poiché non varia al variare della produzione.
La curva del costo variabile (Cv) parte dall’origine e cresce all’aumentare della produzione ad un ritmo prima decrescente e poi crescente a causa delle economie interne (v. Economie di scala).

Vedi figura.

La somma dei costi fissi e dei costi variabili dà luogo alla curva del costo totale (CT).

Currency school [scuola valutaria]

Dottrina, sorta in Gran Bretagna nella prima metà del XIX secolo, facente capo ad un gruppo di statisti ed economisti tra i quali R. Torrens e S.J. Lloyd. In contrapposizione alle teorie propugnate dai seguaci della banking school (v.), per i quali i biglietti di banca avevano una semplice funzione creditizia, i fautori della currency school sostenevano che al fine di evitare il ribasso dei prezzi e le fughe di oro, ogni biglietto di banca doveva essere integralmente coperto da riserve auree.
Il Bank Charter Act (v.) dal 1844 pose fine alla disputa tra le due scuole, regolando l’emissione della Banca d’Inghilterra secondo i principi promossi dalla currency school.