Cassazione civile anno 2005 n. 1065 Contratto preliminare Rescissione per lesione enorme

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole

Svolgimento del processo
X X X con atto notificato il 6 novembre 1989, premesso che con scrittura privata del 6 marzo 1984 la zia X X le aveva promesso in vendita al prezzo di L. 9.000.000 tutti i diritti sul terreno con annessi fabbricati, situati in agro di Foggia alla località Quadrone delle Vigne, a lei pervenuti per successione legittima ai genitori X X e X X, e che in data 18 maggio 1989 si era perfezionata la divisione giudiziale dei beni ereditari alla quale le parti avevano condizionato la stipula del contratto definitivo, convenne la congiunta davanti al Tribunale di Foggia e chiese l’esecuzione specifica del suo obbligo di contrarre. Resistette la convenuta, offrendo la restituzione del doppio della caparra confirmatoria e spiegando, in subordine, domanda riconvenzionale di rescissione del preliminare per lesione ultra dimidium, giacchè il terreno, per effetto dei miglioramenti conseguiti all’installazione di una rete protettiva ed all’impianto di una quarantina di alberi fruttiferi, aveva assunto un valore eccedente la metà del prezzo pattuito per la vendita. Il 14 novembre 1990 intervenne volontariamente nel giudizio X X, nella sua qualità di proprietaria di un fondo confinante, dichiarando di volere esercitare sul terreno oggetto del compromesso il diritto di prelazione a lei spettante a norma delle leggi n. 590/65 e n. 817/71.
La causa, interrotta per i successivi decessi della convenuta e dell’interventrice, fu riassunta nei confronti di X, X e X X X, eredi di X X, e di X, X, X, X, X, X, X, X e X De X, eredi di X X.
Con sentenza del 22 gennaio 1999 il Tribunale dichiarò cessata la materia del contendere tra X X X e X X Gaito, avendo quest’ultimo ceduto all’attrice la propria quota ereditaria del bene, e, in accoglimento nel resto della pretesa dell’attrice, dichiarata prescritta ed infondata la domanda di rescissione e non provata quella di prelazione, dispose il trasferimento in favore della promissaria delle quote ereditarie del terreno di cui erano contitolari le altre due eredi di X X.
La decisione, appellata soltanto da X e X X, venne confermata il 10 luglio 2001 dalla Corte di Appello di Bari, la quale osservò che:
1) l’azione di rescissione, benchè esercitata oltre l’anno dalla data del preliminare, non era prescritta, in quanto la lesione era sorta in concreto con l’esercizio dell’azione giudiziaria per l’esecuzione specifica;
2) sull’inesistenza di una sproporzione tra il prezzo pattuito ed il valore del terreno all’epoca della stipula del compromesso si era formato un giudicato implicito e, in ogni caso, la sproporzione non era stata attendibilmente documentata dal consulente di parte, giacchè questi non aveva riferito il valore del bene alla data del preliminare, ma a quelle diverse della divisione giudiziale e della stima effettuata nell’anno 1992;
3) non era stata provata l’esistenza di uno stato di bisogno della promittente venditrice all’epoca del compromesso;
4) non poteva essere invocata dalla appellata la risoluzione del contratto per eccessiva onerosità, costituendo questa domanda diversa da quella di rescissione e nuova in grado di appello.
I X sono ricorsi per la cassazione della sentenza con quattro motivi e l’intimata X ha resistito con controricorso notificato il 20 dicembre 2001.

