Credito totale interno (Credit total internal)

Ammontare complessivo degli impieghi delle banche (v.) e delle obbligazioni emesse dalle imprese e dagli enti pubblici (v.) del settore statale.
Rappresenta una variabile chiave della politica monetaria (v.) e le sue modificazioni forniscono una misura dell’offerta, all’interno di un paese, di attività finanziarie. In alcuni paesi si è riscontrata una certa relazione tra questo aggregato e gli investimenti, nel senso che un aumento del credito totale interno comporta una riduzione del saggio di interesse e, di conseguenza, un aumento degli investimenti. Nonostante ciò, non esiste un’argomentazione teorica sufficientemente solida che spieghi questo tipo di relazione.
In Italia, in un certo periodo (1974-1983), si è attuata una politica monetaria basata sul controllo del credito totale interno utilizzato quale obiettivo intermedio: poiché appariva estremamente difficile una tempestiva valutazione degli effettivi obiettivi finali (pareggio della bilancia dei pagamenti e livello del reddito nazionale), la Banca d’Italia decise, su pressione del FMI (v.), di graduare la propria azione appunto sul credito totale interno, definito come somma del credito al settore non statale e del fabbisogno interno del settore statale. Il controllo del credito totale interno, infatti, permetteva alla Banca centrale di ridurre il credito alle imprese in occasione di sconfinamenti del fabbisogno statale (grandezza, quest’ultima, non controllabile dalla Banca). L’utilizzo del credito totale come obiettivo intermedio fu abbandonato a causa della difficoltà di controllare l’elemento pubblico di questa grandezza e, allo stesso tempo, a causa della impossibilità di effettuare una precisa valutazione degli impieghi delle aziende di credito per l’affermarsi di tecniche tendenti ad aggirare il vincolo del massimale sugli impieghi (v.). A ciò si aggiunga che la liberalizzazione valutaria degli anni Ottanta aveva indebolito la relazione fra credito totale e saldo della bilancia dei pagamenti (il credito totale, infatti, è correlato al saldo delle partite correnti: una accentuata mobilità dei capitali rende poco significativo questo saldo sul totale della bilancia dei pagamenti).

Stato (State)

Nel periodo del XV secolo si affermò in Europa quell’organizzazione politica definita Stato assoluto.
Lo Stato nasce con la scomparsa della pluralità di poteri del Medioevo e la centralizzazione burocratica del potere nel sovrano.
L’autorità dello Stato, si afferma sia all’interno, che all’esterno. In quest’ ultimo ambito si realizza la nascita del diritto internazionale, sanzionata dalla pace di Westfalia (1648).
L’origine del termine deriva dal latino status (dal verbo stare).
Niccolò Machiavelli lo usa nella prima pagina de Il Principe (1512): «Tutti gli stati, tutti i dominj che hanno avuto, ed hanno imperio sopra gli uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati».
Jean Bodin scrisse nel 1576 i Sei libri della Repubblica utilizzando la parola république.
Thomas Hobbes, utilizzò invece il termine Common-Wealth, oltre a quello di State.
E’ possibile distinguere uno Stato pre-moderno, detto dei ceti.
Nel XII secolo il potere del sovrano si estende da un punto di vista territoriale, basandosi sul consenso dei sudditi organizzati per ceti, cioè assemblee consultive con poteri fiscali.
LO Stato assoluto ha anche un esercito permanente, un accresciuto apparato fiscale, burocratico e giudiziario.
Hobbes pubblica il Leviatano nel 1651, durante forti contrasti politici e religiosi in Inghilterra. Secondo questo filoso l’uomo è un corpo naturale che produce corpi artificiali cioè Stato.
Tra il secolo XVIII e il secolo XIX le teorie illuministe permisero di realizzare delle costituzioni scritte in modo da lasciarsi alle spalle l’ancien régime.
Nasce così lo stato democratico in cui il detentore del potere è tenuto al rispetto del patto con i contraenti.