Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 09-11-2011) 25-11-2011, n. 43666 Associazione per delinquere

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

1. D.A. è stato sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere con provvedimento del gip del Tribunale di Bari per il delitto di associazione finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, poi trasformata nella misura degli arresti domiciliari in forza del provvedimento della medesima autorità giudiziaria; il Tribunale di quella città ha respinto il riesame proposto dall’interessato con ordinanza del 18 aprile 2011.

Avverso la richiamata ordinanza ha proposto ricorso la difesa dell’indagato eccependo, con il primo motivo, violazione di norma processuale per omesso accesso della difesa alla registrazione delle intercettazioni, desumendo da tale omissione la nullità del procedimento di acquisizione e la conseguente inutilizzabilità in sede di riesame delle trascrizioni sommarie operate dalla p.g..

Si osserva in fatto di aver a suo tempo avanzato istanza al p.m. procedente affinchè autorizzasse il consulente della difesa ad accedere al server e/o all’hard disk degli impianti utilizzati della procura della Repubblica per la registrazione delle intercettazioni telefoniche specificamente individuate, al fine di accertare che la registrazione fosse effettivamente avvenuta presso gli impianti allocati in procura, richiedendo in subordine il rilascio di copia delle registrazioni, con le modalità che garantiscano il rispetto del diritto della difesa ad ottenere copia dell’originale delle registrazioni.

La prima richiesta è stata respinta con provvedimento del pubblico ministero, con richiamo all’esistenza di un’apposita attestazione dalla quale emerge che l’operazione di registrazione era stata svolta presso gli uffici della procura, escludendo di poter autorizzare la sollecitata forma di consultazione, in quanto avrebbe consentito a terzi l’accesso alla totalità delle intercettazioni effettuate nei diversi procedimenti. Nello stesso provvedimento è stato autorizzato il rilascio di copia delle telefonate.

Con successiva istanza la difesa ha chiesto che si precisasse che la copia doveva essere attinta dall’apparecchio situato in procura, ribadendo il diritto di verificare la regolarità del procedimento di formazione della copia, nonchè di ritualità della registrazione. La certificazione non è stata mai rilasciata, e si osserva che tecnicamente non sarebbe stato possibile ottenerla, in quanto risultava attraverso il provvedimento del Pm di Trani emesso in procedimento collegato, che l’apparecchio noleggiato ed utilizzato nel 2006 sia per le intercettazioni di questo procedimento che per quelle collegate, era stato restituito alla ditta proprietaria con memoria resettata.

Alla luce delle circostanze esposte si lamenta che alla difesa sia stato inibito di verificare che l’impianto presente in procura non fosse stato utilizzato quale mero ripetitore, all’esclusivo fine dell’instradamento del flusso dei dati dell’operatore telefonico a quello della polizia; nè è stato consentito alla difesa di accedere al server per estrarre copia, o è stata rilasciata copia dell’originale delle registrazioni presenti nell’hard disc. Ad illustrazione dell’eccezione formulata la difesa propone un excursus sulle tecnologie succedutesi nel trentennio successivo all’entrata in vigore delle norme sulle intercettazioni, che ha reso difficilmente adattabile il dettato normativo alle nuove tecnologie, osservando che attualmente il rispetto della procedura che prevede che la registrazione debba essere effettuata presso le strutture della procura, si ottiene soltanto con la verifica dell’immissione dei dati nel server del medesimo ufficio. Ove la tecnica non venga utilizzata con tale modalità sarebbe astrattamente possibile che l’impianto presente in procura svolga la funzione di mero ripetitore, che realizza l’instradamento del flusso dati dell’operatore telefonico a quello della polizia, senza registrazione nel server dei locali della procura, circostanza che si verifica in ipotesi ove sia occupata la linea telefonica verso cui avviene la trasmissione dei dati captati. Ciò comporterebbe la creazione di intercettazioni al di fuori della procedura prevista dalla legge a pena di inutilizzabilità.

Partendo dal presupposto che l’originale delle registrazioni non possa che essere quello presente nel server della procura, si osserva che l’unica copia cui può farsi riferimento per il concreto esercizio del diritto di difesa sia quella formata su tale supporto, mentre non è disciplinata la modalità di formazione della copia, che pur incide sulla sua affidabilità ed autenticità, stanti i rilevanti rischi di modificazione o manomissioni dei risultati. In particolare si osserva che sarebbe possibile tecnicamente che proprio l’operazione di trasferimento e duplicazione provochi la dispersione di files o la loro alterazione, con conseguenze sostanziali sulla possibilità effettiva della loro interpretazione.

