Spedizioni religioso-militari realizzate dalla fine dell’XI alla fine del XIII secolo, realizzate contro i Turchi nell’Oriente mediterraneo al fine di liberare la Terra Santa (Gerusalemme e il Sacro Sepolcro) dalla dominazione islamica.
Tali spedizioni erano dette (—) in quanto coloro che vi partecipavano portavano una croce sugli abiti ed erano, quindi, crocesignati, ossia crociati.
Anche se le (—) fallirono il loro scopo di liberazione dei luoghi santi, ebbero una notevole importanza storica, poiché giovarono, con i contatti fra Oriente e Occidente, allo sviluppo dei commerci e della ricchezza in genere, soprattutto a favore delle Repubbliche marinare, nonché allo sviluppo delle cognizioni scientifiche.
Solitamente si distinguono otto (—) regolari, intervallate comunque da continui afflussi di crociati verso l’Oriente.
La I crociata si ebbe nel 1095, guidata da Pietro d’Amiens, detto l’Eremita e dispersa sotto le mura di Nicea.
La II crociata fu bandita da papa Urbano II nel 1096 e terminò nel 1099. Fu guidata da Goffredo di Buglione, da suo fratello Baldovino e da Tancredi d’Altavilla, che si impadronirono di Gerusalemme, elevata a Stato cristiano insieme a Tripoli, Antiochia e Edessa.
La III crociata, bandita da papa Eugenio III nel 1147, ebbe fine nel 1149. Fu guidata dall’imperatore Corrado III e da Luigi VII di Francia. Andò del tutto fallita.
La IV crociata, durata dal 1189 al 1192 fu bandita da papa Gregorio VIII, guidata da Federico I Barbarossa [vedi Federico I di Hohensbaufen] e, alla morte di quest’ultimo, capitanata da Filippo Augusto II di Francia e da Riccardo Cuor di Leone. Anch’essa fallì miseramente.
La V crociata, effettuata nel 1204, fu proclamata da papa Innocenzo III [vedi] e guidata da Bonifazio di Monferrato. Non riuscì neppure a sbarcare in Asia.
La VI crociata, bandita da Onorio III nel 1228, fu condotta da Federico II [vedi Federico II di Svevia] e si concluse nel 1129 con un accordo, in virtù del quale l’imperatore ottenne il possesso di Gerusalemme e vi assunse la corona regia.
La VII crociata fu bandita da Innocenzo IV nel 1248 ed ebbe per capo Luigi IX di Francia, che fu fatto prigioniero dai Turchi e liberato solo dopo aver effettuato delle concessioni (1250).
La VIII crociata fu intrapresa nel 1270 da Edoardo d’Inghilterra e da Luigi IX di Francia, ma non ebbe esito migliore della precedente
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Croce Benedetto
(Pescasseroli 1866- Napoli 1952)
Storico e filosofo idealista. I suoi primi scritti furono di storia antica, ma il marxista Antonio Labriola destò in lui l’interesse per il filosofo ed economista tedesco, guidandolo verso la stesura del saggio Materialismo storico ed economia di Karl Marx (1900).
Sebbene (—) sia solitamente considerato un hegeliano, furono i neokantiani (soprattutto Herbart e Windelband, nonché il critico letterario Francesco de Sanctis) ad ispirare il suo idealismo realista e la critica dal titolo Cosa vive e cosa è morto nella filosofia di Hegel) (1906). Il suo principale contributo fu alla filosofia estetica ed alla storia. La sua Estetica (1902) ed il giornale La Critica (1903- 1944) produssero un profondo impatto sulla cultura italiana. Il suo collaboratore, Giovanni Gentile, lo indirizzò verso l’adozione delle dottrine dello storicismo assoluto. Una tesi centrale in tutti i suoi lavori pubblicati dopo il 1909 venne sviluppata negli ultimi tre volumi della Filosofia dello Spirito: la Logica (1909, II edizione), la Filosofia della Pratica (1909) e la Teoria e Storia della Storiografia (1915), nonché nello studio su La Filosofia di Gian Battista Vico (1911).
