Cass. civ. Sez. I, Sent., 26-10-2011, n. 22372 Diritti politici e civili

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

rso.
Svolgimento del processo

L’Amministrazione (con atto al limite dell’ammissibilità in considerazione della tecnica di redazione) ricorre per cassazione nei confronti del decreto in epigrafe della Corte d’appello che ha accolto il ricorso degli attuali intimati con il quale è stata proposta domanda di riconoscimento dell’equa riparazione per violazione dei termini di ragionevole durata della procedura fallimentare svoltasi avanti al Tribunale di Napoli e non ancora definita nell’anno 2006 nella quale gli stessi avevano proposto domanda di ammissione al passivo nel maggio 1995.

Gli intimati non hanno proposto difese.

Il Collegio ha disposto la redazione della motivazione in forma semplificata.
Motivi della decisione

Il primo motivo con il quale si deduce violazione di legge per avere la Corte d’appello ritenuto ragionevole una durata della procedura fallimentare di anni cinque è infondato in quanto secondo la giurisprudenza di questa Corte detta durata può variare, in base alla complessità della procedura da un minimo di anni tre (per un fallimento con pochi creditori e privo di contenzioso (Cass. n. 2195 del 2009), ad anni cinque per una procedura di media complessità (Sez. 1^, sentenza 7 luglio 2009 n. 15953), fino ad un massimo di sette anni per fallimenti comportanti un impugno particolare nell’accertamento del passivo, nella liquidazione dell’attivo e nella gestione del contenzioso (Sez. 1^, sentenza 24 settembre 2009, n. 20549) e fa vantazione del giudice del merito non si è posta al di fuori dei richiamati parametri.

Con il secondo motivo si deduce ancora violazione di legge sotto il profilo dell’omessa pronuncia in quanto la Corte di merito non avrebbe rilevato la dedotta inammissibilità della domanda alla luce dell’avvenuto intervento del fondo di garanzia che, corrispondendo la quasi totalità del credito insinuato, avrebbe fatto venir meno il patema d’animo derivante dalla pendenza del procedimento.

Il motivo è infondato in quanto la dedotta violazione dell’art. 112 c.p.c. presuppone la mancata valutazione di una domanda o di una eccezione e tale non è la richiamata argomentazione difensiva, fermo restando che se invece la ricorrente intendesse qualificare la sua argomentazione come vera e propria eccezione di inammissibilità della domanda la mancata pronuncia non sarebbe censurabile trattandosi di reiezione implicita di eccezione infondata in quanto è giurisprudenza costante quella secondo cui la modestia della posta in gioco non esclude di per sè il diritto all’indennizzo e comunque la questione attiene semmai alla fondatezza della domanda e non alla sua ammissibilità.

Il terzo motivo con il quale si deduce il vizio di carenza di motivazione in ordine alla quantificazione dell’indennizzo infondato dal momento che il giudice del merito si è sostanzialmente attenuto la parametro minimo (Euro 1.000 per anno di ritardo) e tale valutazione non necessità di particolari argomentazioni nè gli elementi di fatto evidenziati dalla ricorrente (parziale pagamento del credito) sono tali da far ritenere illogica o incongrua la medesima.

Il ricorso deve dunque essere rigettato. Non si deve provvedere in ordine alle spese stante l’assenza di attività difensiva da parte degli intimati.
P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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