Analogamente, sarebbe astrattamente possibile formare la copia al di fuori dell’ufficio di procura, annullando la garanzia imposta dalla legge.

Richiamata la sentenza di questa Corte a sezioni unite del 2008 numero 36359 si rileva che tale pronuncia ha escluso la legittimità del riversamento su supporti informatici dei dati registrati in remoto invece di quelli situati nei locali della procura, lamentando che il procedimento attuato nel concreto non permette il controllo della ritualità di formazione della copia e dell’effettiva della predisposizione delle garanzie previste dalla legge.

A seguito del procedimento seguito dal pubblico ministero nel procedimento in esame il controllo che la legge prevede non è stato esercitato e si ritiene pertanto che le intercettazioni non possano essere utilizzate fino a che non venga resa possibile tale verifica;

pur ipotizzando che a tale procedimento non possa applicarsi la disposizione sull’inutilizzabilità di cui all’art. 271 c.p.p. si ritiene che ricorra nel concreto una delle nullità previste dall’art. 178 c.p.p., lett. c) nel procedimento di acquisizione della prova, con la conseguenza di non poter fondare la decisione sulle risultanze delle intercettazioni, ove, come si ritiene avvenuto nel caso di specie, sia stato resettato l’hard disc del server su cui le registrazioni in originale erano state riportate, prima di consentire alla difesa il controllo sulle modalità di formazione della copia da tali registrazioni.

Si ritiene che in tale situazione si versi in caso di inesistenza della prova, con tutte le conseguenze in tema di utilizzabilità.

Si richiama in proposito la pronuncia della Corte Costituzionale del 2008 n. 336 e delle sezioni unite di questa Corte del 2010 n. 20300 per concludere che entrambe sanciscono il diritto dei difensori ad accedere alle registrazioni in possesso del Pm, identificabili nell’originale, il che comporta l’erroneità della decisione di questi di non consentire l’accesso al consulente della difesa per il controllo della formazione della copia o comunque di delegare l’ausiliario del Pm alla formazione della copia, in presenza del difensore, dal file originale del server con le conseguenze già richiamate, in caso di inosservanza di tale procedimento, sulla validità dell’acquisizione.

2. Col secondo motivo si lamenta illogicità e contraddittorietà della motivazione e con il terzo violazione di norma penale, vizi entrambi incidenti sulla configurazione dell’ipotesi associativa contestata.

Si rileva in fatto che la partecipazione all’associazione volta alla gestione dell’attività illecita esercitata in territorio di Trani risulterebbe prestata da parte dell’odierno ricorrente, secondo la prospettazione accusatoria, tenendo i contatti con i fornitori dello stupefacente dimoranti in Albania, partecipazione desunta da cinque conversazioni telefoniche che l’interessato aveva intrattenuto con suo fratello e suo cugino.

Analizzando il contenuto di tali conversazioni, due delle quali riguardavano un "incidente" avvenuto a qualcuno che stava per arrivare a destinazione, si ritiene che tale discorso non possa riferirsi con certezza ad un tentativo di immissione dello stupefacente nel nostro territorio, come invece interpretato in atti, poichè non risulta essere stato eseguito in quel periodo alcun controllo dalle forze dell’ordine. In altre due telefonate si parlava di ritiro di un quantitativo imprecisato, identificato con termini convenzionali, elementi che avrebbero potuto concretizzare un sospetto per il concorso nel delitto di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73, ma che non forniscono la prova della coscienza e volontà dell’offerta di un contributo causale all’associazione; il provvedimento impugnato inoltre non illustra quali siano gli elementi di conferma del dolo nel delitto contestato.

La presenza dell’unico collegamento con i parenti e l’esclusione di verifiche sul contatto dell’odierno ricorrente con altri partecipi all’associazione rende ancora più difficile l’individuazione degli elementi indiziali della sua partecipazione, consentendo la possibilità di circoscrivere il suo intervento al solo concorso nello specifico reato.