Si oppose al fascismo [vedi] ed abbozzò la Protesta contro il “Manifesto dei Fascisti intellettuali” (1925), in opposizione a Gentile.
(—) convertì il suo storicismo in una religione della libertà, scrivendo alcuni libri storici, tra cui una Storia d’Italia 1871-1915 (1927) ed una Storia d’Europa nel XIX secolo (1932), in cui è illustrata la sua concezione etico-politica della civiltà umana, meglio espressa nella Storia come storia della Libertà (1938). Secondo (—) la Storia è la manifestazione del progresso spirituale dell’uomo; in essa, pensiero e azione si correlano, perché l’azione presuppone la conoscenza, e la conoscenza del passato è finalizzata all’azione (contemporaneità della Storia).
La Filosofia dello Spirito fu intesa come una religione laica, capace di abbracciare tutti gli aspetti della vita umana. L’attività dello Spirito si distingue in teorica e pratica: la prima si suddivide in intuito e pensiero e la seconda in volontà economica e morale. Tali suddivisioni sono relazionate in modo tale che pensiero e volontà morale implicano l’intuito e la volontà economica, ma non viceversa. Questi quattro momenti distinti dell’attività dello Spirito corrispondono ai concetti puri di Bello, Vero, Utile e Buono. Fino a quando questi concetti sono puri, mancano di un determinato contenuto, al di là di quello che viene fornito dallo sviluppo dialettico dello Spirito attraverso l’azione dell’uomo nella storia. Il Bello deriva dalla creazione di opere d’arte, l’Utile dagli atti politici ed economici ed ognuno fornisce il materiale per i nostri concetti di Vero e di Buono.
(—) elaborò la concezione secondo cui la moralità concreta è tutta in quelli che governano. Egli affermava la necessità di considerare lo Stato per quello che è: forma elementare e angusta della vita pratica, dalla quale la vita morale esce fuori e trabocca, spargendosi in rivoli copiosi e fecondi, tali da disfare e rifare in perpetuo la vita politica stessa e gli Stati, ossia costringendoli a rinnovarsi in modo conforme alle esigenze che essa pone. Ridimensionando la concezione hegeliana (e tutta la concezione etica dello Stato, compreso quella fascista) (—) elaborò una concezione politica dello Stato liberale [vedi] come semplice strumento dei diritti dei cittadini. Questi realizzano la propria libertà nella sfera etica, da cui quella politica è distinta (la politica è un momento della forma economica dello Spirito). Fu la riverenza con cui (—) guarda alla libertà dei cittadini, rispetto allo Stato che fece configurare il suo pensiero come una religione della libertà. (—) identificava la filosofia con la storia, concepita come un sistema progressivo in cui gli antecedenti sistemi di filosofia vi sono incorporati e superati dai sistemi presenti.
Tutto il pensiero è giudizio storico e l’intera storia è storia contemporanea, perché il passato è vissuto e rielaborato nello Spirito e di qui nella presente esperienza dell’umanità.
Sebbene la filosofia di Hegel fosse sorretta da un implicito fine interno alla storia, (—) ritenne impossibile pronunciarsi su di essa. Ciò comportava due diverse conseguenze pratiche: prima di tutto, un soggettivismo che informa tutti gli atti ed i pensieri del presente con uguale forza; in secondo luogo, un abbandono dei doveri che lo Spirito ci ha attribuito.
Un dilemma si sommò nell’hegeliano aforisma “ciò che è reale è razionale, ciò che è razionale è reale”, che fu la pietra miliare dello storicismo crociano. Poiché l’“attualismo” di Gentile sviluppò la prima parte di esso, (—) insistette sul moderato conservatorismo della seconda, esprimendolo in termini semi-teologici, ravvisabili ad esempio nel riferimento alla fede nell’attività misteriosa della divina Provvidenza.
