Cass. civ. Sez. II, Sent., 31-07-2012, n. 13711

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Svolgimento del processo

Con ricorsi ex art. 111 Cost., di identico tenore, notificati l’11 marzo e il 10 maggio 2010, P.G. e Gi.

impugnano il provvedimento collegiale reso l’11 gennaio 2010 dal tribunale di Parma.

Trattasi del rigetto del reclamo avverso il diniego di proroga di termine di cui all’art. 500 c.c., (che recita: L’autorità giudiziaria, su istanza di alcuno dei creditori o legatari, può assegnare un termine all’erede per liquidare le attività ereditarie e per formare lo stato di graduazione), relativo all’eredità dei coniugi P., deceduti nel 2005.

L’eredità veniva accettata con beneficio di inventario da P. G., seguito poi dalle 4 sorelle coeredi, ma di esse l’odierna controricorrente M.F. depositava atto di rinuncia al beneficio (controricorso pag. 4), come le sorelle A. ed E..

Il tribunale ha delimitato la materia della decisione allo stabilire se ricorrevano le condizioni poste dall’art. 500 per la concedibilità o meno della chiesta proroga, oltre quella già in precedenza concessa.

Ha rilevato che a far tempo da metà giugno 2009 il notaio procedente avrebbe potuto dar corso alla procedura di liquidazione parziale (vendita di una mansarda per pagare i debiti censiti) che era stata autorizzata, provvedendo alla pubblicazione del bando di gara, onde chiudere le operazioni entro il limite dei primi di ottobre; che l’adempimento era stato espletato solo il 7 settembre 2009; che nelle more P.G. aveva presentato istanza ex art. 493 per autorizzazione a vendere altro immobile, restando ininfluente il periodo estivo, senza provare che la vendita del primo cespite fosse insufficiente;

che la causa del ritardo era in parte imputabile al ricorrente, giacchè risalente alla presentazione della infondata istanza ex art. 493.

Il tribunale ha poi affermato che la sopravvenuta donazione della quota da parte di P.F. al proprio figlio era atto valido, non essendo precluso dall’accettazione con beneficio di inventario, poichè l’ordinamento ne faceva seguire, per l’autore, solo la decadenza dal beneficio, cosa già avvenuta nella specie a seguito di spontanea rinuncia.

Infine, visto il rigetto dell’istanza di proroga, ha condannato i reclamanti alla refusione delle spese in favore delle resistenti.

I ricorsi per cassazione proposti da P.G. e Gi. constano di cinque motivi.

Solo P.F. ha resistito con controricorso.

Parte ricorrente ha depositato memoria.

Motivi della decisione

2) Preliminarmente va ritenuta la ammissibilità del ricorso ex art. 111 Cost. avverso il provvedimento di diniego della proroga del termine assegnato ex art. 500 c.c., dovendosi dar corso all’orientamento definitivamente affermatosi con Cass. S.U. n. 1521/05, relativo all’impugnazione del rigetto pronunciato in sede di reclamo sul provvedimento di revoca della proroga. L’ipotesi odierna è assimilabile, poichè effetto riflesso della mancata proroga è la decadenza dal beneficio di inventario conseguente al mancato compimento, nel termine stabilito, delle operazioni di liquidazione.

Tali riflessi di portata decisoria inducono a dissentire da quanto ritenuto da Cass. 2721/10.

3) Il primo motivo denuncia violazione di legge per inesistenza di motivazione nonchè violazione degli artt. 112 e 739 c.p.c., e dell’art. 2909 c.c..

La censura, asfitticamente articolata, si riferisce a due decreti collegiali del 2008 ritenuti inattuabili dall’ordinanza impugnata con il reclamo.

La doglianza è inammissibile, perchè non espone comprensibilmente nè il contenuto dei decreti cui si riferisce, nè la loro incidenza sul provvedimento impugnato, impedendo di comprendere in cosa consista l’extrapetizione lamentata e come fosse possibile che in materia (lo ha rilevato il controricorso) di volontaria giurisdizione e di procedimento per la liquidazione dell’attivo ereditario si possa configurare il formarsi di un giudicato, trattandosi di provvedimenti condizionati dallo stato degli atti.

Le carenze del motivo non possono essere integrate dalle deduzioni contenute nella memoria ex art. 378 c.p.c., che ha funzione meramente illustrativa.

4) Il secondo motivo espone violazione di legge per inesistenza di motivazione – violazione dell’art. 500 c.c., art. 2 Cost., e artt. 1366, 1175, 1374, 1375, 1324 e 833 c.c., e ancora dell’art. 742 c.c..

Il motivo lamenta che il tribunale avrebbe reso lecito l’atto di donazione di F. al figlio, che era atto emulativo.

Aggiunge che il decreto ex art. 493 c.c., non era soltanto autorizzativo ma obbligava gli altri coeredi a tenere disposizione la loro quota per la liquidazione, che sarebbe un diritto del coerede che vuole avvalersene. Secondo il ricorso, a seguito di siffatto decreto il bene ereditario entra "in una sorta di trust" con finalità determinata.

Ne desume che la proroga era dovuta, attesa la ratio della dell’art. 500 c.c.. Inoltre seppure La donazione vanificava la vendita integrale, i ricorrenti avevano chiesto la vendita dei 4/5 della mansarda per i quali era pervenuta un’offerta per l’acquisto e il notaio era disponibile.

Anche questo motivo è inammissibile. Esso infatti non coglie la ratio della decisione impugnata: la proroga del termine è stata negata per imputabilità della causa del ritardo alla parte istante.

