Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 29-09-2011) 09-11-2011, n. 40671

Sentenza scelta dal dott. Domenico Cirasole direttore del sito giuridico http://www.gadit.it/

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza in epigrafe, la Corte di appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, dichiarava la sussistenza delle condizioni favorevoli alla estradizione richiesta dal Governo di Albania nei confronti di M.M. per l’esecuzione della sentenza di condanna definitiva emessa dal Tribunale di Shkoder per il reato di lesioni dolose gravi.

2. Avverso la suddetta sentenza, ricorre per cassazione personalmente il M., denunciando la violazione dell’art. 705 cod. proc. pen., per non aver valutato la Corte di appello la sussistenza della gravità indiziaria. Si deduce inoltre che lo Stato richiedente, come è dato desumere da rapporti stilati dall’Ocse e da Amnesty International, non sarebbe in grado di garantire l’effettività dei diritti fondamentali dei detenuti e dell’equo processo, con il concreto rischio di sottoporre i condannati estradati verso quel Paese a trattamenti inumani e degradanti (risulterebbe più volte denunciato dai citati organismi internazionali la preoccupante situazione delle carceri in Albania).

Lamenta infine la violazione dell’art. 705 c.p.p., comma 2, lett. b), avendo subito in Albania un processo contumaciale che non ha assicurato il rispetto dei diritti di difesa. L’istanza di rimessione in termini per proporre impugnazione risulterebbe respinta dalle autorità albanesi.

Motivi della decisione

1. 1. Il ricorso è inammissibile, in quanto manifestamente infondato.

In presenza di un’estradizione esecutiva, come è quella in esame, l’art. 705 c.p.p., comma 1, non prevede neppure per l’estradizione extraconvenzionale che l’autorità giudiziaria debba verificare autonomamente il compendio probatorio già valutato, con sentenza irrevocabile, dalle autorità giudiziarie dello Stato richiedente.

2. Nulla induce inoltre a ritenere che la persona richiesta possa essere sottoposta, nel suo Paese, a un procedimento che non assicuri il rispetto dei diritti fondamentali. E anzi, l’adesione della Albania, sin dal 2/10/1996 alla Convenzione Europea per i diritti dell’uomo e dal 17/8/1998 alla Convenzione Europea di estradizione del 13/12/1957 è indice univoco dell’adeguamento dell’ordinamento processuale di quello Stato ai principi che informano gli ordinamenti democratici delle altre Parti aderenti all’Unione Europea. D’altra parte, lo stesso ricorrente non fa riferimento ad alcuna previsione della normativa processuale albanese che sia in contrasto con i diritti fondamentali della persona. Nè può ritenersi, sulla base della generica documentazione tratta dai rapporti di organismi internazionali, che l’estradando, una volta consegnato allo Stato richiedente, possa essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Eventuali carenze riscontrate in quel Paese nelle condizioni carcerarie e denunciati, peraltro in modo estremamente generico, da alcune associazioni non possono essere generalizzati e ritenuti come peculiari di un sistema. Tra l’altro, quanto ad Amnesty International, va segnalato che nell’ultimo rapporto del 2011 ha dato atto di miglioramenti in atto nel sistema carcerario albanese per contrastare il sovraffollamento (grazie alla liberazione condizionata di 1000 condannati e la costruzione di nuovi edifici), della costituzione di speciali sezioni per i detenuti con problemi mentali o di tossicodipendenza e dell’avvio di programmi per l’educazione dei condannati.

3. Quanto infine all’ultima doglianza, va rilevato che questa Corte ha già esaminato la disciplina albanese del processo contumaciale, pervenendo alla affermazione della sussistenza delle condizioni per l’accoglimento della domanda estradizionale relativa ad una persona condannata in contumacia, in quanto il relativo ordinamento riconosce a quest’ultima il diritto di impugnare la sentenza definitiva, qualora non abbia avuto conoscenza del procedimento (Sez. 6, n. 15550 del 25/03/2009, Sinani, Rv. 243414).

Il codice di rito albanese prevede, infatti, all’art. 147, che, in caso di sentenza pronunciata in absentia, l’imputato può chiedere la restituzione dei termini per proporre appello, allorchè comprovi di non essere stato messo a conoscenza della sentenza. L’esistenza di tale garanzia in favore della persona giudicata e condannata in contumacia è condizione sufficiente, a norma dell’art. Ili del Secondo Protocollo addizionale alla Convenzione Europea, perchè si faccia luogo ad estradizione. La circostanza che la restituzione in termini sia stata rifiutata dalle autorità giudiziarie albanesi non è di per sè ostativa alla consegna, non avendo il ricorrente eccepito il carattere illusorio di tale rimedio.