3. Si eccepisce inoltre la generica motivazione riguardo l’esigenza cautelari omettendo la considerazione della lontananza nel tempo nella consumazione dei fatti, della mancanza di precedenti a carico del ricorrente, dell’insussistenza di considerazioni o accertamenti relativi alla condotta successiva reato tenuta dall’odierno ricorrente con violazione della disposizione di cui all’art. 274 c.p.p., lett. c).

Motivi della decisione

1. Il ricorso è infondato.

A seguito della pronuncia della Corte Costituzionale del 2008 n. 336, poi seguita dalla sentenza di questa Corte, a sezioni unite (sent. n. 20300 del 22/04/2010, dep. 27/05/2010, imp. Lasala, Rv. 246906), è stato definitivamente accertata la sussistenza del diritto del difensore di accedere, a richiesta, all’audizione delle intercettazioni che hanno costituito il materiale indiziario posto a base del provvedimento restrittivo per poterne discutere in sede di riesame, al di fuori della procedura regolamentata dall’art. 268 c.p.p., realizzata a seguito del deposito degli atti, che, in correlazione con le esigenze di segretezza delle indagini, può intervenire in epoca successiva all’emissione della misura cautelare.

Si è infatti ritenuto, sulla base dell’accertata notorietà delle intercettazioni poste a base del provvedimento coercitivo, che fosse conforme ai principi costituzionali in materia di diritto di difesa e del giusto processo riconoscere il diritto ad una discovery completa sul contenuto delle conversazioni che hanno costituito il corredo indiziario sul quale è basato il provvedimento impugnato, non ostandovi più impedimenti derivanti dalla necessità di tutela della segretezza delle indagini.

E’ noto che, a fronte di un diritto il cui esercizio non è espressamente regolamentato dalla legge processuale, riconosciuto a seguito della richiamata sentenza della Corte Costituzionale, si è profilata la necessità di individuare le modalità di concreta esplicazione, ed in tale ottica nella pronuncia della Cassazione a sezioni unite sopra indicata, è stato chiarito che il difensore deve richiedere il rilascio di copia al P.m., unico dominus delle intercettazioni, sul quale incombe il dovere di provvedere sull’istanza, fornendo motivazione riguardo l’eventuale impossibilità di farvi fronte, valutazione rimessa alla sua esclusiva competenza, in conseguenza della funzione di detentore materiale degli atti, correlata alla titolarità delle indagini, quindi al corrente delle sue esigenze, nella particolare fase processuale, antecedente quella del deposito indicato nell’art. 268 c.p.p..

Il procedimento incidentale del riesame infatti è fondato sull’allegazione delle parti, e rimesso alla cognizione di un giudice terzo rispetto alle indagini, che conosce degli atti solo tramite le deduzioni e le argomentazioni delle parti. L’esercizio di tale controllo è scandito da tempi estremamente ristretti, che necessariamente impongono una cognizione parziale del complesso probatorio, nonchè della pertinenza delle richieste difensive, e ciò impone che sia rimessa al P.m. la valutazione della rilevanza delle registrazioni richieste, e della loro ostensibilità al richiedente.

Ciò premesso in linea generale, e delimitato l’ambito di esercizio del diritto riconosciuto in conseguenza di tali pronunce, si osserva nella specie che dalle stesse allegazioni del ricorrente risulta che la richiesta di copia sia stata formulata prospettando per la sua esecuzione, delle modalità indefettibili – accesso al server presso la Procura, con l’ausilio dell’attività di un consulente di parte – che il P.m. ha ritenuto incompatibili con la situazione di fatto, e con la necessaria tutela delle ulteriori registrazioni, anche riguardanti diversi ed autonomi procedimenti, astrattamente aperti alla conoscenza del terzo abilitato, ove fosse stato consentito quanto richiesto. Risulta inoltre che con tale atto il P.m. abbia delegato la p.g. alla consegna di copia dei files richiesti, che la difesa non ha provveduto a ritirare, proponendo una diversa istanza con la quale si sollecitava il rilascio di copia nella quale si attestasse l’avvenuto riversamento nel supporto informatico del contenuto delle registrazioni presenti nel server della Procura.

