Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole
1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Ancona confermava la condanna, alla pena di tre mesi di arresto, di Raffello B. per la contravvenzione continuata di cui all’articolo 660 c.p. avendo il medesimo recato molestia col mezzo del telefono a Gabriella G., in Auditore dal 5 ottobre al 21 novembre 2005.
Spiegava la Corte che dal telefono cellulare intestato all’imputato erano state effettuate, nel periodo anzidetto, più di cento chiamate “mute” dirette all’utenza mobile della G..
L’imputato, dopo avere proposto opposizione contro il decreto di condanna, non si era mai premurato di chiarire come potessero, a sua insaputa o contro la sua volontà, essere state effettuate le telefonate in questione.
2. Avverso l’anzidetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, chiedendone l’annullamento.
Deduce “inosservanza o erronea applicazione della legge penale” nonché “contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione” della sentenza impugnata.
Afferma, rifacendosi ad un precedente di questa Corte (Cass. IV 6 ottobre 1995, Colacino, RV 203230) che è illegittima l’affermazione di responsabilità di una persona in ordine al reato di molestie commesse con il mezzo del telefono che venga motivata esclusivamente sulla base del dato oggettivo costituito dalla intestazione a detta persona dell’utenza telefonica dalla quale siano provenute le chiamate moleste.
Motivi della decisione
3. Il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato.
L’affermazione di responsabilità non è basata – come sostiene il difensore – soltanto sul dato oggettivo rappresentato dall’intestazione all’imputato dell’utenza dalla quale erano partite le telefonate moleste, ma su un ragionamento probatorio (indiziario) rispettoso della regola di cui al secondo comma dell’articolo 192 c.p.p.
I giudici del merito sono pervenuti, invero, al risultato probatorio (che il B. fosse l’autore delle telefonate) operando sull’elemento di prova (che le chiamate fossero state effettuate dal telefono cellulare a lui intestato) una “mediazione intellettuale” (secondo cui è massima di esperienza che il telefono intestato ad una persona sia nella sua disponibilità esclusiva, a meno che non vi sia prova del contrario o non siano state allegate specifiche circostanze dalle quali possa inferirsi la ragionevole possibilità di una diversa ricostruzione).
E nella specie, in assenza di qualsivoglia giustificazione sul punto dell’imputato (da quel telefono – è opportuno ricordarlo – erano partite più di cento telefonate “mute” dirette all’utenza della G.), l’inferenza, nel ragionamento indiziario, tra il factum probans ed il factum probandum non può certo ritenersi labile ed appare, anzi, sufficiente ad escludere ricostruzioni alternative; consente, in altre parole, di superare il ragionevole dubbio.
4. Segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento e, non emergendo ragioni di esonero, al versamento a favore della Cassa delle ammende, a titolo di sanzione pecuniaria, di somma che si stima equo fissare in euro 1000,00.
P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 alla Cassa delle ammende.
Nota
1.Il fatto deciso.
Un uomo veniva condannato dalla Corte di appello per la contravvenzione continuata di cui all’articolo 660 c.p. avendo recato molestia col mezzo del telefono ad una donna. Il Tribunale in motivazione affermava che dal telefono cellulare intestato all’imputato erano state effettuate, nel periodo anzidetto, più di cento chiamate “mute” dirette all’utenza mobile della persona offesa. L’imputato, dopo avere proposto opposizione contro il decreto di condanna, non si era mai premurato di chiarire come potessero, a sua insaputa o contro la sua volontà, essere state effettuate le telefonate in questione. Avverso l’anzidetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, chiedendone l’annullamento.
2.Il quesito.
Si può raggiungere la responsabilità penale dell’imputato per la contravvenzione in esame soltanto con la prova che le telefonate “disturbanti” siano partite dall’utenza telefonica intestata all’imputato?
3.La risposta della Cassazione
La Cassazione risponde affermativamente.
4.Nota esplicativa.
Il reato di molestia e disturbo alle persone è una contravvenzione posta a tutela della tranquillità individuale e del cosiddetto “vivere in pace”. Secondo parte della dottrina, invece, la norma mira a tutelare l’ordine pubblico mediante la repressione di fatti che colpendo la quiete privata possono generare situazioni di più generale allarme sociale. La contravvenzione in esame è ritenuta punibile solo se commessa con dolo in quanto si richiede che il fatto sia compiuto con petulanza e biasimevole motivo ossia con un agire pressante, incivile, sprezzante, che presuppone una vera e propria “programmazione” mentale della consapevolezza di agire nel modo previsto dalla norma.
A parere di chi scrive la contravvenzione de quo sarebbe punibile anche a titolo di colpa. Il recare disturbo, per petulanza o biasimevole motivo, indica soltanto le particolari modalità che la norma richiede per la configurazione della contravvenzione ma non integrano una “scelta” precisa del legislatore dal punto di vista dell’elemento soggettivo. Si può, ad esempio, ritenere petulante chi, colposamente, omette i dovuti accorgimenti per evitare che dal proprio telefono partono telefonate a vuoto verso un determinato telefono oppure si metta citofonare senza alcun motivo i campanelli di vari appartamenti nel periodo estivo ritenendoli vuoti. Del resto la norma mira a tutelare la quiete privata e la serenità quotidiana di ogni consociato da quei comportamenti fastidiosi e incivili che mirano a ledere sfere della personalità dell’individuo tutelate dall’art.2 della Costituzione e che, proprio per l’importanza del bene-interesse tutelato dalla norma, non possono essere soltanto ricondotti a quelli “dolosi”.
Nel caso in esame la Cassazione ritiene che la penale responsabilità dell’imputato può essere provata anche con il dato dell’intestazione dell’utenza telefonica da cui sono partite le telefonate di disturbo. La Suprema Corte , infatti,afferma che “in assenza di qualsivoglia giustificazione sul punto dell’imputato (da quel telefono – è opportuno ricordarlo – erano partite più di cento telefonate “mute” dirette all’utenza della G.), l’inferenza, nel ragionamento indiziario, tra il factum probans ed il factum probandum non può certo ritenersi labile ed appare, anzi, sufficiente ad escludere ricostruzioni alternative; consente, in altre parole, di superare il ragionevole dubbio”.
5.Precedenti conformi.
Cass.29-5-2007 n.21158
6.Spunti bibliografici.
L.Delpino, Diritto Penale-parte speciale-,Simone, 2008, pag.743.
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