CACM [Central America Common Market – Mercato Comune del Centroamerica]

internet: http://www.sieca.org.gt

Fondato nel 1960 da El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, si prometteva di migliorare l’integrazione dei Paesi dell’America Centrale. Dal 1962 vi partecipa anche il Costa Rica. L’unione doganale e la liberalizzazione del commercio sono gli scopi principali del Patto.
Nonostante ciò, lo sforzo d’integrazione è stato finora insufficiente, a causa dei problemi politico-economici interni ai singoli Stati. Dal 1990 sembra che il CACM abbia lentamente ripreso il suo cammino, alla luce della rinnovata volontà dei Capi di Governo dei singoli Paesi.
Organo istituzionale preminente è il Segretariato, con sede a Ciudad de Guatemala

Cambio flessibile

Regime di cambio in cui non sono imposti vincoli istituzionali di parità, né interventi della banca centrale (v.).
Nel sistema dei cambi flessibili il tasso di cambio (v.) è determinato sul mercato dei cambi (v.) internazionale e può variare continuamente.
È raro, comunque, che le autorità monetarie (v.), si disinteressino del tutto dei cambi, anche quando questi sono flessibili. Esse intervengono sui tassi di cambio per controllare che gli stessi non si allontanino eccessivamente dai livelli giudicati confacenti agli obiettivi di politica economica (v.).
In una pura dinamica di mercato l’apprezzamento (v.) di una valuta rispetto alle altre dipende da numerosi fattori tra i quali:
— l’aumento dei tassi d’interesse (v.) che attira gli investimenti finanziari dall’estero e quindi un relativo aumento di domanda di valuta nazionale;
— le attese degli speculatori che ne prevedono la rivalutazione (v. Rivalutazione monetaria);
— la favorevole prospettiva di crescita di un paese;
— il surplus delle esportazioni (v.) sulle importazioni (v.).
Naturalmente il verificarsi di fattori diametralmente opposti determina il relativo deprezzamento (v.) della valuta del paese preso in considerazione.
Argomentazioni a favore del sistema flessibile rispetto a quello a cambio fisso (v.) si basano sulla possibilità di operare più liberamente scelte di politica economica per conseguire determinati obiettivi. I vantaggi principali sarebbero quelli di un minore fabbisogno di valute detenute come riserve ufficiali (v.) per far fronte ai movimenti di cambio e un più florido mercato dei capitali a termine.
La critica principale si basa sull’incertezza che tale sistema crea nel mercato valutario e nelle spinte inflazionistiche che si potrebbero provocare.
Il regime dei cambi flessibili è subentrato nel 1973 a quello dei cambi fissi con la fine degli accordi di Bretton Woods (

Canali di creazione della base monetaria

Fonti dell’offerta di base monetaria (v.). Tradizionalmente si individuano i seguenti settori:
— le banche; esse chiedono finanziamenti alla Banca centrale (v.), attraverso anticipazioni e risconti; in tal modo la Banca centrale inietta base monetaria nel sistema;
— il Tesoro, il cui fabbisogno finanziario può venire coperto con il ricorso al conto corrente di tesoreria presso la Banca Centrale;
— l’estero, poiché un surplus (deficit) della bilancia dei pagamenti si traduce in una iniezione (distruzione) di base monetaria;
— altri settori, in cui avvengono operazioni atipiche quali l’acquisto di titoli non di Stato ed altre operazioni diverse.
In Italia la base monetaria (BM) fino al 1999 comprendeva i biglietti della Banca d’Italia, monete di Stato, depositi presso le autorità monetarie (depositi delle banche presso Bankitalia, margine disponibile in conto anticipazioni presso la Banca centrale, depositi delle banche presso il Tesoro) e le valute estere immediatamente convertibili in valuta nazionale.
Dal 1° gennaio 1999, a seguito della partecipazione dell’Italia alla moneta unica europea (v. UEM), le tradizionali definizioni di base monetaria hanno perso senso: così, ad esempio, il canale estero è ora definito come la posizione netta dell’Eurosistema (composto dalla BCE e dalle Banche Centrali dei paesi che partecipano all’Unione Monetaria) nei confronti dei residenti al di fuori dell’area euro.
Alla luce di quanto appena detto i canali di creazione della base monetaria nell’area dell’euro (v.) sono così individuati:
— oro e crediti in oro detenuti dalla BCE (v.) e dalle banche centrali nazionali (v. BCN);
— attività nette in valuta (riferite a valute esterne all’area dell’euro e, dunque, con esclusione delle valute dei quattro paesi che non partecipano all’euro);
— prestiti alle istituzioni finanziarie monetarie (v. IFM): operazioni di mercato aperto, operazioni di rifinanziamento ecc.;
— crediti verso la Pubblica Amministrazione (include i crediti concessi prima del 1994 e ancora in essere);
— altre attività di minore rilevanza

