Cass. civ. Sez. VI, Sent., 01-12-2011, n. 25736 Danno non patrimoniale

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

Con decreto emesso il 6 ottobre 2009 la Corte d’appello di Napoli ha rigettato un ricorso del sig. V.D., il quale aveva chiesto la condanna del Ministero dell’Economia e delle Finanze a corrispondergli un equo indennizzo per l’eccessiva durata di un giudizio da lui promosso dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, protrattosi per dieci anni.

La corte d’appello ha fondato la propria decisione sul duplice rilievo che il ricorrente non aveva depositato dinanzi al giudice amministrativo alcuna istanza sollecitatoria, dimostrando perciò di non avere un reale interesse alla rapida definizione del giudizio pendente, e che egli era verosimilmente consapevole dell’infondatezza della domanda in quella sede avanzata, sia per l’ormai intervenuta prescrizione sia per l’esistenza di una consolidata giurisprudenza contraria al richiesto inquadramento retroattivo tra gli impiegati di ruolo regionali dei dipendenti i quali avevano in precedenza prestato servizio presso centri di formazione professionale privati.

Per la cassazione di tale decreto il sig. V. ha proposto ricorso.

L’amministrazione intimata non ha depositato controricorso, bensì solo un "atto di costituzione" in vista della partecipare alla discussione del ricorso in udienza, nella quale non è poi però intervenuta.

Motivi della decisione

Il ricorrente si duole: a) del fatto che la corte d’appello, pur avendo constatato l’eccessiva durata del processo del quale si discute, abbia ritenuto di poter superare la presunzione di un conseguente danno non patrimoniale subito dalla parte facendo leva su circostanze non dedotte dall’amministrazione convenuta; b) del fatto che sia stato dato rilievo dirimente alla mancata presentazione, nel corso del giudizio amministrativo, di un’istanza di prelievo che, viceversa, la parte non aveva alcun onere di proporre; c) del fatto che analogo rilievo sia stato dato ad una asserita giurisprudenza contraria all’accoglimento della pretesa fatta valere dal ricorrente nel giudizio anzidetto, senza però indicarne gli estremi e trascurando di considerare che l’esito sfavorevole della causa non basta ad escludere il pregiudizio subito dalla parte per effetto dell’eccessiva durata della causa medesima.

Il rilievo sub a) non è condivisibile, dovendo il giudice valutare come infondata e perciò rigettare la domanda di equo indennizzo per l’eccessiva durata di una causa quando dagli atti risultino elementi tali da far escludere l’esistenza del pregiudizio da indennizzare, che è uno degli elementi costitutivi di detta domanda, indipendentemente dalla proposizione di specifiche eccezioni sollevate al riguardo dall’amministrazione convenuta. E ciò dicasi anche per l’ipotesi in cui l’infondatezza della domanda dipende dalla circostanza che la causa di merito si presenti come una lite temeraria o che la parte abbia artatamente resistito in giudizio (cfr. Cass. 9 aprile 2010, n. 8513).

Il rilievo sub b) è astrattamente fondato, ma non da solo sufficiente a determinare l’accoglimento del ricorso, stante invece l’infondatezza di quello sub c).

E’ vero, infatti, che il diritto all’equa riparazione spetta indipendentemente dall’esito del processo presupposto, ad eccezione del caso in cui il soccombente abbia proposto una lite temeraria, difettando in tal caso il presupposto stesso dell’incertezza e del conseguente disagio psicologico derivante dall’attesa di giustizia (cfr., ex multis, Cass. 20 agosto 2010, n. 18780; e 12 maggio 2011, n. 10500); ma la valutazione in ordine alla temerarietà della lite spetta al giudice di merito e, se adeguatamente motivata, si sottrae al vaglio della Suprema Corte. Nel caso in esame la corte d’appello ha basato il proprio giudizio non soltanto sulla considerazione – criticata dal ricorrente – dell’esistenza di una giurisprudenza consolidata di segno contrario all’accoglimento della pretesa fatta valere dal ricorrente medesimo nel giudizio intrapreso dinanzi al tribunale amministrativo, ma anche sul rilievo che il diritto in quella sede azionato risultava ormai prescritto.

Nulla a quest’ultimo riguardo il ricorrente osserva, eppure trattasi di un rilievo evidentemente decisivo, alla luce del quale la valutazione di temerarietà della lite è del tutto ragionevolmente configurabile.

Il ricorso, quindi, dev’essere rigettato.

Non occorre provvedere sulle spese del giudizio di legittimità, giacchè l’"atto di costituzione" dell’amministrazione intimata non ha nè la forma nè il contenuto di un vero controricorso, nè vi è stata successiva partecipazione dell’Avvocatura dello Stato alla discussione in pubblica udienza.

P.Q.M.

La corte rigetta il ricorso.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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