Sulla base della chiara perimetrazione del diritto della difesa di accesso ai files audio, e video, come tratteggiata dalle pronunce indicate, il diniego opposto dalla procura all’accoglimento dell’istanza risulta giustificato, sia in quanto tale accesso è riconosciuto esclusivamente al difensore, e non a tecnici di fiducia, sia poichè il suo esercizio è limitato alla possibilità di accedere alla copia audio dei files, essendo funzionale ad operare il confronto di attendibilità tra quanto riportato dai brogliacci redatti dalla p.g. che procede all’audizione, e quanto effettivamente contenuto nelle conversazioni, mentre non prevede, neppure in via incidentale, che in sede cautelare sia dato alla difesa di verificare la conformità di tali registrazioni a quelle necessariamente presenti presso il server della procura procedente.

La difesa ricorrente espressamente chiarisce che la sua istanza era invece funzionale ad accertare la regolarità delle captazioni, per svolgere il controllo dell’osservanza della procedura di cui all’art. 268 c.p.p., comma 3, richiamando la corretta esecuzione delle operazioni di captazione e successivo instradamento delle conversazioni, sulla base di quanto stabilito dalla sentenza a sezioni unite di questa Corte in argomento (Sez. U, Sentenza n, 36359 del 26/06/2008, dep. 23/09/2008, imp. Carli, Rv. 240395).

Così individuato l’ambito del motivo di ricorso proposto deve preliminarmente rilevarsi, sul piano procedurale, che la presenza della seconda istanza cui la difesa ha fatto riferimento è meramente allegata nel ricorso, in mancanza sia della produzione di copia dell’atto, che di accertamento incidentale della sua avvenuta produzione nel corso del procedimento del riesame, circostanze entrambe che non consentono di concludere con certezza sulla sua esistenza e tempestività, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso.

Nel merito si deve poi osservare che risulta al contrario, proprio sulla base delle espresse indicazioni delle pronunce richiamate, che nel concreto si voglia realizzare da parte dell’istante, una non consentita accelerazione del controllo di regolarità delle intercettazioni, fisiologicamente demandato al momento successivo del deposito degli atti, secondo la procedura prevista dall’art. 268 c.p.p., comma 6 e segg., la cui anticipazione non risulta in alcun modo legittimato dalla pronuncia della Corte Costituzionale sopra richiamata, che invece ha limitato il diritto di cui ha previsto la tutela, negli esatti termini sopra riferiti.

Il complessivo portato degli approdi giurisprudenziali in argomento, in precedenza citati conduce ad individuare i seguenti caposaldi interpretativi:

a. E’ legittima la formazione di copia delle conversazioni presso gli uffici di p.g. ove è stato effettuato l’instradamento per l’ascolto (sentenza SU Carli, da ultimo cit), circostanza confermata dall’espressa conferma di utilizzabilità dei brogliacci ai fini cautelari sancita dalla pronuncia della Corte Costituzionale n. 336 del 2008, atti necessariamente redatti dagli agenti che eseguono l’audizione; una tale soluzione è logicamente correlata alle due premesse di fatto richiamate, ed all’ambito valutativo delimitato dalla Corte Costituzionale per la fase del riesame, costituito dal controllo di conformità tra quanto riassunto dagli agenti e quanto risultante dalla registrazione. b. La sentenza C. già richiamata, nel sancire il diritto della difesa di accertare l’utilizzabilità delle intercettazioni, sotto il rilevante aspetto della intervenuta acquisizione delle stesse nel server della Procura, per il successivo instradamento, chiarisce che tale approfondimento debba svolgersi nel procedimento che si instaura successivamente al deposito degli atti, che non può confondersi con quello dell’allegazione delle trascrizioni e dei brogliacci in sede di riesame, ai diversi fini già evidenziati. c. Conseguentemente non può in fase di riesame, confondendo le differenti finalità delle fasi di controllo, lamentarsi un vizio di inutilizzabilità, o la nullità dell’intercettazione per omessa dimostrazione da parte della Procura della conformità della copia richiesta alle registrazioni contenute nel server dell’ufficio.

In definitiva, la richiesta formulata dalla difesa istante non risulta proposta per garantire l’imprescindibile modalità di attuazione del diritto di controllo riconosciuto alla parte, in conformità a quanto sancito dalla Corte Costituzionale, che riconosce il diritto di accesso alla copia delle registrazioni, senza alcuna riferimento alla fonte di loro formazione.