Motivi della decisione
Le ricorrenti, denunciando con il primo motivo la violazione dell’art. 1448, c.c., e la contraddittorietà della motivazione su di un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c., lamentano che il giudice di secondo grado abbia affermato che si era formato un giudicato implicito sulla circostanza che il maggior valore del fondo era dipeso dai miglioramenti apportati dalla promittente venditrice successivamente alla stipula del compromesso. Invero "Dalla semplice lettura e dal tono delle motivazioni richiamate nell’atto di appello" emergeva chiaramente "come la parte avesse inteso impugnare proprio il fatto che le migliorie apportate nel lungo lasso di tempo intercorso tra il preliminare e la richiesta del definitivo – ben sei anni – sono state fatte per ovvie ragioni di imprescindibili necessità" dalla stessa convenuta, che "vertendo in estremo stato di bisogno – con l’aiuto dei figli – ha cercato di ottenere (o meglio sperato) una qualche rendita dal fossato che l’aiutasse a far fronte alle proprie esigenze di semplice pensionata X". Il motivo è inammissibile.
L’interpretazione dell’effettivo contenuto dell’atto di appello è attività che compete al giudice di merito e, essendone consentito un sindacato in sede di legittimità unicamente sotto il profilo dell’adeguatezza della motivazione adottata, ai fini di soddisfare il principio dell’autosufficienza del ricorso per Cassazione occorre che nell’impugnazione sia indicato in quali specifici termini erano stati prospettati gli argomenti che si assumono trascurati od erroneamente considerati dal giudice nella sua esegesi del gravame.
A tale onere, la cui inosservanza è sanzionata dall’art. 366, n. 4, c.p.c., sotto il profilo della genericità del motivo, non hanno soddisfatto le ricorrenti che si sono sostanzialmente limitate ad affermare l’evidenza dall’atto di appello della loro volontà di impugnare il punto della sentenza di primo grado che aveva accreditato ai miglioramenti successivi al compromesso un valore del fondo maggiore rispetto al prezzo di vendita.
Privo di qualsiasi significato, oltre che contraddittorio, è infatti il loro richiamo all’esposizione nel gravame delle ragioni di imprescindibili necessità che avrebbero indotta la promittente ad apportare le migliorie, essendo questo necessarie alla produzione di un reddito indispensabile alla sua sopravvivenza, atteso che questo, da un lato, vale a corroborare il convincimento espresso dalla corte di appello che le censure sottoposte al proprio vaglio non investivano la congruità del prezzo del bene alla data del compromesso e, dall’altro, sembra porre l’accento su una scriminante soggettiva della rivalutazione del bene, che è del tutto fuori luogo nell’apprezzamento delle condizioni oggetti ve e personali dell’azione di rescissione.
Con il secondo motivo, le ricorrenti, deducendo la violazione degli artt. 2727 e 2729, c.c., e l’insufficienza e contraddittorietà della motivazione, in relazione all’art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c., si dolgono che la corte di appello abbia disatteso nella stima del fondo l’elaborato del loro consulente tecnico senza disporre una consulenza tecnica d’ufficio e non abbia fatto ricorso alle presunzioni semplici per desumere dalla qualità di pensionata X e dal mancato possesso di altri beni o redditi lo stato di bisogno della promittente. Anche tale motivo è inammissibile.
La riscontrata definitività dell’accertamento compiuto in primo grado sull’inesistenza di una sproporzione al tempo del compromesso tra il prezzo di vendita ed il valore del fondo esclude qualsiasi interesse delle ricorrenti a dolersi dell’omissione da parte del giudice di appello di attività dirette ad una nuova verifica di tale proporzione o dell’erroneo apprezzamento dei mezzi di prova su tale circostanza, non essendo consentita nei successivi grado di giudizio alcuna modifica di un punto della controversia coperto da giudicato. giudici del tribunale. Il motivo è infondato.
A fronte dell’asserzione della novità della domanda contenuta nella sentenza impugnata, gravava sulle ricorrenti, in forza del principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione, l’onere, da loro non soddisfatto, di specificare nella impugnazione con quali espressioni avevano proposto nella costituzione in primo grado e riproposto con l’atto di appello la domanda di risoluzione del contratto per eccessiva onerosità.
Non integra, inoltre, una mera emendatio libelli della domanda di rescissione di un contratto per lesione la richiesta nel corso di un giudizio della risoluzione del contratto medesimo per eccessiva onerosità. Le relative azioni non differiscono, infatti, unicamente nel petitum, ma anche nella causa petendi, facendosi valere, con la prima, la rilevanza attribuita dall’ordinamento ad una ingente sproporzione tra le prestazioni corrispettive di un contratto quando tale sproporzione è dovuta ad uno stato di bisogno di una parte di cui l’altra abbia consapevolmente approfittato per trarne vantaggio e, con la seconda, l’interesse, sotto un profilo economico generale, di contemperare gli interessi delle parti di un contratto ad esecuzione continuata, periodica o differita in caso di un sopravvenuto oggettivo eccessivo squilibrio tra le reciproche prestazioni, sempre che questo ecceda la normale alea e consegua al verificarsi di avvenimenti straordinari ed imprevedibili. Con il quarto motivo, infine, le ricorrenti denunciano la violazione degli artt. 91 e 92, c.p.c., in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c., per violazione ed omessa applicazione di nome di tema di soccombenza sulle spese di lite, posto che, avendo la corte di appello accolto il motivo di impugnazione avverso l’asserita, prescrizione della domanda di rescissione, le spese del giudizio andavano per lo meno compensate in toto o in parte e, in ogni caso, la relativa pronuncia andava sorretta da una adeguata motivazione. Il motivo è infondato.
In materia di procedimento civile, il criterio della soccombenza deve essere riferito unitariamente all’esito finale della lite ed il richiamo a tale criterio, dettato dall’art. 91, c.p.c., costituisce argomento necessario e sufficiente a giustificare una condanna del soccombente al pagamento delle spese del giudizio, sulla legittimità della quale nessun rilievo può assumere l’accoglimento, in specie, di uno dei motivi di gravame, la cui fondatezza non ha in alcun modo inciso sul contenuto della decisione.
All’inammissibilità ed infondatezza dei motivi seguono il rigetto del ricorso e la condanna delle ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in dispositivo.

P. Q. M.
Rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio, che liquida in E. 1.100,00, di cui E. 1.000,00 per onorari e E. 100,00 per spese.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 novembre 2004.
Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2005

Testo non ufficiale. La sola stampa del dispositivo ufficiale ha carattere legale.

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