Ad ogni modo, venti anni di regime fascista produssero in (—) una graduale revisione delle proprie idee e negli Studi su Hegel (1952) egli appariva ormai riallacciato alle posizioni neo-kantiane della sua giovinezza, asserendo il dualismo tra reale e razionale. Tuttavia, anche se dopo aver invano accarezzato l’idea du una possibile conversione del fascismo in Stato liberale si avvide della irrealizzabilità di tale speranza, costantemente diede prova nei suoi scritti di autonomia di giudizio e di dignità morale
Criticismo
Dottrina di Kant [vedi Kant Immanuel] della conoscenza, che attuò la fusione tra la corrente dommatica, originatasi dalla dottrina cartesiana [vedi cartesianesimo] e la corrente scettica, derivante dall’empirismo [vedi] inglese.
I capisaldi del (—) sono: la condanna della metafisica come sfera dei problemi che esulano dalle facoltà della ragione umana e l’esaltazione della conoscenza come conoscenza del fenomeno e non dell’assoluto; il concetto della moralità fondata sull’imperativo categorico, inteso quest’ultimo come forma stessa della ragione nel suo uso pratico; la distinzione netta tra i problemi relativi all’origine e allo sviluppo della conoscenza umana e il problema della validità della conoscenza stessa.
Coutume
Con questo termine transalpino si definisce generalmente la consuetudine [vedi].
Il termine designava la consuetudine locale che, in età feudale [vedi feudalesimo], si sviluppò, attraverso meccanismi analoghi a quelli della consuetudine, in maniera diversa nelle varie regioni del Paese.
Durante il secolo XI e XII, infatti, la Francia meridionale (Provenza, Borgogna, Champagne) aveva conservato, grazie alla sua vicinanza con l’Italia, la propria tradizione latina e ciò le consentì di accogliere il diritto romano giustinianeo come diritto comune [vedi], con forza prevalente rispetto ai diritti locali consuetudinari. La Francia meridionale divenne, in tal modo, una terra di diritto scritto (pays de droit écrit).
Nella Francia settentrionale (Alta Borgogna, Normandia, Bretagna, Poitou, Berry), invece la (—) dominò incontrastata ed il diritto romano, pur non restando sconosciuto, non ebbe accoglienza o, tutt’al più, gli venne attribuito un valore suppletivo, per cui essa fu terra di diritto non scritto (pays de droit coutumier).
All’origine della (—) vi era una serie di atti o di iniziative non contestati del gruppo dominante (gruppo territoriale, ordine, gruppo professionale) e che venivano perpetrati in modo palese, noto e pacifico. Affinché potesse considerarsi stabilizzata, la (—) doveva durare da almeno quarant’anni o da tempo immemorabile.
Degno di nota era il ruolo del giudice, il quale, pur non creando la (—) e pur dovendosi sottomettere ad essa, la riconosceva e le attribuiva validità. In caso di difficoltà nell’individuare una consuetudine, questa doveva essere provata dinanzi al giudice, che poteva fare indagini in merito, interrogando testimoni, consultando consiglieri specializzati o facendo riferimento a precedenti giudiziari.
Normalmente, la (—) si esprimeva e si trasmetteva oralmente ma, a partire dal secolo XI, si cominciò a fissarla per iscritto, in occasione della stipula di contratti o convenzioni.
A partire dal secolo XIII apparvero le prime raccolte di coutumes, redatte da giureconsulti privati, dotate di grande prestigio ma prive di valore obbligatorio. La più antica fu la raccolta di consuetudini di Normandia (1200-1220), che stabiliva i caratteri generali di tali consuetudini e che nel 1250 fu seguita da una più ampia raccolta delle stesse. Essa venne applicata nei tribunali con valore di redazione ufficiale. La più importante raccolta di questo periodo fu, tuttavia, l’opera Les coutumes de Clermont en Beauvaisis (1280), redatta da Philippe de Beaumanoir, che poneva il raffronto tra diverse consuetudini ed attuava riferimenti non solo alla giurisprudenza del Parlamento di Parigi, ma anche ai princìpi del diritto romano.