Capitalismo

Sistema economico (v.) caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione.
Il termine è stato a lungo ignorato dagli economisti, che lo giudicavano troppo carico di valenze ideologiche, mentre maggior fortuna ha avuto presso gli storici.
La prima riflessione sistematica sul capitalismo è dovuta a Marx (v.), che individua nel modo di produzione capitalistico l’essenza del capitalismo.
Nell’accezione marxiana del termine il modo di produzione capitalistico è fondato sulla dissociazione tra i possessori dei mezzi di produzione (capitalisti), i quali l’utilizzano in vista del conseguimento di un profitto (v.) da reinvestire nel processo produttivo, e coloro che utilizzano tali mezzi di produzione (salariati). In sostanza, nell’analisi marxista il capitalismo si afferma quando, a seguito della Rivoluzione francese del 1789 e della Rivoluzione industriale (v.), il modo di produzione capitalistico diviene dominante.
Secondo gli economisti liberali (che però preferiscono il termine di economia di mercato), il sistema capitalistico è caratterizzato da una completa liberalizzazione del mercato in cui l’equilibrio tra produzione e consumo è realizzato attraverso l’incontro tra la domanda di tutti i consumatori e l’offerta globale delle imprese; tale equilibrio è però assicurato soltanto nell’ipotesi in cui le forze di mercato sono libere di agire senza alcuna interferenza da parte dello Stato. Il ruolo di quest’ultimo è quello di definire le «regole del gioco» e assicurarsi che esse vengano rispettate.
Se pure un tale modello teorico è mai esistito, esso è risultato valido solo nei primi anni dello sviluppo della società capitalistica. Già verso la seconda metà del XIX secolo il sistema economico capitalistico risulta profondamente modificato. In particolare, i fattori che hanno determinato tali mutamenti sono:
— aumento delle dimensioni aziendali. L’impresa individuale, che caratterizzava il sistema economico della prima metà del XIX secolo, tende negli anni successivi ad essere sostituita da grandi gruppi industriali: l’esigenza di realizzare economie di scala (v.) e di massimizzare i profitti ha condotto ad una sempre maggiore concentrazione industriale e alla stipulazione di accordi tra imprese che operano nello stesso settore produttivo. Il processo di ampliamento delle dimensioni aziendali, e quindi un sempre più accentuato allontanamento dallo schema classico del sistema capitalistico, ha avuto come conseguenze:
— l’introduzione della distinzione tra capitalista attivo, ovvero colui che partecipa al processo produttivo attraverso la propria funzione organizzativa, ed il capitalista passivo che fornisce i capitali necessari a sviluppare programmi d’investimento (in genere attraverso l’intermediazione bancaria);
— l’assunzione della direzione dell’impresa da parte di managers che non hanno alcun legame con i reali proprietari dell’azienda. Questo gruppo direttivo non sempre adotta criteri di direzione aziendali tesi alla massimizzazione del profitto (v. Tecnostruttura) essendo influenzato anche da altre esigenze imprenditoriali;
— l’intervento dello Stato nel sistema economico. Fino alla grande crisi del 1929 lo Stato aveva limitato i suoi interventi nel sistema economico realizzando così una delle condizioni fondamentali che, nello schema classico, dovevano assicurare il corretto funzionamento del sistema capitalistico. In realtà, già nella seconda metà del XIX secolo, esso aveva abbandonato tale ruolo di imparzialità. In seguito, l’aggravarsi delle crisi economiche e le continue oscillazioni cicliche che caratterizzavano il sistema capitalistico, in particolare la grande depressione (v.) e la crisi del 1929, mostrarono i limiti della capacità di riequilibrio automatico di tale sistema. Con l’avvio della politica del New Deal (v.) l’intervento dello Stato nel sistema economico divenne sempre più importante in quanto unico elemento in grado di garantire un equilibrato sviluppo (v.) economico.
Abbandonato il dogma della neutralità dello Stato, l’evoluzione del sistema capitalistico è stato caratterizzato nel XX secolo dal coesistere di enti economici pubblici che si affiancavano alle imprese private dando vita ad un sistema capitalistico misto.

Approfondimento: Le ricorrenti crisi del sistema capitalisticoLe ricorrenti crisi del sistema capitalistico