CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III CIVILE – SENTENZA 12 aprile 2011, n.8309 LA MANCANZA DI NESSO CAUSALE TRA ATTIVITÀ SVOLTA DALL’AVVOCATO E DANNO AL CLIENTE ESCLUDE LA CONDANNA AL RISARCIMENTO

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Motivi della decisione

1.- La Corte di appello ha motivato la sua decisione in base al rilievo che nel periodo in cui la M. prestava la sua attività di lavoro in favore della società ricorrente, il rapporto di subordinazione non era riconosciuto come tale dalla datrice di lavoro, tanto che fu necessaria la causa per ottenerne il riconoscimento; che il mancato riconoscimento esclude la stabilità del rapporto, dovendo tale requisito essere valutato in concreto, con riguardo alla situazione esistente alla data in cui il rapporto si svolge; che pertanto la mancata produzione in giudizio dei documenti relativi alle dimensioni dell’impresa, al fine di dimostrare la stabilità del rapporto, è rimasta irrilevante, dovendo tale stabilità comunque escludersi per altre ragioni.

2.- Il primo e il secondo motivo, con cui la ricorrente lamenta violazione di varie norme di legge, sono inammissibili a causa dell’inidoneità e dell’irrilevanza delle proposizioni formulate come quesiti di diritto, ai sensi dell’art. 366 bis cod. proc. civ., norma in vigore alla data del deposito della sentenza impugnata (art. 6 e 27 legge n. 40 del 2006).

Il ricorrente chiede alla Corte di cassazione di accertare se l’avvocato che sollevi un’eccezione in senso stretto ma non offra prove a sostegno di tale eccezione sia inadempiente ai suoi obblighi di mandatario e sia tenuto a risarcire i danni, indipendentemente dalla fondatezza dell’eccezione (primo quesito); se l’avvocato che omette di proporre o propone irritualmente un’eccezione decisiva sia esente da responsabilità solo perché sia dubbia la fondatezza dell’eccezione, ed in subordine se possa avvalersi della sospensione del termine di prescrizione ex art. 2948 n. 4 cod. civ. il lavoratore autonomo (secondo quesito).

Trattasi di questioni del tutto irrilevanti al fine di giustificare la riforma della sentenza impugnata, la quale ha rigettato la domanda di risarcimento dei danni non perché abbia ritenuto insussistente l’inadempimento, o perché abbia seguito un dato orientamento giurisprudenziale, o perché abbia voluto applicare la sospensione della prescrizione ai rapporti di lavoro autonomo, bensì solo perché ha escluso che sussista il nesso causale fra il comportamento dell’avv. B. – comunque lo si voglia in astratto qualificare – e l’effetto dannoso che la ricorrente ne prospetta a suo danno (rigetto dell’eccezione di prescrizione).

Ciò in base al rilievo che l’eccezione avrebbe dovuto essere comunque rigettata, anche se i documenti fossero stati prodotti poiché – qualunque fossero le dimensioni dell’impresa e l’astratta configurabilità di rapporti di lavoro stabili nei confronti della stessa – l’eccezione di prescrizione sarebbe stata comunque rigettata.

Contro questa motivazione – che attiene ad un accertamento in fatto, qual è quello relativo alla sussistenza o meno del nesso causale fra l’illecito e il danno – si sarebbero dovute indirizzare le censure della ricorrente ed avrebbero dovuto essere formulati specifici quesiti.

Così come proposti, i motivi sono inammissibili perché irrilevanti.

3.- Inammissibile è anche il terzo motivo, con cui la ricorrente lamenta che la Corte di appello abbia quantificato le spese processuali a suo carico in modo eccessivo, poiché la natura e la qualità delle avversarie difese avrebbero giustificato l’applicazione dei minimi tariffari.

La quantificazione delle spese processuali è rimessa alla discrezionale valutazione del giudice di merito, ed è sottratta a riesame in sede di legittimità, ove non ricorra violazione di legge conseguente al mancato rispetto dei limiti minimi e massimi imposti dalle tariffe professionali.

4.- Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

5.- Le spese, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte di cassazione dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate complessivamente in Euro 3.600,00 in favore di Paolo B., di cui Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.400,00 per onorari, ed in Euro 3.200,00 in favore della soc. coop. a r. l. Cattolica di Assicurazioni, di cui Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per onorari; in entrambi i casi oltre al rimborso delle spese generali ed agli accessori previdenziali e fiscali di legge.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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