4. All’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e di una somma in favore della cassa delle ammende nella misura che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in Euro 1.000. La cancelleria provvedere agli adempimenti previsti dall’art. 203 disp. att. cod. proc. pen..

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000 alla cassa delle ammende. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 203 disp. att. cod. proc. pen..

Testo non ufficiale. La sola stampa del bollettino ufficiale ha carattere legale.

T.A.R. Lazio Roma Sez. II ter, Sent., 02-01-2012, n. 16 Legittimazione processuale

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Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Considerato che, con il ricorso introduttivo del giudizio, la parte ricorrente, nella sua qualità di primo acquirente nell’ambito del sistema nazionale delle c.d. "quote latte", ha chiesto l’annullamento dei provvedimenti emessi da AIMA (ora AGEA) relativi alla procedura di compensazione del prelievo supplementare inerenti le consegne relative alle annate 1995/1996 e 1996/1997 ex art. 1 del D.L. n. 43 del 1999 nonché gli atti a questi consequenziali e connessi;

– che, con ordinanza n. 4212/2000, la Sezione ha accolto la domanda di sospensione cautelare;

– che AIMA (ora AGEA) e il Ministero del Tesoro (ora Ministero dell’Economia) si sono costituiti in giudizio per resistere al ricorso;

– che, alla pubblica udienza del 2 novembre 2011, il Collegio, dopo aver eccepito d’ufficio l’inammissibilità del ricorso, ai sensi dell’art. 73, comma 3, dell’allegato 1 del D.Lgs. n. 104 del 2010, per mancanza di legittimazione della ricorrente ed aver ascoltato le controdeduzioni in rito ed in merito della parte ricorrente, ha trattenuto la causa in decisione;

– che la questione relativa alla legittimazione del primo acquirente ad impugnare le richieste di prelievo supplementare è stata già affrontata dalla Sezione e dal Consiglio di Stato, tanto che sussistono i presupposti per l’adozione di una sentenza in forma semplificata ai sensi dell’art. 74 del codice del processo amministrativo, attraverso il richiamo a precedenti giurisprudenziali conformi;

– che il Collegio, al riguardo, non ha motivi per discostarsi da quanto già espresso sul punto dalla giurisprudenza amministrativa (cfr. Cons. St., sez. VI, 19 gennaio 2010, n. 176; 19 giugno 2009, n. 4134; TAR Lazio, sez. II Ter, 22 gennaio 2004, n. 610 e, da ultimo, 7 luglio 2011 nn. 6027 e 6028), che ha ritenuto i soggetti primi acquirenti dei prodotti lattiero-caseari privi di legittimazione ed interesse ad impugnare gli atti applicativi del complesso meccanismo del prelievo supplementare, nell’ambito del mercato regolamentato di tale settore;

– che a nulla vale invocare l’art. 1, comma 15, del D.L. n. 43 del 1999 (convertito, con modificazioni, in L. n. 118 del 1999) in quanto la norma collega la responsabilità dell’acquirente (in proprio ed) in solido con il produttore nel solo caso in cui il primo abbia omesso di comunicare ad AGEA il mancato pagamento della quota di prelievo non versato da parte del secondo;

– che la questione relativa alla facoltà (e non obbligo) del primo acquirente di trattenere le somme a titolo di prelievo è stata allo stesso modo vagliata dalla giurisprudenza amministrativa (per tutte, Cons. St, sez. VI, 9 giugno 2009, n. 4125) ma ciò non ha comunque evitato la declaratoria di mancanza di legittimazione ad agire;

– che, pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile mentre le spese di giudizio possono essere compensate tra le parti, anche in ragione dell’esito della fase cautelare;

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda Ter)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 2 novembre 2011 con l’intervento dei magistrati:

Maddalena Filippi, Presidente, Estensore

Maria Cristina Quiligotti, Consigliere

Daniele Dongiovanni, Consigliere

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Cass. civ. Sez. VI – 1, Sent., 11-07-2012, n. 11714 Diritti politici e civili

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Svolgimento del processo

che:

1. C.S. ha chiesto, con ricorso dell’8 maggio 2007 alla Corte di appello di Roma l’equa riparazione, ex L. n. 89 del 2001, del danno conseguente alla durata non ragionevole della procedura iniziata davanti alla sezione giurisdizionale per il Lazio della Corte dei Conti con ricorso del 18 dicembre 2001 e definita con sentenza del giugno 2006.