Su questo punto decisivo, sufficiente a reggere la decisione, la censura nulla adduce, risultando quindi inammissibile.

5) Il terzo motivo, che denuncia violazione di legge per inesistenza di motivazione su punti decisivi e violazione dell’art. 739 c.c., e art. 327 c.p.c., è del pari inammissibile e comunque infondato.

Il ricorrente si duole che il tribunale abbia tratto argomento per il rigetto della proroga dal rigetto della istanza ex art. 493 per la vendita cumulativa o alternativa di una porzione della mansarda, come se fosse già un provvedimento definitivo. Sostiene che il decreto di rigetto era ancora impugnabile e che quindi il tribunale si sarebbe sostituito alla Corte di appello, che avrebbe dovuto giudicare sul reclamo avverso il predetto decreto.

Anche in questo caso la censura non affronta la ratio decidendi, ed anzi stravolge il senso della motivazione resa dal tribunale di Parma.

Nel provvedimento impugnato, il decreto di rigetto della nuova istanza ex art. 493 (volta ad ottenere la autorizzazione alla vendita in via esclusiva) era stato indicato come concausa del ritardo nello svolgimento della procedura, ritardo che era quindi addebitabile alla parte istante, la quale aveva accettato il rischio della scadenza del termine, complicando il procedimento con una istanza rivelatasi, peraltro, infondata. Quest’ultima considerazione, posta tra parentesi dal Collegio, non è certo alla base della decisione, che è retta dalla considerazione della imputabilità ad inerzie precedenti – e comunque, si ripete, anche alle scelte del ricorrente – del superamento del termine.

E’ dunque superflua ogni lagnanza attinente alla fondatezza o meno dell’istanza ex art. 493, che rileva solo in quanto motivo ulteriore del ritardo, indipendentemente dalla definitività della decisione sulla sua fondatezza.

Giova aggiungere peraltro che non sussistendo un diritto soggettivo alla proroga, del termine di cui all’art. 500 c.c., la congruità della motivazione di rigetto dell’istanza, una volta maturata la scadenza del termine stesso, era assicurata ampiamente dalla ricostruzione della vicenda esposta dal Collegio.

6) Il quarto motivo denuncia violazione di legge per "mancata motivazione" e violazione dell’art. 500 c.c..

Il ricorrente sostiene che legittimati attivi a chiedere l’assegnazione del termine per la liquidazione delle attività ereditarie sono i creditori e i legatari. "E simmetricamente nel diniego di proroga". Espone che "nel reclamo" aveva eccepito il difetto di legittimazione di A. e F., le quali, non diversamente dalla sorella E. non sarebbero titolari di crediti.

La opposizione delle sorelle costituirebbe quindi atto emulativo.

Anche questa censura non può essere accolta. Secondo il ricorrente la legittimazione delle sorelle sarebbe stato "elemento essenziale per la decisione che incide su uno dei punti fondanti del reclamo".

L’affermazione è ancora una volta non in linea con la ratio del provvedimento impugnato, sulla quale non incide; è peraltro infondata. Occorre osservare che se è vero che accordando o negando il termine di cui all’art. 500 c.c., (e la sua eventuale proroga) si discute della sorte del beneficio di inventario – come è stato rilevato sub 2 – ne discende necessariamente che gli eredi beneficiari sono parte dell’eventuale giudizio in materia.

Se cosi non fosse, l’odierno ricorso sarebbe inammissibile, venendo meno la stessa legittimazione dell’istante, che trova identico fondamento.

7) Va esaminato l’ultimo motivo di ricorso, relativo ad asserita violazione degli artt. 91 e 94 c.p.c..

Il ricorrente contesta la propria condanna alle spese e invoca l’art. 94 c.p.c., in forza del quale: "Gli eredi beneficiati, i tutori, i curatori e in generale coloro che rappresentano o assistono la parte in giudizio (p.c. 75 ss.) possono essere condannati personalmente, per motivi gravi che il giudice deve specificare nella sentenza, alle spese dell’intero processo o di singoli atti, anche in solido con la parte rappresentata o assistita". Denuncia la mancata individuazione dei gravi motivi.

La censura è priva di ogni fondamento. Il limite di cui all’art. 94 c.p.c., concerne infatti solo i giudizi promossi con riferimento a rapporti già facenti capo al de cuius (Cass. 1712/81) e non riguarda i procedimenti promossi dall’erede beneficiato nel proprio interesse e per propria iniziativa, come nel caso di specie.

8) Va infine respinta l’istanza di cancellazione ex art. 89 c.p.c., svolta in memoria da P.G..

Le espressioni denunciate non hanno portata offensiva, poichè alludere "a possibili abusi da parte dell’erede beneficiato", a causa del richiesto prolungamento della gestione ereditaria da lui esercitata, non costituisce espressione dettata da un passionale e scomposto intento dispregiativo, essendo ben possibile che nell’esercizio del diritto di difesa il giudizio sulla reciproca condotta possa investire anche il profilo della opportunità e i fini egoistici della controparte.

Discende da quanto esposto il rigetto del ricorso e la condanna alla refusione delle spese di lite, liquidate in dispositivo in favore di P.M.F. è a carico di P.G., per resistere al ricorso del quale la suddetta si è costituita in giudizio.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibili i primi tre motivi di ricorso.

Rigetta il quarto e quinto.

Condanna parte ricorrente P.G. alla refusione in favore della controricorrente delle spese di lite liquidate in Euro 2.000 per onorari, 200 per esborsi, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 1 marzo 2012.

Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2012

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