Il principio di stretta interpretazione si impone anche in ragione della fase processuale nella quale il diritto in discussione deve essere esercitato, costituito da un procedimento con scansione temporale rigida, per il cui sviluppo ogni ampliamento applicativo, in assenza di una specifica previsione normativa, comporterebbe vanificazione delle esigenze sociali, contrapposte a quelle di libertà dell’indagato, esigenze di più penetrante controllo che risultano già riconosciute nel successivo procedimento nel corso del quale vengono, a seguito del deposito, offerti alla difesa tutti gli elementi necessari per verificare la corrispondenza di conformità sostanziale.

Così, se la Corte Costituzionale, nel dispositivo della pronuncia invocata ha chiarito che l’incostituzionalità dell’art. 268 c.p.p. è limitata alla parte in cui "non prevede che, dopo la notificazione o l’esecuzione dell’ordinanza che dispone una misura cautelare personale, il difensore possa ottenere la trasposizione su nastro magnetico delle registrazioni di conversazioni o comunicazioni intercettate, utilizzate ai fini dell’adozione del provvedimento cautelare, anche se non depositate", senza alcuna previsione sulle formalità di rilascio, e segnatamente non impone la formazione di copie comprendenti l’attestazione di conformità a quanto risulti nel server della Procura, come invece rivendicato nella specie, si rileva che, ancora più chiaramente si evidenzia nel corpo della motivazione della pronuncia indicata che l’attuazione di tale diritto deve essere adeguatamente contemperata con le esigenze delle indagini, ed è strettamente volta a superare la presunzione di conformità che assumono, in assenza della richiesta di verifica, i brogliacci della p.g. e la cui utilizzabilità, a livello indiziario, non risulta posto in dubbio neppure nella sentenza richiamata, che riconosce solo un potere di controllo sulla portata effettiva delle conversazioni.

Nel ristretto ambito in cui è stato riconosciuto l’esercizio del diritto di difesa non sembra possibile individuare un diritto all’anticipazione del controllo, riconosciuto alle parti in sede di deposito degli atti, che per di più verrebbe ad essere condizionato nelle sue possibilità di soddisfazione dai ristretti ambiti temporali del sub procedimento cautelare, le cui finalità sono del tutto autonome rispetto al diverso e solitamente successivo, procedimento di deposito degli atti, come ampiamente già ripetutamente sancito da pronunce di questa Corte, anche a sezioni unite (Sez. Un. Sentenza n. 3, 27 marzo 1996, dep. 31/05/1996, imp. Monteleone, Rv. 204811; Sez. U, Sentenza n. 21 del 20/11/1996, dep. 05/03/1997, imp. Glicora, Rv. 206954; Sez. 6, Sentenza n. 2911 del 08/10/1998, dep. 22/12/1998, imp. Bleva, Rv. 212903; Sez. 6, Sentenza n. 35090 del 03/06/2003, dep. 04/09/2003, imp. Salvo, Rv. 226709) che hanno chiarito l’assoluta autonomia tra la fase del deposito degli atti e l’allegazione consentita in sede cautelare, fondata sull’offerta alla difesa delle trascrizioni sommarie e degli appunti tratti in sede di audizione del conversazioni.

L’insieme degli elementi indicati induce quindi a concludere che, anche volendo superare il rilievo procedurale sopra richiamato, e ritenere presente la prova della richiesta di rilascio di copia autentica, questa, non costituendo nella fase del riesame un diritto esercitabile dalla parte, non avrebbe imposto, in caso di omesso riconoscimento di quanto richiesto, le conseguenze dell’inutilizzabilità dei brogliacci a fini cautelari, con la correlativa necessità di giungere, nel concreto, al rigetto del primo motivo di ricorso.

2. Del tutto generica, a fronte della specifica motivazione dell’ordinanza impugnata, risulta la contestazione relativa alla violazione di legge ed al difetto di motivazione concernente la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza del reato associativo contestato. Quanto all’aspetto oggettivo neppure il ricorrente esclude che sussista un gruppo organizzato la cui attività è volta all’importazione in Italia di grossi quantitativi di stupefacenti, poichè limita la contestazione alla cognizione soggettiva che di tale gruppo l’ A. possa aver avuto, consapevolezza che invece emerge dalla presenza di ripetuti contatti con i sodali, aventi ad oggetto attività illecita, a merce che deve essere comperata e venduta, per cui il venditore attende il pagamento prima di consentire l’ulteriore fornitura, per la quale l’interessato chiamava il fratello dall’Albania assicurando la spedizione.

