Concorrenza imperfetta (Imperfect competition)

Forma di mercato nella quale gli agenti economici sono price-maker, cioè in grado di influenzare il prezzo di equilibrio. A differenza del monopolio (v.), però, in cui il potere di mercato è nelle mani di una sola impresa e della concorrenza perfetta (v.), in cui nessuna impresa ne ha, in concorrenza imperfetta esso è ripartito fra alcune imprese.
L’impostazione teorica della forma di mercato in esame nasce dalla difficoltà di trovare un valido collegamento tra il modello di concorrenza perfetta e la realtà del sistema economico. Così molti economisti, in particolare Chamberlin (v.), Robinson (v.) e Sraffa (v.), hanno orientato la loro analisi verso modelli di concorrenza imperfetta. Specificamente, in essa vengono distinte due forme di mercato: la concorrenza monopolistica (v.) e oligopolistica (v. Oligopolio), entrambe caratterizzate da una più o meno accentuata concentrazione dal lato dell’offerta e della domanda.

Concorrenza hit and run (Competition hit and run)

Forma di concorrenza (v.) caratteristica dei mercati contendibili (v.). Essa consente alle imprese potenzialmente concorrenti, data l’inesistenza di barriere all’entrata (v.) e all’uscita e grazie alla possibilità di accedere alle stesse tecnologie delle imprese già esistenti sul mercato, di conseguire risultati positivi. Ciò è determinato dalla circostanza che sul mercato vige un prezzo superiore al costo medio (v.) di produzione e che l’uscita da esso avviene senza costi e prima che le altre imprese possano organizzare strategie reattive.
A differenza della concorrenza perfetta (v.) quella hit and run consente di raggiungere l’equilibrio del settore anche se esso è organizzato in forma monopolista (v. Monopolio) od oligopolista (v. Oligopolio).

Concorrenza (Competition)

Libera contrattazione sul mercato fra una pluralità di agenti economici (siano essi produttori, venditori o consumatori), i quali operano allo scopo di assicurarsi le migliori condizioni possibili in seguito alla vendita o all’acquisto di beni e servizi.
Come è evidente, la caratteristica principale di un mercato concorrenziale è la presenza di numerosi soggetti economici, sia dal lato della domanda che dal lato dell’offerta (v. Atomicità). Ciò implica che nessun operatore economico può, in alcun modo, influire sulla determinazione del prezzo di un determinato bene, il quale è, invece, il risultato dell’incontro tra offerta (v.) e domanda (v.) di mercato.
I vantaggi di una forma di mercato concorrenziale sono:
— aumento del progresso tecnologico: le imprese, infatti, per poter essere sempre concorrenziali sul mercato sono indotte ad un continuo miglioramento del prodotto, della ricerca nonché alla sperimentazione di tecniche produttive innovative;
— eliminazione delle imprese inefficienti: tutte le imprese che producono a costi elevati saranno, infatti, indotte ad abbandonare il mercato. Poiché producono ad un costo maggiore, esse dovranno vendere i propri prodotti ad un prezzo più elevato; tuttavia, operando in regime di concorrenza e dovendosi confrontare con i prezzi inferiori di imprese più funzionali, saranno inevitabilmente costrette ad abbandonare il mercato o a ridurre i costi;
— ribasso dei prezzi: dovendo confrontarsi con altri produttori (e non essendo in grado di influire unilateralmente nella determinazione del prezzo) ciascuna impresa sarà indotta ad offrire il prezzo più basso possibile.
Si è soliti distinguere due forme di mercato concorrenziale: la concorrenza perfetta (v.), il cui schema teorico ha costituito la base di tutta l’analisi degli economisti classici (v.) e neoclassici (v.) e la concorrenza imperfetta (v.).

Concertazione (Concertation)

Particolare politica dei redditi (v.) basata sull’accordo e l’intesa preliminare con le parti sociali (sindacati dei lavoratori e degli imprenditori). Alla base di tale tipo di accordi è il ruolo dello Stato che agisce come mediatore nelle controversie economico-sociali.
Il ricorso ad accordi triangolari formalizzati ha fortemente caratterizzato, negli anni Settanta ed Ottanta, le politiche antinflazionistiche di alcuni paesi europei (in particolare l’Austria, la Svezia e l’Olanda), tanto da far parlare alcuni di neocorporativismo; in realtà, a differenza del corporativismo tipico degli Stati totalitari degli anni trenta, queste intese avevano carattere eccezionale (dovuto alla necessità di tutelare la stabilità dei prezzi) e non si basavano su una compiuta teoria organicista dello Stato.
In Italia il ricorso a forme di concertazione non è mai stato sistematizzato o reso permanente; convinti sostenitori di questa prassi, però, si sono dimostrati i Governi Amato e Ciampi (accordo del luglio 1993 sull’abolizione della scala mobile), Dini e Prodi (riforma del sistema pensionistico e del Welfare State). In tali circostanze la concertazione preventiva fra Governo e parti sociali ha mostrato una sostanziale validità nell’assicurare il consenso a misure «impopolari» e nel permettere il riequilibrio dei conti pubblici. I critici di queste forme di accordi, da parte loro, sottolineano:
— che il ruolo del Parlamento (luogo istituzionalmente deputato alla conciliazione degli opposti interessi) ne risulta svilito. La Corte Costituzionale si è però dimostrata di diverso parere, avallando (con sentenza n. 34 del 1985) la prassi della concertazione;
— che in tali tipi di intese risultano poco o affatto rappresentati altri tipi di interesse (quelli, ad esempio, dei lavoratori autonomi o delle generazioni future).