Countertrade [scambio in compensazione o controscambio]

Forma di commercio internazionale fondata sullo scambio, totale o parziale, di beni e servizi. In genere si ricorre al countertrade quando vi sia scarsità di valute estere o quando vengano applicate particolari restrizioni da parte delle autorità monetarie per correggere eventuali disavanzi della bilancia dei pagamenti (v.). È utilizzato, in particolare, nel commercio con i paesi dell’Est europeo e con quelli in via di sviluppo (v. PVS).
Può ammettere le seguenti forme di mercato:
— buy back (v.);
— counter purchase (v.);
— barter (v. Baratto);
— compensation deal (v.);
— off set (v.).
L’uso del countertrade consente ai paesi industrializzati di ottenere materie prime a buon mercato e di avvalersi di manodopera a basso costo. I PVS, invece, col ricorso a questa attività, assicurano un mercato alla loro produzione e possono ammodernare le proprie tecnologie.
I consensi su una simile pratica commerciale non sono, tuttavia, unanimi. A sostegno delle proprie tesi i censori del countertrade obiettano che:
— molto spesso le risorse offerte in contrascambio sono quelle già destinate a saldare situazioni debitorie pregresse;
— i PVS non riescono ad avere un vero e propri confronto col mercato;
— i paesi industrializzati mantengono, nei confronti del PVS, una posizione predominante;
— da un punto di vista concorrenziale, le imprese che accettano gli scambi in compensazione risultano avvantaggiate rispetto a quelle che li rifiutano.

Counter purchase [controacquisto]

Variante del countertrade (v.) che prevede la stipula contestuale di contratti di acquisto e di vendita. I contratti si condizionano l’un l’altro, nel senso che se una delle parti contravviene all’accordo, questo si annulla.
Poiché questa forma di scambio si realizza maggiormente con i paesi in via di sviluppo (v. PVS), o dell’Europa dell’Est, l’operatore occidentale vende la sua merce, ma si impegna anche ad acquistare, per un periodo di tempo che va dai tre ai cinque anni, prodotti per lo stesso valore.
Gli scambi vengono effettuati secondo il principio della compensazione (v. Clearing), per cui i pagamenti sono realizzati attraverso conti aperti presso una banca designata dalle parti, la quale vincola la valuta fino a che non siano adempiuti tutti i reciproci obblighi contrattuali.

Cottimo

Forma di retribuzione (v.) salariale la cui misura varia con il variare dei risultati lavorativi conseguiti dall’operatore.
Lo scopo del cottimo è quello di stimolare la produttività dei lavoratori.
Esistono diversi tipi di cottimo:
— a pezzo, nel quale viene pagata una cifra fissa per ogni unità prodotta;
— a rendimento, adottato nel caso di produzioni che si avvalgano della catena di montaggio (v.) le quali non consentono la misurazione della produttività di ogni singolo lavoratore in unità prodotte, in quanto ognuno di essi esegue solo una singola operazione e non realizza interamente il prodotto. In questo caso il cottimo è calcolato in riferimento al rapporto tra il tempo giudicato normale per realizzare una determinata quantità di lavoro (v. Tempo standard) e il tempo effettivamente impiegato per eseguirla;
— altre forme di cottimo hanno per oggetto il rendimento di un gruppo di lavoratori, di un reparto o di un’intera unità produttiva; in queste ipotesi il rendimento è dato dal rapporto tra i risultati ottenuti e gli obiettivi prefissati.
Attualmente il tipo di cottimo più diffuso è quello misto in cui una parte della retribuzione è commisurata alla quantità prodotta mentre la parte restante è fissa.

Costo variabile

Componente del costo totale (v.) che varia al variare della quantità prodotta. Sono costi variabili quelli per le materie prime, la mano d’opera, le spese di manutenzione e riparazione: si tratta, come è evidente, di costi relativi a fattori produttivi (v. Fattori della produzione) la cui quantità è facilmente modificabile anche nel breve periodo. Nel lungo periodo, invece, poiché tutti i fattori produttivi sono variabili, la distinzione fra costo fisso e costo variabile viene meno.

Costi fissi e costi variabili

Nel breve periodo, i costi totali dell’impresa possono essere distinti in due componenti:
— costi fissi totali;
— costi variabili totali.
I costi fissi totali sono i costi complessivi che l’impresa sostiene per i fattori produttivi fissi, come l’affitto per lo stabilimento, il leasing degli impianti e dei macchinari. La particolarità di questi costi è che non cambiano, qualunque sia il livello di produzione dell’impresa: anche quando lo stabilimento è chiuso e gli impianti non sono in funzione, questi costi devono comunque essere sostenuti dall’impresa.
I costi variabili totali sono, invece, quei costi che l’impresa sostiene per i fattori produttivi variabili come le materie prime impiegate nella produzione, l’energia necessaria a far funzionare gli impianti, il salario dei lavoratori addetti alla produzione. A differenza dei costi fissi totali, questi costi variano in relazione alla quantità prodotta: tanto maggiore è la produzione tanto superiore sarà anche il tempo di attività degli impianti e quindi l’energia necessaria al loro funzionamento, e quindi tanto più elevati saranno i costi totali necessari a remunerare questi fattori variabili.
I costi totali (CT) che l’impresa sostiene nel breve periodo sono pertanto pari alla somma dei costi fissi totali (CFT) e dei costi variabili totali (CVT):

costi totali = costi fissi totali + costi variabili totali
CT = CFT + CVT

Per comprendere l’andamento delle curve dei costi possiamo esaminare una ipotetica scheda di produzione, ed il suo relativo grafico.
I costi fissi totali (CFT), come è stato appena precisato, sono indipendenti dal livello di produzione dell’impresa. Dal punto di vista grafico sono pertanto rappresentati con una retta parallela all’asse delle ascisse, la cui intercetta è pari all’ammontare del costo fisso totale (350, nel nostro caso): qualunque sia il livello di produzione (0 oppure 7 unità prodotte) questi costi non variano.
I costi variabili totali (CVT), al contrario, dipendono dalla quantità prodotta dall’impresa. Sono pari a zero se la produzione è nulla (e quindi la funzione parte dall’origine degli assi) e crescono al crescere dell’output, più lentamente all’inizio (come si può vedere sia dai dati della tabella sia dal grafico), più rapidamente oltre un certo livello; tra poco capiremo le ragioni di questo andamento.
Poiché i costi totali (CT) altro non sono che la somma fra costi fissi e costi variabili, è ovvio che l’andamento di questa funzione sia, in tutto e per tutto, simile alla funzione di CVT. Si differenzia da quest’ultima solo perché l’intercetta, anziché partire dall’origine, si trova in corrispondenza di un valore pari all’ammontare dei costi fissi totali. La distanza tra CT e CVT è pertanto sempre la stessa qualunque sia il livello di output.