2. La Corte di appello di Roma ha riconosciuto la durata eccessiva della procedura stimandola in 1 anno e ha liquidato l’indennizzo del danno non patrimoniale in complessivi Euro 1.000 applicando il parametro di 1.000 Euro per ogni anno di durata eccessiva.

3. Ricorre per cassazione C.S. deducendo violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e dell’art. 6 della C.E.D.U. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè omessa, insufficiente, illogica e/o contraddittoria motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.

4. Non svolge difese il Ministero.

5. La Corte ha deliberato di adottare una motivazione semplificata.
Motivi della decisione

che:

6. La determinazione dell’indennizzo secondo il criterio seguito dalla Corte di appello di Roma può ritenersi compatibile con la giurisprudenza della Corte E.D.U. e con quella di questa Corte che ritiene congrua, una liquidazione pari a 750 Euro per i primi tre anni di durata eccessiva della procedura giudiziaria. L’adozione di un parametro maggiore di liquidazione annua, da parte della Corte di appello di Roma, compensa la determinazione in un solo anno della durata del processo eccessiva rispetto a quella ragionevole che indicativamente la giurisprudenza fissa in tre anni. Rimane comunque affidata equitativamente al giudice del merito la determinazione finale dell’equa riparazione, se contenuta entro limiti di scarto marginali dai parametri fissati da questa Corte con riferimento a quelli della giurisprudenza europea, come è avvenuto nel caso in esame.

7. Il ricorso va pertanto respinto senza alcuna statuizione quanto alle spese del giudizio di cassazione.
P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, Nulla sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 19 marzo 2012.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2012

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T.A.R. Lazio Roma Sez. I quater, Sent., 21-01-2011, n. 614

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Svolgimento del processo – Motivi della decisione

che nella specie il presente giudizio può essere definito con decisione in forma semplificata, ai sensi del menzionato art. 60, comma 1, del D.Lgs. n. 104/2010, stante la completezza del contraddittorio e della documentazione di causa;

che sono state espletate le formalità stabilite dall’art. 60 del citato D.Lgs. n. 104/2010;

Rilevato che con il ricorso in esame si impugna la determinazione dirigenziale, con cui si ingiunge, ai sensi dell’art. 16 della L.r. n. 15/2008, la demolizione di due abbaini, realizzati nel piano sottotetto di un fabbricato, di proprietà del ricorrente;

Considerato che la realizzazione degli abbaini ha determinato non solo un’apertura per garantire al sottotetto aria e luce, bensì anche un aumento del volume ed una modifica del prospetto del fabbricato;

Ritenuto:

che, perciò, contrariamente a quanto sostenuto dalla parte ricorrente, non si sia eseguito un mero intervento di restauro e risanamento conservativo, né una ristrutturazione edilizia ordinaria, bensì una ristrutturazione edilizia cd. pesante, richiedente il permesso di costruire o, alternativamente, una D.I.A. ai sensi dell’art. 22, comma 3, lett. a), del d.P.R. n. 380/2001;

che conseguentemente correttamente sia stato applicato l’art. 16 della L.r. n. 15/2008, il quale prevede la sanzione demolitoria per l’ipotesi sopra descritta;

che il termine di 45 giorni per adottare i provvedimenti sanzionatori definitivi, di cui al comma 3 dell’art. 14 della citata L.r. n. 15/2008, che si assume essere stato violato, faccia solo venir meno l’efficacia dell’ordinanza di sospensione dei lavori, non valendo a far consumare il potere dell’Amministrazione comunale;

Tenuto conto che, riguardo alla possibilità di comminare una sanzione pecuniaria in alternativa a quella demolitoria, il necessario pregiudizio per la parte conforme è stato solo dedotto, ma non comprovato;

che in conclusione il ricorso sia infondato e debba essere rigettato;

che, in ordine alle spese, ai diritti ed agli onorari, essi seguano la soccombenza, ponendosi a carico del ricorrente, e debbano quantificarsi come in dispositivo;

P.Q.M.

Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio – sezione I quater, definitivamente pronunciando, rigetta il ricorso in epigrafe.

Condanna il ricorrente alle spese di giudizio in favore del Comune di Roma, forfetariamente quantificate in Euro 1.000,00 (mille/00).

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 20 gennaio 2011, con l’intervento dei Magistrati:

Elia Orciuolo, Presidente

Giancarlo Luttazi, Consigliere

Rita Tricarico, Consigliere, Estensore

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