Il Tribunale ha ravvisato un evidente indicatore della stabilità dell’illecito, del quale era consapevole il ricorrente nel riferimento operato da questi nel corso di una conversazione alla possibilità di intensificare lo smercio nel particolare periodo dell’anno, elementi tutti che correttamente risultano interpretati nel senso della presenza di un programma illecito indeterminato, per svolgere il quale si faceva riferimento alle stesse persona che agivano tra l’Italia e l’Albania, con la quale si da atto nel provvedimento che A. tenesse i contatti, giungendo ad assicurare l’arrivo della merce dallo Stato estero, nel corso di una conversazione intrattenuta con il fratello.

A fronte di tali specifici elementi di fatto, che risultano idonei a confermare sia la presenza di un struttura funzionalmente volta all’importazione e smistamento di sostanza stupefacente dall’estero, che a dimostrare la sussistenza di indizi in ordine alla piena consapevolezza dell’illecito da parte del ricorrente, che contrariamente a quanto allegato non si limita a contatti con i suoi parenti, circostanza di per sè non escludente la contestazione, ma risulta aver rapporti anche con i fornitori esteri, le allegazioni difensive risultano del tutto generiche, e volte a sollecitare una nuova valutazione di merito, inibita in questa fase, non cogliendo nel provvedimento impugnato alcuno specifico vuoto motivazionale, nè intrinseca contraddizione.

Peraltro solo in sede di discussione la difesa ha prospettato la contraddizione esistente nella valorizzazione delle conversazioni intercorse con il coimputato A.L., in relazione al quale sarebbe stata esclusa la contestazione associativa, per provare la partecipazione all’associazione. Tale allegazione è sfornita di elementi di riscontro, sicchè non supera il rilievo dell’inammissibilità, per il principio di autosufficienza del ricorso; per di più ignora gli ulteriori elementi indiziari, pur richiamati nel provvedimento citato, cui si è fatto riferimento in precedenza, che in ogni caso ben consentirebbero la persistente validità logica e la coerenza della valutazione di gravità indiziaria operata dal giudice di merito.

3. Ad analoghe conclusioni deve giungersi per quel che attiene la contestata sussistenza delle esigenze cautelari, poichè il Tribunale, pur prendendo atto dell’assenza di precedenti a carico dell’imputato, ha tratto dalla stabilità dell’attività del gruppo illecito dimostrata dagli indizi acquisti, dalla sua struttura ramificata sui territori italiani ed albanesi, dall’entità della movimentazione della sostanza, dal necessario possesso di ingenti risorse finanziarie, funzionale allo svolgimento dell’attività, dalla conoscenza dei canali di rifornimento e distribuzione, elementi idonei a dimostrare un’elevata pericolosità, non superabile in ragione del mero decorso del tempo, in particolare non emergendo un’inversione di rotta nella condotta di vita dell’interessato.

E’ bene ricordare infatti che, se l’art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) indica come doverosa per l’emissione della misura, la valutazione del tempo trascorso dalla commissione reato, tuttavia di per sè tale elemento non è idoneo ad escludere l’attualità del pericolo, la cui persistenza può essere tratta dalle modalità oggettive e soggettive dell’azione (Sez. 4, Sentenza n. 6717 del 26/06/2007, dep. 13/02/2008, imp. Rocchetti, Rv. 239019), come è avvenuto nella specie.

Conseguentemente, se può convenirsi con la difesa che non sia possibile conferire autonomo rilievo al tempo necessario allo svolgimento delle indagini, data l’entità degli anni nel corso dei quali si sono sviluppati gli accertamenti successivi alla captazione, risultano per contro comunque indicati nel l’avvedimento impugnato, con motivazione coerente e non contraddica, elementi di pericolosi attinenti lo svolgimento delazione illecita in forma associata, che appaiono idonei, anche se valutati da soli, a sorreggere la completezza e logicità della valutazione operata, che costituisce il rigido ambito valutativo nel quale deve operare i. controllo demandato a questa Corte dall’art. 606 c.p.p., lett. e), che consente di concludere che il provvedimento impugnato supera la prova di resistenza, sulla base della complessiva articolazione del percorso argomentativo.

4- Al rigetto dell’istanza proposta consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del grado, in applicazione dell’art. 616 c.p.p..

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a. pagamento delle spese processuali.

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

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